La memoria lunga di Bassora

La città sciita, che oggi resiste sorprendentemente, non dimentica il tradimento di Bush sr.

Tra i tanti libri polverosi appoggiati al suolo su stuoie, sopra carrettini a due ruote o nelle librerie nel suk dei libri di Baghdad, dietro via Rashid, il cuore della vecchia città, o nelle ormai pochissime librerie di Bassora, morenti per l’embargo e le distruzioni di oltre venti anni di guerra, pima con l’Iran, laggiù dietro lo Shatt el Arab, i palmeti e le paludi, fa bella mostra di sé ogni tipo di testo possibile sia stato stampato negli ultimi cento anni, in arabo e in inglese sulla storia della Mesopotamia, quasi sempre vissuta, anche quella sumera più antica, come qualcosa che riguarda direttamente il lettore di oggi. Quasi che, nonostante le tante divisioni intestine e dominazioni, questa terra abbia avuto un’unica ininterrotta storia, mai passata, che ha avuto inizio oltre 5.000 anni fa con l’invenzione della scrittura da parte dei sumeri (i commentatori in tv spesso hanno come un ultimo briciolo di ritegno a parlare di Mesopotamia se si tratta della guerra all’Iraq). Una storia dalla quale trarre ispirazione o con la quale più spesso perdersi nel già caldo vento della primavera, in sogni fantastici di grandi imprese, avventure di viaggio o di martirio. Magari stesi a prendere il dolcissimo the in qualche raro superstite dei famosi balconi di legno chiusi da scuri mobili dai quali gli abitanti di una quasi scomparsa Venezia del Medio Oriente potevano osservare non visti i passanti. Con l’assoluta convinzione della fuggevolezza delle sventure, come nel caso dei tanti naufragi di Sindbad il marinaio, delle «mille e una notte», che riprendeva sempre il mare dopo ogni naufragio incapace di non ritentare il destino. Il tutto permeato, qui dove l’Oriente incontra l’Occidente, dal senso del martirio rivissuto periodicamente, quasi ad esorcizzare i tanti martiri involontari della vita quotidiana, sia di una altrettanto ricorrente risurrezione, di un’estasi altamente sensuale, di un completo abbandonarsi in una qualche divinità di questo o dell’altro mondo. Sentimenti questi che avvicinano assai più di quanto non si possa pensare sia la piccola ma ricca di storia comunità cristiana di Bassora che la maggioranza sciita di questa città-porto, da sempre cosmopolita allo sbocco dello Shatt el Arab formato dal confluire del Tigri e dell’Eufrate.

Se gli strateghi americani, o i tanti esperti europei avessero letto un po’ di quei libri polverosi, su Bassora come sulla vicina, a nord-ovest, Nasseriya, là dove sorgeva Ur, la città dalla quale Abramo iniziò il suo lungo cammino verso la Palestina (il sogno della Erez (Grande) Israele non a caso arriva proprio alla riva destra dell’Eufrate, secondo alcuni la seconda striscia blu sulla bandiera dello stato ebraico) forse si sarebbero meravigliati un po’ meno delle difficoltà incontrate dall’invasione anglo-americana dell’Iraq: a parte l’ovvie considerazione che difendere il proprio paese è abbastanza diverso dal combattere per averne invaso un altro, forse avrebbero capito e si sarebbero mostrati un po’ meno meravigliati. Ad esempio quando a metà de Settecento i persiani lanciarono un assalto generale su Bassora contando sui contrasti tra la città sotto il potere ottomano e la potente e ribelle confederazione tribale dei Muntafiq delle zone circostanti, vennero respinti da una inedita e inaspettata mistura di giannizzeri, Armeni, frati carmelitani e tribù delle paludi. Analoga e ancor più amara sorpresa avrebbero avuto gli inglesi che, venuti qui per «liberare il paese dai gioco ottomano», tra Basra e Kut più a nord delle paludi, ora in gran parte prosciugate persero oltre 50.000 uomini. E altre migliaia nelle rivolte che pochi anni dopo percorsero l’Iraq sotto il mandato britannico. Ma forse per non sorprendersi troppo della resistenza, disperata e apparentemente inutile degli assediati di Bassora, basterebbe fare una passeggiata lungo i vari porti lungo lo Shatta el Arab dove centinaia di navi , forse migliaia, sono ferme dall’inizio della guerra all’Iraq nel 1980, alcune affondate ma altre, rugginose, abitate ancora oltre che da torme di topi anche da qualche marinaio senza o con troppe speranze. O forse senza altra vita. Bassora infatti venne bombardata quasi ogni giorno durante tutta la guerra Iran-Iraq con terribili distruzioni e vittime, ma non cedette mai. Anche se la maggioranza degli abitanti sono di religione sciita come il nemico di sempre iraniano. File interminabili di palme ormai morte, senza foglie (la palma muore se la parte superiore viene tagliata, tanto più da un proiettile), palme di oltre 400 tipi diversi che danno i migliori datteri del mondo, ci ricordano ancor oggi gli orrori ormai nascosti di quella guerra che insanguinò il paese dal 1980 al 1988. Rientrando in città non può non colpire come gran parte del suk sia nuovo di zecca essendo stato completamente distrutto dalla rivolta del 1991 dopo la disfatta in Kuwaii portata avanti dai soldati sbandati, da gruppi della sinistra e soprattutto dai fuoriusciti iracheni tornati in patria dal vicino Iran. Una rivolta schiacciata nel sangue mentre i marines americani guardavano da lontano con i binocoli a pochi chilometri di distanza. Rivolta repressa sia dalle truppe scelte del regime di Saddam sia dalle proprie contraddizioni, prima tra tutte il fatto che gli stessi sciiti iracheni, dopo aver combattuto per tanti anni contro l’Iran non avevano certo visto di buon occhio il fanatismo religioso di tipo khomeinista di parte del movimento e l’imposizione da parte di questi di una osservanza esasperata del Corano. Forse la distruzione di un negozio dove si vendeva la buonissima birra locale irachena la Sherazade, nel suk di Bassora, fu altrettanto se non più dannoso delle cannonate della guardia repubblicana. Dopo gli inviti alla rivolta del 1991 e il seguente ritiro dei marines è difficile che non tanto i sostenitori del regime – qui non pochi – e un esercito assai disciplinato e professionale quanto gli stessi avversari del potere di Baghdad, credano di più alle parole e alle intenzioni degli Usa. E sotto la dolcezza dei sumeri del sud, dolci come il corso dell’Eufrate, s’intravvede la durezza degli assiro-babilonesi, imprevedibili e impetuosi come le sorgenti del Tigri.