«La Moby Prince? Come Ustica»

«La sciagura del Moby Prince è una Ustica del mare». Così l’Associazione «10 Aprile» in una lettera inviata ai parenti delle vittime della strage del Dc-9 per esprimere «il rammarico per la recente sentenza della Corte di Cassazione». «Entrambi le stragi condividono
molti inquietanti elementi» aggiungono i membri di «10 Aprile», che chiede al Parlamento l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quanto accadde nei cieli di Ustica il 27 giugno del 1980 e nei mari di Livorno il 10 aprile del 1991. Entrambi i misteri sono ancora irrisolti. Ma ci sono degli aspetti particolari di contatto fra le indagini sulle due sciagure? «Innanzitutto vi è l’intervento di forze militari straniere – spiega Carlo Palermo -. Nel caso del Moby sono quelle americane e la base di Camp Darby, poi si è scoperto che quella sera avveniva un’operazione di trasporto di armamenti che non doveva esserci a Camp Darby e quindi doveva seguire altre rotte sconosciute, quindi siamo nel campo degli illeciti e della distrazione di armamenti americani per altri fini». L’avvocato Palermo, che in passato si è occupato della fase istruttoria su Ustica, nella sua richiesta di istruttoria di indagine sul traghetto della Navarma incendiatosi dopo lo scontro con la petroliera Agip Abruzzo, sottolinea un altro tassello che lega le due stragi: «Quella notte fra le vittime del Moby ci fu anche il capitano di fregata Antonio Sini, che era presente sulle navi italiane impegnate in occasione di Ustica». Quando l’aereo Itavia si inabissò, Sini navigava nel Tirreno con la nave Perseo, come addetto agli esperimenti del «Marimissili». «Noi abbiamo chiesto approfondimenti di indagine perchè Sini salì a bordo del Moby all’ultimo momento, non aveva bagagli, sono state date sempre delle spiegazioni poco chiare». A questo si aggiunge che la sera della sciagura del Moby «ci sono stati numerosi fatti legati ad una operazione militare che doveva essere coperta e la coincidenza che su quella nave vi fosse una persona dei nostri servizi è un punto da approfondire» spiega Palermo. Sini era lo stesso ufficiale che aveva addestrato per la «guerra elettronica» il tecnico Davide Cervia, scomparso dalla sua casa di Velletri cinque anni prima del mistero del Moby Prince. Sempre Sini era di Pattada, lo stesso comune in provincia di Sassari dove eran nato il maresciallo Mario Alberto Dettori, che il 30 marzo del 1987 si suicidò dopo un attentato al generale Licio Giorgieri, e compaesano di Angelo Demarcus, l’ufficiale di marina, testimone d’accusa su Ustica. Tutti nomi che poi entreranno nell’inchiesta sul Dc-9. Tornando al Moby, il ritrovamento di nuove foto satellitari scattate il giorno della tragedia e di una bobina sigillata e mai esaminata, sono le novità che hanno spinto il 15 ottobre scorso Palermo a presentare alla procura di Livorno l’istanza di riaprire l’inchiesta, su incarico di Angelo e Luchino Chessa, i figli del comandante del traghetto della Navarma. Sono infatti ancora tutte da scoprire le cause della collisione e i perché sulla lentezza dei soccorsi che hanno impedito il salvataggio delle 140 persone morte a bordo del Moby. Una nebbia fitta che avrebbe «nascosto» la petroliera; l’equipaggio del traghetto diretto a Olbia distratto da una partita di calcio in televisione; il comandante che per uscire dalla rada avrebbe scelto una rotta più veloce, ma pericolosa: insomma una serie di concomitanze e distrazioni, avrebbero portato allo schianto del Moby. Restano tanti buchi neri. Resta ancora da capire perché il comandante lancia il «may day» dopo solo 26 minuti dalla partenza – alle 22 – , ma il Moby viene individuato dai soccorsi solo alle 23,35. La capitaneria di porto di Livorno identifica la nebbia come la causa principale della schianto fra le due navi. Ipotesi però che viene smentita dall’avvisatore marittimo, dal pilota di porto, dai militari di vedetta e dagli ufficiali della Finanza che hanno affermato come la petroliera fosse ben visibile quella sera. La rada di Livorno veniva anche controllata dai radar della base Usa di Camp Darby, che vigilavanoe sulle navi americane cariche di armi durante l’operazione «Desert Storm» che si doveva chiudere proprio la notte fra il 10 e l’11 aprile. Che qualcosa di strano stesse accadendo in quelle ore nella rada è confermato da diverse testimonianze che raccontano di movimenti di altre imbarcazioni – mai individuate – che si allontanano velocemente dal luogo del disastro. Cinque giorni dopo l’incendio del Moby, il comando Usa aveva spiegato che la nave Efdim junior trasportava a Camp Darby del materiale bellico. Ma questi documenti poi sono spariti. Dopo qualche anno è stato proprio Palermo a rintracciare il rapporto degli ufficiali su questi fatti, ma non è quello originale redatto e depositato dal tenente Gentile. Infatti le date non corrispondono e questo rapporto non contiene il verbale giornaliero degli altri ufficiali come le tre relazioni dei mezzi che avevano prestato il soccorso. E così il processo è zoppo già prima della sua apertura. Per il reato di omissione di soccorso e omicidio colposo sono imputati un ufficiale dell’Agip Abruzzo, Valentino Rolla, il comandante in seconda della capitaneria di Livorno, Angelo Credo, un altro ufficiale Lorenzo Checcacci e il marinaio di leva, Gianluigi Spartano, accusato di non aver trasmesso la richiesta dei soccorsi dopo l’Sos del Moby Prince. Il 1 novembre del 1997 tutti gli imputati sono assolti: «I fatti non sussistono». Questa sentenza è stata però parzialmente rivista in appello e la terza sezione penale di Firenze ha chiuso il caso per la prescrizione del reato. La Cassazione ha messo poi la parola fine. Nell’ottobre scorso la richiesta di riaprire il caso.