La malinconia del «movimiento»

Buenos Aires è una città sempre spaesante. Un sentimento che diventa molto più forte se si arriva nella capitale argentina dopo un anno di assenza. Da una parte, sono evidenti i segnali di una ripresa economica, di un rilancio dei consumi, della presenza di una classe media che riacquista sicurezza e che torna a imprimere il segno dei suoi stili di vita sulla quotidianità di molti quartieri centrali della capitale argentina. È davvero difficile, girando per le strade della città, riscoprire i segni – fino allo scorso anno così evidenti – della grande esplosione di creatività collettiva determinata dallo sviluppo dei movimenti dopo l’«insurrezione» del 19 e 20 dicembre 2001. Lo stesso dibattito politico sembra aver rimosso quella stagione, e torna a focalizzarsi sulle anomalie del sistema politico argentino, irriducibile a quel bipolarismo di impronta «europea» che molti commentatori considerano l’unica soluzione per i problemi del paese. Dall’altra parte, è sufficiente uscire dal centro della città per verificare quanto poco sia cambiato nelle condizioni di vita di una parte consistente della popolazione. Nello sterminato conurbano bonaerense continuano ad esempio le occupazioni di terre per costruire nuove case, che hanno rappresentato in questi anni la principale forma di sviluppo del tessuto metropolitano. Ma è più in generale una socialità davvero irriducibile alle retoriche dominanti quella che qui ti si presenta. Solo che nelle parole degli attivisti dei movimenti sociali prevalge il racconto di una frammentazione estrema, di processi di spoliticizzazione che si sono dispiegati parallelamente alla cooptazione di una parte dei movimenti nella ricostruzione di apparati clientelari di mediazione sociale. Non mancano le esperienze innovative, i progetti, le idee: ma in generale ti resta l’impressione di una malinconia di fondo. È a partire da questa esperienza della città che avviene l’incontro con il Colectivo Situaciones», anche se poi il dialogo si è spostato sulla situazione dell’America Latina.

Il Colectivo Situaciones è un gruppo di ricercatori e militanti che ha dato vita a una piccola casa editrice specializzata nella pubblicazione di testi filosofici, ma anche di volumi che raccolgono analisi e materiali sulle esperienze dei vari movimenti sociali latinoamericani (in Italia è stato tradotto da DeriveApprodi il volume dedicato ai Piqueteros).

È abbastanza evidente che, sia per una serie di sviluppi interni al continente, sia per la situazione globale, con gli Stati uniti in qualche modo «distratti» dalla guerra in Iraq, si sono aperti negli ultimi due anni spazi crescenti per una politica autonoma latinoamericana. Direi di più: mi pare che la dimensione continentale gioc svolga ruolo sempre più importante nella definizione delle politiche interne nei principali paesi latinoamericani. E questo determina una contraddizione tra questa dimensione continentale e una retorica politica sostanzialmente centrata sulla sovranità nazionale…

Negli ultimi anni molte cose sono effettivamente cambiate in molti paesi latinoamericani. In Uruguay, in Argentina, in Brasile, in Venezuela, in Bolivia, per alcuni aspetti anche in Cile, sono arrivate al potere, certo in condizioni diverse, forze politiche che avevano a lungo rappresentato l’opposizione, spesso anche quella «rivoluzionaria» in quei paesi. Questo spiega in buona parte l’entusiasmo, l’eccitazione che attraversa il continente, l’impressione che molti hanno di trovarsi di fronte a una sorta di revival bolivariano… A noi pare, tuttavia, che senza negare in alcun modo la consistenza dei cambiamenti in atto, sia necessario mantenere un atteggiamento critico, assumere come problema analitico e politico lo iato tra i processi reali e la retorica che si sviluppa attorno a essi.

