La memoria viva di Sabra e Chatila

BEIRUT

Una grande bandiera palestinese, stesa in alto, contro il sole, tra due palazzi, oscilla sul variopinto e maleodorante mercato di Sabra ai primi venti che annunciano la fine dell’estate. E, con l’arrivo delle prime nuvole di pioggia, quella bandiera, al bando per anni anche in Libano, annuncia a tutti la giornata del 17 settembre, diciannovesimo anniversario della strage del 1982. Quell’anno, tra il 16 e il 18 settembre, per queste strade e vicoli angusti, tra alte costruzioni che si toccano l’una con l’altra, quasi alberi d’una foresta di cemento e mattoni, le milizie falangiste filo-israeliane mandate dall’allora ministro della difesa Ariel Sharon massacrarono con coltelli, accette e armi da fuoco duemila, forse tremila profughi palestinesi – nessuno sa il numero delle vittime di quell’offesa alla vita dal momento che molti corpi vennero sepolti dai bulldozer israeliani o gettati chissà dove dalle milizie falangiste o da quelle del Libano del Sud.
Non si trattò di un’esplosione di rabbia per l’uccisione, tre giorni prima, dell’appena eletto presidente falangista Bechir Gemayel imposto dall’esercito israeliano, ma di un piano preciso – già concordato tra Sharon e lo stesso Bechir poche ore prima della sua morte – per “ripulire etnicamente” il Libano cacciando con i bombardamenti e il terrore i profughi verso la Giordania. E così facendo cancellare l’Olp dall’equazione mediorentale e annettere ad Israele la gran parte, tranne alcune riserve palestinesi, dei Territori occupati nel 1967. Un progetto che lo stesso Sharon sembra perseguire di nuovo. Non a caso nelle mobilitazioni per ricordare Sabra e Chatila, iniziate ieri nel sud, nei campi di Sidone e di Tiro – questo è l’anniversario, non le menzogne raccontate dal Tg1 in questi giorni per “trovare il nesso” con gli attentati americani – gli slogan dominanti sono: “Sharon ieri a Sabra e Chatila oggi in Palestina” e “Sharon criminale di guerra al tribunale dell’Aja”, in riferimento alla denuncia presentata dall’avvocato libanese Cibli Mallat a nome di trenta famiglie di sopravvissuti e di caduti davanti ad un tribunale belga. Una denuncia “storica” come ci spiega lo stesso avvocato Mallat, già professore di diritto a Londra nonostante la giovane età: “Non solo per la prima volta un pubblico ministero ha rilevato la validità delle nostre accuse ma anche perché abbiamo sfatato il mito mediatico – ci dice nel suo studio pieno di preziosi codici ereditati dal padre e dal nonno anch’essi famosi giuristi – della responsabilità ‘indiretta’ di Sharon indicata dalla commissione d’inchiesta israeliana presieduta dal giudice Kahan. Una definizione formulata per dare all’opinione pubblica l’impressione che in realtà Sharon non fosse responsabile per l’eccidio. Al contrario. Essere responsabile per un ministro, per un comandante, non significa aver squartato personalmente quella povera gente. Nessun comandante lo fa personalmente. Ma è lo stesso responsabile per quanto i suoi uomini o uomini che lui comunque comandava hanno fatto in una zona da lui controllata”. La notizia che il governo belga ha vietato una manifestazione per ricordare Sabra e Chatila dopo i tragici fatti di New York lo ha profondamente turbato: “Non capisco come il chiedere giustizia e il ricordare le povere vittime di quel massacro, di quel crimine del 1982, possa essere nascosto o cancellato da un altro crimine avvenuto in questi giorni. Al contrario. Non si può pretendere giustizia in un caso e assolvere i criminali nell’altro. Non si possono usare du
e pesi e due misure a seconda di chi sono le vittime”.
Ancora più duri i commenti per le strade di Chatila. “Mi dispiace per le cinquemila vittime dell’attentato di New York – sostiene Ghassan studente delle superiori mentre mangia un falafel dall’aspetto invitante – ma se si vogliono evitare fatti di quel tipo occorre rimuovere le radici delle ingiustizie, a cominciare dalla soluzione della questione palestinese, ed evitare atteggiamenti razzisti. Dov’erano i minuti di silenzio e le ‘grandi coalizioni per la civiltà’ di cui straparlano i media quando a Tall al Zaatar vennero massacrati 3-4.000 palestinesi? Dov’erano nell’82 ai tempi di Sabra e Chatila? Dov’erano quando le bombe al fosforo di Sharon e quelle a biglia Usa uccisero nel 1982 oltre 30.000 libanesi e palestinesi? Dov’erano quando in Iraq sotto le bombe morivano 100.000 iracheni o quando l’embargo ne uccide un altro milione e mezzo? Adesso vogliono fare una terza guerra del Golfo per “colpire i criminali” (predendosi il petrolio afghano o iracheno) mentre allo stesso tempo ricevono con tutti gli onori il criminale Ariel Sharon. Morire bruciati dal fosforo a Beirut è meno grave forse che morire bruciati a New York?”.
Quest’anno, per la prima volta, l’eccidio di Sabra e Chatila sarà ricordato in questi giorni non solo in tutte le comunità palestinesi in piena libertà ma anche dalle autorità libanesi. Una mobilitazione frutto sia del nuovo clima nei campi determinato dall’Intifada sia dal riavvicinamento di Yasser Arafat a Damasco. L’Intifada sembra anche aver riavvicinato (nonostante le leggi anti-palestinesi che negano ai profughi la possibilità di lavorare e persino di avere una casa) parte dell’opinione pubblica libanese ai palestinesi. Almeno a livello di stampa. Le celebrazioni culmineranno domani, lunedì, con la deposizione di una corona di fiori alla fossa comune di Chatila, fino a pochi mesi fa ridotta a discarica, da parte delle Ong palestinesi in Libano, Territori occupati e Israele, di quelle libanesi e arabe, e della delegazione italiana organizzata da il manifesto, con la partecipazione di Ong (Arci, Ics, Servizio civile internazionale,Salam), Comitati di solidarietà con la Palestina, Donne in nero, sindacati (Fiom Cgil), forze politiche della sinistra (da Rifondazione ai Ds passando per i Verdi e il Pdci). Ma il ricordo di Sabra e Chatila non rimarrà confinato nei campi profughi, interesserà anche Beirut ovest. Fatto non certo secondario considerando che gli uffici dell’Olp nella capitale libanese sono ancora chiusi. La giornata si concluderà con uno spettacolo nell’auditorium dell’Unesco dove si esibiranno una compagnia di danza popolare palestinese dei ragazzi dell’associazione delle vittime di Tall al Zaatar, il famoso cantante libanese Charbel Rohana, e il gruppo jazz italiano di Liguori, Garlaschelli e Pintori noto per la “Cantata rossa per Tall al Zaatar” (Cd ed. Radio popolare di Milano).
Per la prima volta la fossa comune con i resti delle vittime del massacro sarà ricoperta di fiori e verranno piantati lungo il perimetro ulivi per non dimenticare le vittime dell’eccidio e allo stesso tempo per ricordare con l’albero simbolo della Palestina la loro patria lontana.