La missione dello stato sociale

Universalismo Per ricostruire il welfare occorre un’altra politica economica. Replica a Damiano e Treu

Tra le scelte che qualificheranno significativamente il programma del nuovo governo ci sono quelle riguardanti lo stato sociale, che sono interconnesse con i risultati del sistema economico. Di recente (su l’Unità del 19 agosto) i responsabili delle politiche del lavoro dei Ds e della Margherita – Cesare Damiano e Tiziano Treu – hanno congiuntamente proposto le linee per una «ricostruzione del welfare» che costituiscono un utile stimolo al confronto.

Un obiettivo generale condivisibile richiamato in quel contributo è la necessità di contrastare il degrado delle condizioni di vita di lavoratori e cittadini favorito dalle «omissioni» e «dalle politiche sbagliate del centrodestra: la legge 30/2003 sul mercato del lavoro e la legge sulle pensioni 243/2004); si tratterà di superarle con `nuove leggi’».

In effetti, il recente «Rapporto sullo stato sociale. Anno 2005» (Utet libreria), mostra che, negli ultimi due decenni, nel nostro paese, la capacità di reazione dello stato sociale alle maggiori disuguaglianze prodotte dal mercato è stata tra le meno efficaci. Una elemento di spiegazione potrebbe essere cercato nel tipo di organizzazione del nostro sistema di welfare (ci tornerò tra breve), ma un punto certo è che la dinamica della nostra spesa sociale è stata tra le più contenute: mentre nel 1990 il suo valore rapportato al Pil, era inferiore di soli 0,4 punti alla media europea, attualmente il divario negativo è di circa due punti; rispetto a Francia e Germania la differenza è di oltre quattro punti.

La dinamica della nostra spesa sociale ha avuto effetti redistributivi accentuati dai cambiamenti delle sue modalità di finanziamento le quali, rispetto al 1990, hanno visto ridurre l’impegno delle imprese (dal 55% al 42%), con trasferimento a carico della fiscalità generale. Questi effetti redistributivi si sommano a quelli derivanti dalla dinamica delle retribuzioni salariali che nel corso degli anni `90 e dei primi anni 2000 hanno a malapena recuperato la crescita dei prezzi, ma sono state escluse dagli aumenti della produttività del lavoro di cui hanno beneficiato solo i profitti.

I vari modelli del welfare

Il fugace richiamo alla dinamica dei salari, della spesa sociale e della distribuzione è di ausilio per inquadrare altri aspetti di rilievo affrontati nel contributo di Damiano e Treu: «il nuovo welfare deve essere diffuso su base universale; se si vogliono finanziare i capitoli più carenti della spesa sociale …. la spesa per le pensioni deve rimanere sostanzialmente stabile nel tempo».

Il modello universalistico del welfare state ha avuto applicazioni socialmente apprezzabili quando associate a pressioni fiscali elevate, a redditi pro capite sostenuti e a bassi livelli di disuguaglianza sociale (si pensi ai paesi scandinavi); venendo meno anche solo alcune di queste circostanze, l’universalismo tende a tradursi nel «welfare minimo» riservato ai poveri (si pensi agli Usa). L’evoluzione applicativa dei sistemi di welfare ha portato anche a «contaminazioni» tra i diversi modelli «puri». Proprio nel nostro sistema – nato nel solco del modello occupazionale più orientato alla figura del lavoratore – in campo sanitario, nel 1978, si è opportunamente passati dall’impostazione mutualistica di categoria al principio universalistico del «diritto alla salute».

Ci sono altri settori del nostro stato sociale – che sono o dovrebbero essere orientati all’intera cittadinanza – le cui prestazioni sono del tutto inadeguate. Si pensi, ad esempio, agli interventi di tipo assistenziale, di sostegno al reddito e di lotta alla povertà.

Un settore d’intervento pubblico di fondamentale importanza che riguarda l’intera collettività è quello dell’educazione e formazione in senso lato. Purtroppo, nel nostro paese, il tasso di scolarizzazione, il numero di laureati e gli indicatori di formazione continua sono tra i più bassi in Europa e ciò contribuisce a spiegare le preoccupanti carenze strutturali del nostro sistema produttivo (che, peraltro, è così arretrato da richiedere forza lavoro ancora meno istruita di quella disponibile). Dunque, alcuni importanti servizi del nostro welfare state – che riguardano l’intera collettività – andrebbero potenziati, naturalmente tenendo conto delle specifiche situazioni socio-economiche dei potenziali beneficiari.

