La mega intercettazione di Bush

Nell’ottobre 2001, cioè quando le macerie delle Torri Gemelle di New York abbattute dai terrorsti stavano ancora fumando, Khalid Sheik Mohammed, l’uomo ritenuto la «mente» di quell’attacco, si era già messo al lavoro per prepararne un altro. Ma i prodi investigatori americani, aiutati da quelli di altri Paesi non specificati, sono riusciti a sventarlo. Questa la «rivelazione» che George Bush ha fatto in un discorso pronunciato ieri al Memorial della Guardia Nazionale, dopo che i suoi uomini si erano fatti in quattro per «allertare» i media americani che il loro capo avrebbe fatto «importanti rivelazioni». La decisione di operare questa piccola breccia nei segreti che la Casa Bianca custodisce con tanta ostinazione è stata presa per attenuare la crisi in cui Bush ha gettato se stesso dando vita al famoso programma di spiare le telefonate e le e-mail di cittadini americani, ignorando il preciso obbligo di farlo solo con l’autorizzazione di un tribunale contenuto nella legge del 1978, che fu votata proprio dopo la scoperta degli abusi compiuti da Richard Nixon, nella sua paranoia. «Vedete? – ha in pratica voluto dire Bush con la sua rivelazione – Noi siamo impegnati a difendere il popolo americano da nuovi attacchi terroristici e loro si perdono nelle quisquilie legali», laddove loro significa i democratici ma anche i molti repubblicani cui quella violazione di legge non va giù e lo dicono apertamente.

L’obiettivo di quel nuovo attacco, ha spiegato ancora Bush, era nientemeno che la Liberty Tower di Los Angeles e se fosse riuscito, i terroristi avrebbero avuto la possibilità di accomunare la East e la West Coast, distruggendo il più alto edificio (310 metri) della metropoli californiana. Ma ci sono due problemi. Uno – veniale, visto che Bush ha abituato tutti a ben altro – è che a Los Angeles non c’è una Liberty Tower ma una Library Tower che oltre tutto nel frattempo ha cambiato nome ed è diventata la US Bank Tower, come gli imbarazzati addetti stampa di Bush si sono immediatamente precipitati a precisare. L’altro è che quell’attentato sventato, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso Bush, non sembra avere niente a che fare con le intercettazioni illegali delle telefonate e delle e-mail, per le quali a tutt’oggi la Casa Bianca non ha ancora fornito una spiegazione capace di reggersi in piedi. Khalid Sheik Mohammed, che poi è stato catturato nel 2003 e attualmente si trova in un luogo segreto, secondo Bush aveva incaricato del colpo di Los Angeles un «operativo» noto solo come Hamball, il quale aveva pensato bene di evitare questa volta di reclutare dirottatori arabi (che difficilmente sarebbero passati al vaglio dei controlli) rivolgendosi invece a gente originaria del Sud Est asiatico. Ne trovò quattro, li portò nietemeno che al cospetto di Osama bin Laden e lui approvò sia il piano che la scelta degli esecutori. Il progetto era di servirsi di un esplosivo nascosto nelle loro scarpe per far saltare il portello della cabina di pilotaggio di un aereo di linea, ammazzare i piloti, mettersi ai comandi e dirigersi verso l’obiettivo. Quel piano è saltato, ha detto Bush, grazie all’arresto di colui che lo stava coordinando, rimasto innominato, avvenuto nel marzo del 2002 in «un Paese del Sud Est asiatico», innominato anch’esso ma molto calorosamente ringraziato da Bush, che ha anche elogiato la «fattiva collaborazione» che tanti altri paesi hanno fornito agli Stati uniti. Ma non ha detto una parola che possa far pensare a un ruolo purchessia svolto dalle intercettazioni illegali, che invece continuano a tenere banco. Nella prima udienza tenuta l’altro giorno dalla commissione Giustizia del Senato, il segretario della Giustizia Alberto Gonzales ha fatto una figura talmente barbina, con le sue contorte spiegazioni in cui non si capiva nulla, che a un certo punto perfino il presidente di quella commissione, il repubblicano Arlen Specter, è sbottato con un «ciò che lei dice è completamente fuori dalla logica e dalla lingua inglese».

Non è chiaro se Specter si sia anche pentito di non aver preteso che Gonzales deponesse sotto giuramento, ma l’eventualità di trasformare gli hearing della commissione Giustizia in una inchiesta con tutti i crismi (con tanto di convocazioni obbligatorie e di interrogatori in cui chi mente finisce sotto processo per spergiuro) sembra farsi sempre più strada fra deputati e senatori, anche repubblicani.