La morte di Paolo Rossi

Una targa sta per essere scoperta appena fuori dalla Città Universitaria di Roma. Uno slargo di fronte alla facoltà di Economia e commercio porterà il nome di Paolo Rossi. Aveva 19 anni e voleva fare l’architetto. Oggi ne avrebbe 60. Lapidaria fino all’inverosimile la dicitura: “Ucciso dalla violenza”. Eppure la mano che lo uccise non è un mistero per nessuno, non lo è mai stato. Era mano di fascista.
Sono passati quarant’anni. Era il ’66. I giornali dell’epoca avrebbero “sparato in prima” più volentieri un pugile italiano, Sandro Lopopolo, che aveva conquistato il mondiale dei pesi welters oppure si sarebbero dilungati maggiormente sul duello ciclistico Gimondi-Anquetil. Ma non andò così.

«Paolo era socialista – ricorda sua sorella Orietta, tre anni più grande – quando era al liceo, il Giulio Cesare, s’era entusiasmato per il processo di riunificazione dei socialisti. Poi, arrivato all’università alla fine del ’65, s’era candidato nei “Goliardi autonomi”, (la lista socialcomunista) ed era stato eletto nel “parlamentino” (così si chiamava l’organismo di rappresentanza degli studenti, ndr). Ma si stava spostando verso il Pci, era deluso dagli esiti del Psu (tentativo di fusione tra Psi e Psdi, ndr) e trovava che i comunisti fossero più seri».

Era la mattina del 27 aprile del 1966. La matricola Paolo Rossi, figlio di Tina e di Enzo, partigiano, cattolico e comunista, pittore e docente all’università di Perugia, era davanti alla facoltà di Lettere e filosofia. «Era più attivo di me – ricorda ancora, e volentieri, Orietta, all’epoca al terzo anno di lettere, ora docente di storia dell’arte sempre alla Sapienza – era venuto per proteggere me che dovevo volantinare. I “Goliardi autonomi” di lettere (la lista della sinistra, ndr) stavano chiudendo la loro campagna elettorale». Succedeva che c’erano le elezioni dei “parlamentini” e i fascisti non si rassegnavano a perdere la maggioranza nell’ateneo romano. A fare gazzarra c’erano i fascisti della lista “Fuan Caravella” e i pacciardiani di Primula goliardica che denunciavano brogli. Per i “neri” qualsiasi scusa era buona per menar le mani. «A lettere poi… – continua Orietta – là c’erano meno ragazzi e parecchi docenti di sinistra». E poi c’era Ugo Papi, il rettore, vecchio arnese del Ventennio, barone a Giurisprudenza, rieletto da dodici anni e accusato di aver truccato un po’ le sue rielezioni. «Se andavi in giro con l’Unità o con Paese sera un’aggressione te la potevi aspettare», ricorda Franco Russo, oggi neoparlamentare del Prc ma all’epoca iscritto a Filosofia sebbene l’attività politica – era militante nella IV Internazionale e membro della segreteria romana della Fgci – non gli lasciasse molto tempo per frequentare. E il covo era proprio Giurisprudenza. «I fascisti avevano, con i liberali, la maggioranza nei parlamentini», conferma Raul Mordenti, che sarebbe diventato uno dei leader del movimento studentesco e, più tardi, professore di Critica letteraria all’università di Tor Vergata. In quei giorni Mordenti era una matricola, candidato nell’Intesa, raggruppamento di matrice cristiana, ma senza i giovani dc, dove sarebbero cresciuti leader come Mario Capanna e Marco Boato: «I fascisti venivano a lettere tutte le mattine. Qualche poliziotto, certe volte, ne prendeva qualcuno sotto braccio e se lo portava al bar». Il rettore proibiva che nell’ateneo si celebrasse il 25 aprile e minimizzava (malgrado fossero tempi in cui si veniva espulsi “da tutte le scuole del regno” per una parolaccia) le provocazioni puntuali dei fascisti organizzati in reti semiclandestine di picchiatori giovani e no, “allenati” da reduci repubblichini. «Avevano il predominio, non l’egemonia, ma erano fisicamente pericolosi – continua Russo – da un paio d’anni, però, gli studenti, anche i liceali, avevano ripreso l’attività antifascista».