Tuttavia, specialmente nel programma di uno schieramento progressista, lo stato sociale non può e non deve ignorare alcune rilevanti e specifiche esigenze dei lavoratori. Ad esempio, merita ricordare che le pensioni riguardano i lavoratori in quanto tali, poiché per chi dispone di altri tipi di reddito, l’esigenza di assicurare una loro continuità quando viene meno la capacità lavorativa non si pone affatto. Tuttavia, il nostro sistema fiscale tassa maggiormente le pensioni che le rendite finanziarie; nel caso di adesione a sistemi pensionistici privati che si vorrebbero incrementare non si distingue tra contribuenti che vivono di rendita o di lavoro e il contributo pubblico, paradossalmente, è più che proporzionale al reddito del contribuente.

Le illusioni dei fondi privati

Le riforme pensionistiche degli anni ’90 hanno eliminato molte sperequazioni di trattamento prima esistenti e hanno ridotto l’andamento della spesa in misura sostanziale. Attualmente le prestazioni previdenziali del sistema pubblico al netto delle trattenute d’imposta sono inferiori alle entrate contributive per circa un punto di Pil. Tuttavia, per milioni di lavoratori attuali, i tassi di copertura delle loro pensioni non supereranno il 30% dell’ultimo reddito da lavoro. Proporsi di lasciare costante la spesa pensionistica in presenza di un sensibile aumento della quota degli anziani sulla popolazione equivale ad aggravare il loro status di poveri.

Pensare che rispetto a questa preoccupante prospettiva lo sviluppo dei fondi privati sia una soluzione efficace è per lo meno illusorio; essi devono comunque essere finanziati attingendo al reddito correntemente prodotto che, tuttavia, verrà sottratto maggiormente ai lavoratori (il ricorso al Tfr) e meno alle imprese (la riduzione dei contributi sociali versati al sistema pubblico). E’ una scelta che renderà più instabili le prestazioni e, a causa della struttura del nostro sistema produttivo fondato su piccole imprese non quotate in Borsa, provocherà anche un consistente travaso di risparmio nazionale verso le economie estere (oggi – pur gestendo risorse ancora relativamente limitate – i fondi pensione investono in azioni italiane solo il 3% dei contributi).

Le politiche di particolare contenimento dei salari e della spesa sociale affermatesi in questi anni nel nostro paese non sono servite a migliorare le performance del sistema economico, ma le hanno spinte al di sotto della media; l’affermarsi di quelle scelte è stata la conseguenza dell’allocazione dei profitti nei settori caratterizzati da rendite di posizione, dal mancato rinnovamento del nostro sistema produttivo e dal suo miope ripiegamento sulla competitività di prezzo (perseguita appunto contenendo i salari). Hanno così prevalso gli interessi economico-produttivi e le posizioni socio-politiche più arretrate che al lavoro e agli equilibri sociali assegnano tuttalpiù il ruolo di variabile dipendente. Lo stato sociale può e deve essere messo nella condizione di arrestare e invertire la decadenza in atto degli equilibri sociali; ma, allo stesso tempo – accrescendo il capitale umano e migliorando le condizioni di sicurezza sociale che favoriscono l’intrapresa da parte dei lavoratori e delle imprese dei rischi connessi all’innovazione – le istituzioni del welfare possono e devono contribuire alla ripresa del nostro sistema economico. Questi risultati implicano un ribaltamento della politica economica, delle strategie produttive e del ruolo in esse assegnato al lavoro; un ruolo che, in particolare, non può essere ignorato o addirittura contraddetto nell’organizzazione dello stato sociale. Nel nostro sistema di welfare è necessario implementare alcune prestazioni di tipo universalistico, ma non certo a detrimento di quelle specificamente rivolte al mondo del lavoro e ai lavoratori che, unitamente agli equilibri economici e sociali, sono stati già molto penalizzati da uno strumentale affastellamento di preteso riformismo, idee vecchie e interessi regressivi.