La Moratti all’attacco dell’università. E il centrosinistra?

Il 29 settembre, con un gesto arrogante e miope, il Senato ha votato la fiducia al Decreto Moratti sul riordino dello stato giuridico dei docenti universitari, sottratto agli approfondimenti necessari delle commissioni competenti e imposto forzatamente alla discussione parlamentare (si fa per dire).
Il governo conferma così, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta la pericolosità e l’arroganza della sua azione politica; ma anche tutta l’inquietante chiarezza della sua strategia, in barba alla caricatura –ben radicata anche a sinistra- di un Berlusconi tutto barzellette e gaffe.
Nel merito il decreto si muove su due direttrici principali: l’introduzione del precariato per il ruolo attualmente svolto dai ricercatori (sostituiti da contrattisti a tempo determinato) e, contemporaneamente, un forte rafforzamento della logica aziendale applicata all’Università, riconoscibile per esempio nella possibilità che un’impresa privata finanzi una cattedra per professore ordinario (non necessariamente conferita a chi abbia conseguito l’idoneità attraverso un concorso), oppure nella diversificazione degli stipendi dei docenti a seconda dell’Ateneo di appartenenza e di ambigui e pericolosi criteri di efficenza e di produttività.
Ma anche nel metodo il governo ha mostrato il suo vero volto, quello che peraltro ne ha puntualmente contraddistinto il profilo nei passaggi fondamentali di questa legislatura. Sottrarre il Decreto alla discussione nelle commissioni competenti (e, con il ricorso alla fiducia, anche alla discussione parlamentare), rifiutare il dialogo con le parti sindacali, con gli organi accademici e con i vari coordinamenti che in questi mesi hanno espresso il proprio netto dissenso alle ragioni di fondo del decreto, fa parte di una concezione della politica che è tutt’uno con ciò che quella politica poi concretamente realizza. Si tratta dei due volti di una stessa medaglia: l’uno è la ‘naturale’ ricaduta dell’altro.
Le organizzazioni sindacali hanno promosso una settimana di mobilitazione negli atenei dal 10 al 15 ottobre auspicando il blocco della didattica. In previsione del necessario ulteriore passaggio parlamentare alla Camera (dopodiché il Decreto verrebbe definitivamente approvato) è indispensabile che in ciascuna sede universitaria si faccia sentire con la maggior forza possibile la voce della protesta e del dissenso. Ed è importante che ciò avvenga con la massima visibilità possibile.
Nel frattempo è però necessario che le forze politiche di sinistra discutano nel merito della questione universitaria mettendo a fuoco il più chiaramente possibile i punti irrinunciabili per l’azione di un futuro governo di centrosinistra. Che dovrebbero poi coincidere a nostro parere con il rifiuto netto della precarizzazione e con il rafforzamento dell’università pubblica intesa come luogo in cui si intrecciano virtuosamente alta formazione e ricerca, sottraendo l’una e l’altra a ciò che ne minerebbe il senso e l’efficacia profondi, e cioè alla logica dell’azienda. Al contrario, invece, giungono proprio nelle ultime ore segnali inquietanti su questi temi dalle file del centrosinistra. Un motivo in più per cercare di fare chiarezza su una materia tanto delicata e decisiva qual è la politica da adottare nei confronti del sistema formativo universitario.