«C’erano diversi focolai di risse quella mattina», riprende Orietta. Qualcuno cantava inni fascisti, altri cercavano di menar le mani. Adriano Mordenti, fratello di Raul, fotografo free lance, all’epoca lavorava anche per l’Unità. Quella mattina fece parecchi scatti. In una foto c’è proprio Paolo Rossi che trattiene uno dei suoi compagni. «Noi dovevamo lavorare con le parole e non accettare le provocazioni», spiega la sorella. Ma poco dopo – s’è fatto mezzogiorno – un pugno di ferro, arnese da picchiatori in voga nelle sezioni del Msi, colpisce e ricolpisce Paolo. Venticinque poliziotti venuti dal commissariato S. Lorenzo guardano impassibili la scena. Ma Paolo si rialza. Va verso la facoltà. Tranquillizza i compagni, si ricomincia a discutere. «Non è nulla, ora sto meglio». Ma non dura. Il figlio del pittore partigiano si accascia e cade da un muretto in cima alla scalinata della facoltà. Non si sveglierà più. Dopo 15 ore di agonia si spegne al S. Giovanni, proveniente dal Policlinico.

Paolo Mieli, oggi direttore del Corriere della Sera, era un giovane della Fgci, studente del Tasso, lo stesso liceo di Sandro Curzi, che allora scriveva su Paese Sera. Sui gradini del liceo Mieli trovò i più grandi che riferirono degli scontri dell’università, della morte di un ragazzo pacifico. Lì vicino c’era un caffé storico, “Fassi”, dove si vedevano i liceali della zona. Ci fu una sorta di assemblea e si decise di raggiungere la Sapienza. «Fu la prima volta che corremmo a Lettere – dice a Liberazione – e trovai la stessa atmosfera che avremmo respirato due anni dopo». Franco Russo fu raggiunto dalla notizia mentre era in Via dei Frentani, alle porte di S. Lorenzo, nella sede romana del Pci. Raul Mordenti trovò la facoltà già occupata. Dovette entrare da una finestra del piano terra, giusto di fronte alla biblioteca Alessandrina. Fu una lunghissima giornata. Sei squadristi furono denunciati per manifestazione fascista. Qualcuno venne portato in questura ma poco dopo era già nella Città universitaria con mazze, cinghie, sbarre.

E’ già notte quando il rettore fa sgomberare la facoltà occupata – non era mai accaduto prima d’allora che gli studenti prendessero possesso dell’ateneo – da 300 agenti armati fino ai denti che sbarrano il passo ai parlamentari che accorrono. Raul verrà immortalato da suo fratello mentre lo portano via di peso. Renato Nicolini, futuro assessore alla Cultura nelle giunte Argan e Petroselli, allora leader dei “Goliardi autonomi”, pronuncia un discorso bellissimo: «Torneremo in 100, mille, 10mila». Ma la polizia carica la gente sui furgoni. E in malo modo. Finché non si materializza Tristano Codignola, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, socialista lombardiano e padre costituente. «Fece una scenata – dice sempre Mordenti – e pretese che ci facessero scendere dai blindati».

Ebbe ragione Nicolini. La mattina dopo l’università viene rioccupata. Sulla gradinata del Rettorato, i compagni di Paolo si danno il cambio nella guardia d’onore alle corone. Su un cartello si legge: «Paolo devi essere l’ultimo». Arrivano gli edili, quel giorno in sciopero, e tanti parlamentari. Giusto qualche citazione: Pietro Ingrao, Pietro Secchia, Marisa Rodano, Nilde Jotti, Donat Cattin, Pietro Nenni, che era vice presidente del Consiglio, Ugo La Malfa (suo figlio 35 anni dopo sarebbe andato al governo con i post-fascisti). Arriva Ferruccio Parri, capo del Cln e primo presidente del consiglio all’indomani del 25 aprile, e parla agli studenti mentre i fascisti tirano sassi e lanciano insulti protetti da un cordone di carabinieri e poliziotti. Gli antifascisti li sommergono con monetine da 5 e 10 lire. Anche in Parlamento i missini danno vita a disordini.

La polizia e il rettore, “fiancheggiati” da giornali compiacenti, provano immediatamente a inquinare le indagini mettendo in giro la voce che il ragazzo fosse epilettico, che soffrisse di vertigine, che avesse un «forte esaurimento nervoso», che fosse preda di «improvvisi malesseri». Papi arriverà a manomettere la cartella clinica di Paolo Rossi (allora erano previste visite di medicina preventiva). Un ritratto che cozza con quello dipinto da sua madre Tina. Paolo era un alpinista, rocciatore esperto, «innamorato della montagna». Lo confermano i suoi amici scout della Parrocchia dei Martiri Canadesi, un gruppo guidato da un prete australiano, splendida figura di sacerdote pervaso dallo spirito conciliare, «uno che studiava Gramsci», ricorda Orietta Rossi. Si manifesta anche in altre città come Genova, Trieste, Napoli, Lucca, Perugia, Bari, Milano, Lecce.

