La morte di Arafat. Un nuovo giallo

Dove sono finiti i taccuini di Yasser Arafat e, soprattutto, chi li custodisce?
Un nuovo giallo si è aggiunto al mistero della morte del presidente palestinese, entrato in coma per una oscura (ancor oggi) malattia e spirato l’11 novembre del 2004 alle 3.30 del mattino, all’ospedale militare di Percy a Clamart, a sud di Parigi. Arafat, che per quasi 40 anni ha incarnato la questione palestinese, annotava scrupolosamente in taccuini, taovolta in quadernetti, che portava nella tasca della sua divisa militare, considerazioni sull’esito di incontri avuti con leader politici internazionali o governanti arabi ma anche sulle attività dei dirigenti dell’Olp e dell’Anp. Considerata la rilevanza che lo scomparso leader palestinese ha avuto per decenni nelle vicende mediorientali, quei taccuini rappresentano un patrimonio storico di enorme valore e, allo stesso tempo, un archivio di vicende torbide, di scandali, di «comportamenti» di esponenti arabi e palestinesi che, se reso pubblico, potrebbe danneggiare non poche persone. Forse anche per questo motivo sono spariti e nessuno ai vertici della politica palestinese si preoccupa di riportali alla luce.
Non pochi palestinesi si sono chiesti negli ultimi giorni, dopo articoli apparsi sulla stampa araba, dove siano finiti quei taccuini e il giallo, forse non a caso, sta diventando pubblico mentre le cronache riportano sulle prime pagine i nomi di alcuni personaggi che hanno avuto un ruolo di primissimo piano nell’esistenza e nella vita politica di Arafat.
Ad esempio l’ex premier israeliano e nemico giurato del presidente palestinese, Ariel Sharon, che esattamente un anno fa venne colpito da una emorragia cerebrale e da allora è in uno stato di coma irreversibile. Oppure Uri Dan, deceduto pochi giorni fa, giornalista ed esponente dell’estrema destra israeliana che per anni è stato confidente e consigliere di Sharon (anche suo portavoce, nel 1982, durante l’invasione del Libano).
Di recente i quotidiani e le agenzie di stampa palestinesi hanno riferito che Dan – nel suo ultimo libro uscito in Francia – ha scritto in modo chiaro dell’avvelenamento di Arafat ordinato da Sharon, il quale aveva «annunciato a Bush che non si considerava più vincolato da quello che gli aveva promesso nel loro primo incontro nel marzo 2001: non attentare alla vita di Arafat».
La popolazione dei Territori occupati non ha mai avuto dubbi: il rais palestinese rimasto negli ultimi tre anni di vita confinato nel suo ufficio di Ramallah per decisione israeliana, è stato ucciso da Sharon, forse con la complicità di qualche dirigente palestinese, certamente con la benedizione degli Stati uniti.
Il 30 settembre 2005 l’israeliano Yoram Binur, corrispondente del secondo canale televisivo, parlò più o meno esplicitamente della possibilità dell’assassinio del presidente palestinese. Poco dopo due suoi colleghi di Haaretz, Amos Harel e Avi Isacharoff, citando un esperto israeliano, presentarono tre ipotesi: avvelenamento, aids o semplice infezione.
Su questa morte misteriosa ha indagato anche il giornalista franco-israeliano Amnon Kapeliouk, amico di vecchia data di Arafat. A Clamart, ha scritto Kapeliouk, i primi esami non rivelarono né leucemia, né tumori (l’aids era stato escluso dalle analisi di laboratorio), bensì una grave infiammazione dell’apparato digerente unita ad un inspiegabile significativo calo delle piastrine. Arafat venne curato ed ebbe un leggero miglioramento ma il 3 novembre, per cause inspiegabili, entrò in coma, soffrendo di sintomi gravi attribuiti a una tossina sconosciuta che i medici francesi non riuscirono ad individuare. L’11 novembre, a causa di una devastante emorragia cerebrale, spirò in ospedale. L’autopsia effettuata dai medici francesi non svelerà il mistero.
Su questa morte resta un punto interrogativo gigantesco e, forse, solo una commissione indipendente potrebbe consentire di sapere se Arafat è morto oppure no a causa di un veleno sconosciuto.
Ma la leadership palestinese non ha mai seguito con determinazione quella strada, anzi sulla vicenda mantiene sempre un atteggiamento di basso profilo, ha frenato invece di accellerare, rifugiandosi dietro il risultato inconcludente dell’autopsia che «non consente di trarre alcuna conclusione».
Ora è emerso il giallo dei taccuini scomparsi. Un funzionario dell’Olp, che per anni è stato molto vicino ad Arafat (e ha chiesto di rimanere anomino per motivi di sicurezza), ha detto al manifesto che di quei piccoli e importantissimi diari politici non si sa più nulla, sono svaniti, e che nessuno ha ricevuto l’incarico di custodirli.
Dove sono finiti? Il quotidiano saudita Al-Sharq al-Awsat che si è occupato del caso, ha riferito che alcuni ex stretti collaboratori del rais non hanno voluto esprimersi e che a mezza bocca hanno fatto capire che quelle annotazioni potrebbero provocare una bufera in casa palestinese e in Medio Oriente. L’ex ministro Umm Jihad (Intissar Wazir) ha riferito che una commissione ad hoc avrebbe dovuto leggere e rendere pubbliche parti dei taccuini di Arafat ma l’ex segretario di governo Ahmed Abdel Rahman ha negato che questa commissione sia mai stata formata e si è limitato a precisare che quanto scritto dal presidente «è in mani sicure».
Quali?