La morte si fa bella con José Saramago

José Saramago spiega che l’idea del suo nuovo romanzo ha cominciato a lavorargli dentro mentre rileggeva I quaderni di Malte Laurids Brigge. A quale passaggio dell’opera di Rilke era arrivato, quando il libro gli è scivolato di mano e ha iniziato a inseguire i propri pensieri? Azzardiamo un’ipotesi: dev’essere stato alle prime pagine, quando, descrivendo la fine solenne e chiassosa del ciambellano Brigge, nonno del narratore, Rilke osserva che «tutti hanno una propria morte». Da qui Saramago dev’essere partito per costruire il ponte interiore che l’ha portato in questa landa inesplorata: il paese delle Intermittenze della morte, dove un giorno la Signora con la falce decide di prendersi una vacanza e di concedere agli umani, per un po’, di non tirare l’ultimo respiro.
Il romanzo – da oggi in libreria per Einaudi, nella collaudata versione di Rita Desti, abituale traduttrice del Nobel portoghese – parte da un meccanismo narrativo analogo a quello di uno dei libri più riusciti di Saramago, Cecità: se lì l’umanità, d’improvviso, diventava cieca, qui i cittadini d’un Paese constatano, altrettanto ex abrupto, di essere diventati immortali. È un paese non identificato: «I nomi, da un certo momento in poi l’ho capito, non contano niente. Contano i numeri: oggi noi siamo le nostre carte di credito» commenta Saramago.
«Il giorno seguente non morì nessuno» è l’incipit. E la prima parte della narrazione cavalca dentro la situazione paradossale che ne consegue: rischiano il crollo tutte le istituzioni, la chiesa, le assicurazioni e gli ospedali in primis, ma sfiorano il collasso anche il parlamento, il governo, il re, la tv e i giornali, mentre a fiorire e guadagnare è la «Maphia», scritta così, col ph. Sono entità che lo scrittore fa entrare in scena una dopo l’altra come in un gioco del Mercante in Fiera. Poi, nella seconda parte – benché il linguaggio resti caustico, e scalpitante nella sua assenza di segni di interpunzione, salvo le virgole – il laico Saramago penetra, a modo proprio, nel mondo orfico. Non c’è un Ade, è, al contrario, la Signora con la falce che entra direttamente in scena nel nostro aldiqua, ed è una morte con la «m» minuscola, presa nella sua intimità, per assurdo viva. Una morte che ha deciso di rimettersi al lavoro e che va a snidare un umano che le sfugge, suonatore di violoncello cinquantenne e scapolo: pur di riuscirci fa l’impensabile, si veste da donna, ragazza d’oggi in pantaloni e borsa a tracolla, ma chi avrà la meglio, Thanatos o Eros?
«È fino a qui che, nello scrivere, mi sono divertito» spiega lo scrittore. «Poi l’argomento si è fatto serio, perché comincia il vero rapporto tra due esseri, una dei quali sa che l’altro presto deve morire, perché è decisa a svolgere il proprio compito e ad ammazzarlo, mentre l’altro lo ignora. Il libro cammina finché arriva sul ciglio dell’abisso. È lì si ferma, sennò precipiterebbe». Con un sorriso commenta: «È come nel Paradiso terrestre: la storia è diventata seria quando Eva ha dato da mangiare la mela ad Adamo».