E’ il papà di Paolo a cominciare lo straziante lavoro della controinchiesta. I primi testimoni vengono rintracciati nell’occupazione. Il venerdì arriva a Lettere Orietta sommersa da sette minuti di applausi. Scrive un quotidiano dell’epoca: «Sette minuti di applausi sono un’eternità». Fuori la Città Universitaria è presidiata dai lavoratori – edili, elettrici, tranvieri chiamati dalla Camera del Lavoro e dagli attivisti di Pci, Psi e Psiup. «C’erano state le lotte anticoloniali per l’Algeria, per Cuba, per il Vietnam – racconta Franco Russo – c’era una generazione in cammino, la stessa che, nel ’62, aveva resistito a Torino coi metalmeccanici in Piazza Statuto». I fascisti provano a manifestare, gridano “Viva Papi! ”. Dentro, nell’occupazione, si tengono «placide riunioni». Lucio Lombardo Radice, docente di matematica, si impegna per fare celebrare anche la messa. La notte, però, un gruppo di squadristi aggredisce in Via Morgagni, fuori dal Policlinico, una macchina con quattro militanti del Pci che vanno ad attacchinare. Tra loro Antonio Moscato – già allora compagno di strada di Livio Maitan, e che diventerà docente di Storia del movimento operaio a Lecce – e Celeste Ingrao, figlia di Pietro.
I funerali, il sabato, sono una enorme manifestazione di popolo con tantissime autorità. L’orazione funebre, davanti a Forlani, Piccoli, Nenni, Longo, La Malfa, la pronuncia Walter Binni, critico letterario, antifascista e membro della Costituente. I fascisti provano a disturbare la cerimonia. I fascisti hanno volti, nomi e cognomi. Stefano Delle Chiaie, i fratelli Di Luia, Flavio Campo, Quagliarotti, Paglia, Ciucci. Alcuni nomi ricorreranno nella stagione delle stragi, altri invece rispunteranno quando gli eredi del Msi arriveranno a Palazzo Chigi. «Gli stessi nomi di chi provò a infiltrarsi nelle manifestazione del primo ’68», segnala Russo.

Ma il ’68 era appena cominciato proprio con lo shock della morte del giovane socialista. «La vita nell’occupazione – riprende a raccontare Paolo Mieli – era come quella di Berkeley, occupata due anni prima. Fu un apprendistato, la prova generale del ’68. Era un altro modo di fare politica, all’università circolavano giornali e i primi gruppi dove erano finiti i nostri ex compagni di liceo. Adesso sembra normale ma allora era la prima volta che migliaia di persone riempivano ogni spazio per discutere di politica. Al di là del lutto ci fu una riscoperta di valori. Tutti, ma proprio tutti, quelli che parteciparono alla mobilitazione per Paolo Rossi, l’anno successivo scesero in piazza per la morte di Che Guevara e si mobilitarono per Firenze sommersa dall’alluvione, erano gli “Angeli del fango”. Alcune modalità dello stare in piazza erano segnate dalla rivoluzione culturale cinese».

Dunque l’incubazione del ’68 era già iniziata? Di sicuro ci fu «un risveglio della città, la saldatura con la generazione che aveva fatto la Resistenza, fu un momento drammatico», aggiunge Russo. «Certo fu uno shock fortissimo – considera Orietta Rossi –
sembrava impossibile che potesse morire uno studente nell’università per ragioni politiche (certo erano già morti degli operai a Reggio Emilia, a Genova), fu una presa di coscienza collettiva… si scoprì che la stampa poteva essere manipolata». «Furono le prime scintille che incendiarono la prateria», ripete Raul Mordenti ricordando come fosse viva la memoria della Resistenza anche in ambienti istituzionali e cattolici. Aldo Moro e il suo sottosegretario, Salizzoni, si spesero molto a favore degli studenti. L’Avvenire d’Italia, testata cattolica dove scriveva Piero Pratesi, sostenne la famiglia nella controinchiesta. «Era un’altra Italia – dice – anche i democristiani erano antifascisti». Qualche anno dopo, incontrando Orietta a una commemorazione, anche le figlie dell’allora ministro Taviani avrebbero confessato la rabbia del padre contro i tentativi di insabbiamento.

Due anni dopo il giudice riconobbe l’omicidio preterintenzionale ma dichiarò non doversi procedere per il delitto di percosse perché gli autori erano rimasti ignoti. Dopo quattro giorni di occupazione, invece, il rettore Papi fu costretto a dimettersi. L’università, per la prima volta, era coperta di scritte sui muri. “Papi vattene” e “Viva la Resistenza”.

Dice ancora Orietta: «Ogni 27 aprile c’era un fiore sotto la lapide che ricorda Paolo a Lettere. Da 5-6 anni non c’è più, forse perché la facoltà è diventata un esamificio e chi ha più tempo per ricordare?».