La morte del P.C.I., un suicidio “assistito”

La fine del PCI è uno degli avvenimenti chiave della storia recente, le cui conseguenze sono state pesanti sulla sinistra e sull’intero Paese. Eppure, la discussione sulle cause di quella morte è stata scarsa, a riprova della limitatezza teorica della sinistra. Recentemente si sta assistendo, però, ad alcuni tentativi di colmare il deficit. Tra questi è il libro di Guido Liguori, “La morte del PCI” (manifestolibri, euro 20,00, pp.155). Si tratta di un lavoro che ha due pregi. Il primo è quello di essere molto dettagliato, dando conto di tutte le posizioni politico-teorico presenti nel PCI, il secondo è di essere di facile e appassionante lettura, quasi come un giallo.

Del resto, la fine del PCI è un po’ un giallo. Fu un suicidio o un omicidio e, se fu omicidio, chi ne fu il colpevole? La morte del PCI viene decretata all’improvviso, come ricostruisce bene Liguori, dall’allora segretario del PCI, Achille Occhetto, sull’onda del crollo del muro di Berlino e del collasso degli Stati dell’Est Europa. Un evento certamente notevole, ma non tale da giustificare la decisione di farne derivare automaticamente la fine del PCI, che da tempo si era distanziato da quelle realtà statuali, sostenendo tenacemente la propria alterità.

Inoltre, se quelle società avevano perso consenso, non si poteva dire lo stesso del PCI. La mutazione del PCI in PdS fu un operazione “a perdere”, come evidenzia giustamente Liguori. Lungi dall’ampliare i propri consensi, il PdS ottenne alle politiche del 1992 il 16,1% dei voti, mentre il PCI alle politiche del 1987 raccoglieva ancora il 26,6% e alle europee del 1989 il 27,6%. Un simile smottamento si ebbe nel numero degli iscritti, fra i quali centinaia di migliaia non si iscrissero al nuovo partito.

A questo punto sorge la domanda: come fu possibile che un partito di quasi un milione e mezzo di iscritti, che nella maggioranza si considerava comunista, fosse condotto da Occhetto a smobilitare in breve tempo? E perché il PCI non si tramutò in partito socialdemocratico, come alcuni – tra i quali Napolitano – auspicavano, mutando in un qualcosa che non era né carne né pesce e che andrà incontro a successive e travagliate trasformazioni? A queste due domande, mi sembra che Liguori risponda in modo parziale, sebbene spunti per analisi più approfondite emergano dalla sua dettagliata ricostruzione degli eventi.

Secondo Liguori un elemento centrale nella relativa facilità con cui Occhetto dismette il PCI sta nella cultura organizzativa dei comunisti italiani, cioè nell’abitudine a sostenere il segretario e a salvaguardare l’unità del partito a qualsiasi costo. Si tratta di un argomento fondato, ma non esaustivo. In realtà, la “svolta della Bolognina” di Occhetto non fu un fulmine a ciel sereno, bensì il risultato di una lunga incubazione. Per un periodo di almeno dieci o quindici anni il PCI subisce un “molecolare” processo di trasformazione non solo della sua politica e dei suoi referenti sociali ma soprattutto della sua “visione del mondo”. Si trattò di un processo lento e progressivo (e non uniforme in tutti i suoi settori) di abbandono del marxismo, anziché di aggiornamento alle mutate condizioni storiche, come sarebbe stato necessario.

La liquidazione del pensiero critico si articolò su tre questioni. La prima è il concetto di democrazia. Questa venne concepita sempre di più come un “valore universale autonomo”, finendo per dimenticare che in una società caratterizzata da differenze di classe non può esserci vera democrazia, o come un sistema di procedure, una “tecnica” e perciò neutrale dal punto di vista di classe. Il secondo è l’interpretazione dello Stato visto come entità ancora una volta neutrale e non come organismo, che, pur attraverso forme mutevoli di mediazione tra le classi, ha come obiettivo la difesa dei rapporti di proprietà vigenti.

Tale concezione fu favorita da una interpretazione parziale di Gramsci e della categoria di egemonia. Per Gramsci lo Stato era “egemonia corazzata di coercizione”. L’aspetto coercitivo fu espunto dall’orizzonte teorico del PCI come del resto avvenne con il ruolo conservatore sulla trasformazione democratica dello stato esercitato della burocrazia statale, che invece era ben presente in Gramsci. Lo stesso Liguori vede la giustificazione di Berlinguer del “compromesso storico” con il colpo di Stato in Cile come un fatto del tutto strumentale. Mentre dimostra anche quanto pesasse il ricatto dell’uso della forza in periodo, nel quale – non scordiamolo – era in atto la “strategia della tensione”.

