La manovra del ragioniere

Le relazioni tecniche sono una noia mortale. Per questo quasi nessuno le legge, a parte chi le stila. Eppure contengono un sacco di informazioni, perché anche le volontà più ferree devono fare i conti con la tecnica. Così se vuoi costruire una casa è bene sapere quanto cemento ci metterà il geometra e il futuro proprietario forse dovrebbe verificare la tenuta dei piloni di sostegno prima d’occuparsi di come arredare il salotto. L’attenzione dovrebbe essere ancor più precisa quando l’edificio in questione chiama in causa le risorse da dedicare alla società in cui si vive. Per questo in tempi di Finanziaria sarebbe bene curarsi della relazione tecnica che l’accompagna: lì dentro ci sono numeri che svelano verità più o meno nascoste.
E’ leggendo quei numeri che scopriamo una vocazione suicida di chi ha costruito una manovra con spirito da piccolo ragioniere. Perché nella relazione tecnica ci si dice che alla voce risparmi, nel capitolo scuola, è previsto il taglio di 50.000 insegnanti (da quelli «normali» a quelli «d’appoggio») come effetto di due geniali misure: l’aumento del numero degli alunni per ciascuna classe e la diminuizione delle bocciature. La cosa deve essere apparsa quasi irrilevante ai tecnici del ministero dell’economia: mezzo alunno in più per classe non sembra una tragedia, 20.000 bocciati in meno può essere persino un positivo auspicio. Meno soddisfatti sono gli insegnanti che dovranno sloggiare in qualche modo. Ma cosa non si fa per il bene comune? E, poi, la lunga storia italiana di esuberi cui garantire un reddito conforta anche il rigorosissimo Padoa Schioppa, disposto a pagare qualcosa in termini di assistenza pur di rispettare i vincoli di Maastricht.
Il problema è che così non si fa affatto il bene comune. Si avviliscono importanti professionalità, si mina alle fondamenta l’edificio della formazione e si ripudia la centralità dell’istruzione pubblica, visto che accanto a quei tagli crescono i finanziamenti alle scuole private (da 100 a 150 milioni di euro, forse in coerenza con il crescente peso dei «teodem» dentro la compagine governativa e nel futuro Partito democratico).
Quando il governo avrà trovato il mezzo alunno in più da piazzare in ciascuna classe, avremo aule più affollate, insegnanti meno efficienti, un impianto scolastico che farà un altro passo indietro nella classifica che misura la qualità della formazione. Un vero capolavoro per una maggioranza che, prima delle elezioni, aveva giustamente denunciato il degrado della nostra scuola e promesso di porvi rimedio. Verrebbe voglia di mandarli al diavolo anche in presenza dello spettro di Berlusconi.
C’è da aggiungere che il combinato disposto di questa e altre misure potrebbe determinare un ulteriore «miracolo»: creare un fronte d’insoddisfazione e protesta contro il governo che va dal gioielliere all’insegnante, con la prospettiva – tra qualche mese – di aggiungervi pure operai e impiegati (con relativi sindacati) se verrà riproposta pari pari la «riforma» delle pensioni che è stata fortunatamente tolta dalla Finanziaria. Sarebbe l’indegna conclusione delle manovre ragionieristiche di chi non ha voluto fare una scelta netta: a forza di non volersi scontrare con la parte più ricca della società, si finisce per scontentare tutti; e rimanere soli. E potrebbe essere anche la fine dello stesso governo.