La «mini Kyoto» di 9 stati americani

Il protocollo di Kyoto sul clima è lettera morta, per quanto riguarda gli Stati uniti. E però l’amministrazione di George W. Bush è ormai «scavalcata» dai singoli stati, che sembrano prendere la questione dei cambiamenti del clima molto sul serio. L’ultima notizia è che 9 stati del nord-est americano hanno concordato nelle linee generali un piano per congelare e poi ridurre le emissioni di anidride carbonica delle loro centrali elettriche. Sono gli stati di New York, tutti quelli del New England, Connecticut, Delaware, New Jersey: non sono altrettanto «sporchi» di certi stati del Mid-west con le loro centrali a carbone, ma rappresentano pur sempre una quantità di emissioni di anidride carbonica totale pari a quella della Germania. Dunque: questo nove stati stanno mettendo a punto un piano, chiamato Regional Greenhouse Gas Initiative («Iniziativa regionale sui gas di serra»), che prevede di congelare le emissioni delle centrali elettriche al livello attuale, a partire dal 2009, e poi ridurle del 10% entro il 2020. Il piano è ancora in fase di definizione, ma gli stati coinvolti hanno annunciato che c’è l’accordo preliminare e le cose sono a buon punto, confermando così l’anticipazione pubblicata dal New York Times (il 24 agosto). Per la precisione: il progetto è di mettere un «tetto» alle emissioni bloccandole a 150 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, che è la quantità media emessa annualmente nei tre anni più alti registrati tra il 2000 e il 2004. Ognuno dei nove stati avrà il suo limite: lo stato di New York il più alto, con 65 milioni di tonnellate annue, il piccolo Vermont il più basso, 1,3 milioni di tonnellate. Questo limite sarà applicato a partire dal 2009, ma poiché è previsto che nei prossimi anni la produzione di energia elettrica aumenti, è chiaro che questi stati dovranno cercare subito di ridurre le emissioni per elettricità generata. Dal 2015 poi dovranno cominciare a ridurre. Non è molto, in sé: il protocollo di Kyoto, che in fondo è fin troppo proudente, impone ai paesi industrializzati di tagliare le emissioni del 5% in media rispetto al livello del 1990 entro il 2012. L’iniziativa del 9 stati americani però resta importante. Primo, perché è pur sempre meglio di niente: l’amministrazione Bush continua a non voler regolamentare in nessun modo le emissioni di gas di serra del paese, nonostante che gli Usa producano da soli circa un quarto dell’anidrige carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera terrestre… I 9 stati sono consapevoli che applicare controlli sulle emissioni potrebbe far salire il prezzo dell’energia, ma sperano di bilanciare con l’aiuto di innovazioni tecnologiche che saranno finanziate dalla vendita di «permessi di emissione» – perché una volta fissati tetti di emissioni ammesse si mette in moto il meccanismo del commercio delle quote di emissioni consentite, così le aziende che riescono a innovare e ridurre di più possono vendere le quote non utilizzate. Insomma, siamo nel’ambito dei «meccanismi di mercato» per il controllo delle emissioni. Resta meglio che niente.

Molti ambientalisti americani inoltre sperano che l’iniziativa del nord-est sia d’esempio per altri stati e spinga infine il Congresso a varare leggi nazionali, e questo è il secondo motivo per cui è importante. In effetti California, Oregon e Washington (cioè tutta la costa ovest) stanno già studiando qualcosa di simile. Altri stati hanno cominciato a incentivare le energie rinnovabili o il risparmio energetico. La California ha una nuova legge che obbliga i produttori di automobili a ridurre le emissioni dei nuovi veicoli, che significa ridurre il consumo di carburante. E’ interessante notare che tutte queste sono iniziative «bi-partizan»: i nove stati nord-orientali ad esempio si sono messi insieme rispondendo all’invito del governatore dello stato di New York, George Pataki, repubblicano, che così ha rotto apertamente con la politica dell’amministrazione Bush sul clima. Pataki ha sempre evitato di polemizzare direttamente con Bush, ma ha ripetuto in più occasioni che gli stati hanno il dovere di prendere iniziative anche se l’amministrazione centrale non considera il clima una priorità.