Il ponte interiore che ha portato il Nobel ottantatreenne ad affacciarsi – curioso – nel regno dell’indicibile, viene da pensare, dev’essere stato un po’ simile, per audacia, a quelli concreti, di metallo, vertiginosi – ponte XXV aprile, ponte Vasco da Gama – che congiungono le due Lisbone, a nord e a sud dell’immenso estuario del Tago. È nella sua città, per iniziativa dell’editore portoghese Caminho, che Saramago battezza l’uscita del suo quattordicesimo romanzo, in contemporanea in Portogallo, Spagna, Catalogna, Brasile e Italia: con un tour-de-force di due giorni che comprende una serata, per l’Otello diretto da Antonio Pirolli, al Teatro Nazionale San Carlo, lo stesso dove debutterà Il dissoluto assolto, il libretto che il romanziere ha scritto per Azio Corghi, e la cui prima è incappata nel pasticcio della Scala; sempre lì, sul palco all’italiana, una maratona di lettura dalle Intermittenze della morte in portoghese, castigliano, catalano, brasiliano e italiano; un pranzo al Cafè Martinho da Arcada, lo storico ristorante dove ogni sera sedeva Fernando Pessoa a consumare un uovo, unica parentesi quotidiana nella sua dieta di solo assenzio, e dove una nuova targa indica ora anche il tavolo abituale «del» Nobel – il primo – del Portogallo. E un giro per la sua Lisbona, la città che ha abbandonato dal ‘93 per trasferirsi a Lanzarote, alle Canarie, dopo la censura subita per il Vangelo secondo Gesù Cristo, ma nel cui paesaggio scosceso e luminoso ha ambientato più d’una delle sue storie: nella razionale città ricostruita dal marchese de Pombal dopo il terremoto del 1755, nell’impervio Chiado, davanti alla tomba di Pessoa nel monastero dei Gerosolimitani, sulle tracce di Memoriale del convento e dell’Anno della morte di Ricardo Reis.
Quello che emerge, ora, dal vagabondaggio narrativo nell’oltretomba è un José Saramago più vitale che mai, asciutto, espansivo, in simbiosi con la moglie Pilar: lui la definisce «la mia casa» nell’epigrafe a questo libro. Cammina per una Lisbona tappezzata di manifesti elettorali: a gennaio si vota per le presidenziali. «La sinistra, qui in Portogallo, come dappertutto non ha idee. Perciò si è polverizzata tra più candidature e il centrodestra già canta vittoria» osserva. «Io resto quello che sono sempre stato, ormonalmente comunista» commenta (è l’argomento che l’Osservatore Romano usò per attaccare nel 1998 la scelta dell’Accademia di Svezia di insignirlo del premio). Di famiglia povera (la figura del nonno contadino Jeronimo fa capolino in questo romanzo), iscritto al Pcp dal 1959, durante il salazarismo nel mirino della famigerata Pide, la polizia politica, oggi, osserva, «il problema principale è sempre la libertà. Per uno scrittore in fondo è facile prendersela: siamo buffoni di corte. Ma liberarsi davvero dai condizionamenti, ecco l’impresa: il problema vero, con la libertà, è metterla in pratica». Dal palco del teatro San Carlo rivolge un appello alla platea: «La vita va presa intensamente, bisogna fare ciò che si può. Il Portogallo deve uscire dalla sua apatia» dice. «L’Europa deve svegliarsi e uscire dal suo egoismo. Vale la pena vivere? Dipende da dove nasci. Quando sono nato, la miseria era tra noi: la speranza di sopravvivenza era trentatré anni. Oggi ci sono tremila morti nel tratto di mare che divide l’Africa da Lanzarote, la città delle Canarie dove vivo: sono i corpi di gente diretta nel nostro paese, in fuga dalla miseria».
È una società affluente quella che, nelle Intermittenze della morte, si sveglia un giorno per vedere realizzato il suo ossessivo desiderio: la vita eterna. Ma che si accorge che questo dono non vale niente, se non è accompagnato dall’altro, l’eterna giovinezza. «Possiamo usare chirurgia estetica e cosmetica ma la vecchiaia e la morte possiamo solo rinviarle. E in fondo la morte un po’ la acceleriamo: quando mettiamo i nostri vecchi in un ricovero e li nascondiamo alla nostra vista. La loro fine comincia lì, in questa invisibilità» osserva Saramago. Eterodosso, in un mondo che insegue, per i vivi, gli elisir, e che imbelletta i suoi cadaveri, a 83 anni lo scrittore portoghese ci consegna questa verità: «La morte non è un’entità esterna a noi. È invisibile ma è sempre con noi. È personale e non trasmissibile. La mia morte è nata con me e quando mi ucciderà morirà con me. E scrivere di morte ha significato scrivere della vita».