Infine, il terzo aspetto, che deriva dai precedenti, è il tipo di critica all’URSS. La critica all’URSS non venne incentrata sull’estromissione della classe lavoratrice dal controllo dello Stato e della produzione, cioè sull’assenza di una democrazia dei lavoratori. Al contrario, si assunse progressivamente il punto di vista dell’Occidente, sostituendo il principio ideologico di democrazia formale a quello di liberazione concreta dal dominio e dallo sfruttamento di classe. In buona sostanza, come sosteneva all’epoca Umberto Cerroni, uno degli intellettuali più rappresentativi del nuovo corso del PCI, la democrazia è valida in sé e non ha bisogno di aggettivazioni (democrazia dei lavoratori o borghese), riecheggiando quanto scriveva nel 1990 il gorbacioviano Medvedev (solo omonimo dell’attuale premier russo): “Ma l’umanesimo e la democrazia non sono soltanto mezzi ma anche valori universali autonomi”.

L’idea di Occhetto (e di Gorbaciov) che la mutazione dell’Urss e la globalizzazione avrebbero aperto le porte alla pace e al benessere mondiali avrebbe avuto negli anni successivi una secca smentita. Nei Paesi dell’Est le condizioni di vita sarebbero crollate verticalmente, in Occidente i salari reali ed il welfare state si sarebbero contratti e l’ideologia democratica sarebbe stata usata dagli Usa e dall’Occidente per giustificare una ininterrotta serie di guerre di aggressione.

Così il PCI subì un lento processo di svuotamento culturale dall’interno che eliminò, fra la massa dei suoi iscritti e dei suoi quadri, gli strumenti di analisi della società, gli “anticorpi” che avrebbero dovuto preservarlo a fronte della caduta dei Paesi dell’Est. Eppure il PCI non diventa un “normale” partito socialista o socialdemocratico. Perché?

In primo luogo, perché il clima internazionale è cambiato con l’affermazione neoliberista di Thatcher e Reagan negli anni ’80, ed anche la socialdemocrazia europea sta mutando. Punto di riferimento è sempre meno il riformismo socialista e sempre di più la liberaldemocrazia. Ne è testimonianza la fortuna presso la sinistra italiana ed europea del filosofo e sociologo liberale Ralf Dahrendorf, che aveva fatto l’esperienza della collaborazione tra socialdemocratici e liberali tedeschi.

In secondo luogo, perché le forze sociali e ideologiche che in Italia spingono per la trasformazione del PCI non premono per un partito socialdemocratico ma per un partito che non sia in alcun modo espressione della classe operaia e delle masse popolari. Si tratta di forze importanti economicamente e culturalmente, identificabili, come non manca di sottolineare Liguori, nella finanza laica. Legati a questa, il gruppo l’Espresso e la Repubblica svolsero un non sottovalutabile ruolo nel processo di smobilitazione del PCI, continuando a svolgere un ruolo di direzione politico-culturale sul PdS, sui DS e ora sul PD. Né va tralasciato il ruolo del blocco socio-economico legato al mondo della cooperazione, presente soprattutto nel PCI emiliano, che rappresentò, come evidenzia lo stesso Liguori, il principale sostegno interno a Occhetto.

In sintesi, una volta abbandonato il marxismo, il partito tende a prendere “spontaneamente” le ideologie che sono dominanti all’interno della società e che sono influenzate dai settori sociali che controllano i mezzi di comunicazione e di produzione culturale. Il risultato, comunque, fu l’affermazione sul piano culturale di un eclettismo in cui non esisteva più la centralità dei lavoratori e del conflitto lavoro salariato-capitale e con essa neanche la necessità di un partito socialdemocratico.

Vengono, invece, mischiate in un gran calderone molte questioni (quella di genere, quella ecologica, quella morale) che, anziché essere ricondotte ad una critica complessiva al modello di accumulazione capitalistico, diventano ognuna una “issue” a se stante. In conclusione, se dobbiamo rispondere alla domanda iniziale, quello del PCI fu un suicidio assistito da quelle forze sociali ed economiche che avevano tutto l’interesse, da una parte, ad eliminare una rappresentanza politica dei lavoratori e, dall’altra, a favorire la nascita di un partito che rappresentasse le proprie istanze “riformiste” degli assetti della Prima Repubblica.

La spinta di molta parte dell’ultimo gruppo dirigente dell’ex PCI all’inizio degli anni ‘90 verso il maggioritario e oggi verso le controriforme istituzionali, che stravolgono la Costituzione, affonda le proprie radici lontano, non solo nella voglia di accedere finalmente al potere dopo decenni di opposizione, ma anche nel lungo processo di stravolgimento della originaria concezione del PCI di democrazia e di Stato.