La marcia degli immigrati

Sono state settanta le città percorse ieri dai cortei degli immigrati e dei loro sostenitori, in quella che è stata chiamata la «giornata nazionale per la giustizia nell’immigrazione». E’ stata indetta dalle organizzazioni degli immigrati stessi – in particolare quelli provenienti dal Messico e dai Paesi dell’America centrale che a questo punto hanno una «rete» di radio che li coordina con un’efficacissima capillarità da fare invidia a quella leggendaria del partito repubblicano – e da una miriade (varie centinaia) di organizzazioni sindacali, religiose, dei diritti civili. La partecipazione, già nel primo pomeriggio di ieri, era tale che le tv americane – scottate dalle loro stime delle manifestazioni scorse, risultate poi troppo basse – hanno deciso di riferirne «a lunghezza» (dei cortei) invece che «a numeri»: quattro miglia il corteo ad Atlanta, due miglia quello a Indianapolis, due miglia a Seattle, tre miglia a Filadelfia e così via, con l’avvertenza che in alcuni casi questo modo di contare non funzionava. A Washington, per esempio, la manifestazione consisteva in un gran numero di piccoli cortei destinati a confluire verso il Capitol, cioè il palazzo dove sabato è stata consumata la «fuga» dei senatori verso le vacanze pasquali senza avere raggiunto un accordo sulla legge per l’immigrazione. A New York, poi, le concentrazioni sono avvenute in tre punti diversi della città per poi confluire davanti a City Hall il cui capo, il sindaco Michael Bloomberg, è completamente schierato dalla parte degli immigrati. Giorni fa si è perfino messo in prossimità di quelli che predicano la «disobbedienza civile», quando ha detto che la «sua» polizia non avrebbe mai ricevuto l’ordine di deportare la gente e si era anche permesso qualche ironia verso coloro che la deportazione non la nominano ma chiaramente la sognano: «Come farete a far cacciare dodici milioni di persone? Quale gigantesco esercito mobiliterete?
Questa storia della deportazione ha acquistato anche un risvolto che nel ben noto pragmatismo americano (seppure in ribasso, con il «cristiano rinato» Bush) promette-minaccia di avere il suo peso: il risvolto dei soldi. Secondo uno studio compiuto dal Center for american progress, se la legge approvata alla Camera dovesse restare senza modifiche da parte del Senato e quindi essere applicata così com’è, porterebbe le finanze americane alla bancarotta. Secondo quel calcolo, uno su quattro dei 12 milioni di immigrati «illegali» potrebbe decidere di andarsene di propria volontà, ma gli altri tre (cioè nove milioni di persone) dovrebbero essere scovati e arrestati, la loro situazione dovrebbe essere valutata e poi eventualmente dovrebbero essere accompagnati alla frontiera. A conti fatti, fra impiego dei poliziotti, mobilitazione degli uffici amministrativi, spese per il «trasporto forzato» eccetera, ci vorrebbero 215 miliardi di dollari, cioè molto più di quello che serve per realizzare il progetto di Bush (alquanto fantomatico, in verità) di cominciare a ridurre il debito pubblico record da lui creato, a partire dal 2009, cioè quando alla Casa Bianca ci sarà qualcun altro. Interpellati in proposito, gli uomini dell’amministrazione non se la sono sentita di negare la ragionevolezza dei numeri presentati dal Center for american progress, sebbene la sua etichetta sia quella «liberal».
Ma il problema politico naturalmente prevale. Che la legge della Camera non possa diventare operativa sono convinti in molti, compreso un buon numero di senatori repubblicani, malgrado quella legge sia stata voluta innanzi tutto dai deputati del loro partito. Ma su quanto e come debba essere modificata le divisioni sono risultate tanto inconciliabili che sabato, si diceva, è stato impossibile mettersi d’accordo. I senatori in vacanza fanno sapere di essere «intenzionatissimi» a riprendere il lavoro subito dopo il ritorno a Washington, ma intanto per ora a parlare sono i manifestanti. In tutte le loro manifestazioni lo slogan dominante è «Non siamo criminali, siamo gente che lavora duro», e la cosa sembra cominciare a fare breccia anche nel «popolo dei sondaggi». Fino a poche settimane fa il «problema immigrazione» era praticamente assente nella lista delle maggiori preoccupazioni del pubblico. Ora è diventato «importante» per il 14 per cento dei consultati. Davanti c’è solo la guerra in Iraq e l’andamento dell’economia.