C’è stata ad esempio, in Argentina e non solo, una crescita molto consistente degli investimenti di capitale latinoamericano, mentre ci sono movimenti di grande importanza attorno al tema del petrolio venezuelano. Di qui a proporre, come molti sembrano fare, una ridefinizione del vecchio slogan «i soviet più l’elettrificazione» nell’idea «petrolio venezuelano più discorso bolivariano» ci pare tuttavia che ne passi.

Quel che è certa è però la una crisi profonda del modello neo-liberale che si era affermato negli anni Novanta, con una serie di caratteristiche omogenee, nel segno del cosiddetto «consenso di Washington». Vi pare che emergano, dentro questa crisi, almeno alcuni caratteri comuni di un nuovo modello latinoamericano?

Questa è la questione fondamentale su cui ragionare. Ma con una considerazione preliminare per noi molto importante. Quando si parla di neoliberalismo e di «consenso di Washington», troppe volte abbiamo l’impressione che, nel discorso politico latinoamericano, ci si riferisca a politiche congiunturali, imposte dagli Stati uniti e dagli organismi internazionali, che si tratterebbe di sostituire con politiche nel segno dell’autonomia continentale. Il punto, invece, è che il neoliberalismo ha segnato un passaggio irreversibile, strutturale, nella storia latinoamericana. Non è un cambio di classe politica a poter modificare le cose. Siamo di fronte a governi «popolari», per usare una categoria che ha una storia importante in America latina, che combattono il neoliberalismo partendo da condizioni strutturali compiutamente neoliberali.

Questo è il punto a partire dal quale ci sembra necessario analizzare le difficoltà di questi governi, non certo il «tradimento» di dirigenti dei movimenti popolari una volta giunti al potere. Se pensiamo al caso del Brasile, ma in qualche modo alla stessa esperienza di Kirchner in Argentina, il problema è esattamente questo: siamo di fronte a governi che si sono formati dentro uno spazio aperto dall’azione dei movimenti, che tuttavia non riescono a porre in atto le politiche di redistribuzione della ricchezza che pure avrebbero tutta l’intenzione di promuovere.

Per molti aspetti, e senza che ciò implichi una nostra acritica adesione a quel progetto, abbiamo l’impressione che sia il governo di Hugo Chavez in Venezuela quello che ha maggiori possibilità di porre in atto sperimentazioni significative nella ricerca di una «uscita» dal neoliberalismo. Questo dipende da una parte dalle condizioni politiche in cui l’esperienza di Chavez si sta sviluppando: il vecchio sistema politico si è letteralmente sgretolato, e non esiste un’opposizione credibile in Venezuela. Ma dipende anche dall’importanza del petrolio, e dalla possibilità che, in un prossimo futuro, si definisca un’alleanza tra Venezuela e Bolivia proprio attorno alla gestione delle fonti energetiche.

Mi sembra interessante cercare di approfondire il significato del neoliberalismo come soglia strutturale in America latina. Quali sono le trasformazioni fondamentali che a vostro parere si possono collegare a questa soglia?

Da una parte c’è la dimensione più evidente, quella che ha a che fare con la trasformazione della struttura della proprietà, della forma dell’attività economica prevalente in settori chiave. Pensa alla situazione argentina, dove l’intero settore dei servizi è privatizzato. Ma pensa a un’impresa «statale» come la Petrobras in Brasile, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti con il Venezuela e con la Bolivia, e in cui i capitali privati sono ormai decisivi rispetto agli assetti societari.

D’altra parte c’è però qualcosa di più, e se possibile di più importante. C’è il fatto che la disarticolazione della realtà sociale ha prodotto processi di marginalizzazione e di «informalizzazione» che hanno investito e ridefinito in profondità la vita di una quantità enorme di persone in America latina. È certo una realtà che ha le sue origini nelle politiche neoliberali, ma che si è ormai in qualche modo resa autonoma, che ha determinato problemi giganteschi, ma che ha anche nutrito pratiche sociali e forme di vita che è impensabile poter «risolvere», azzerare da un giorno all’altro. Questo ci sembra il problema fondamentale in America latina oggi, che rimane totalmente fuori dell’esperienza e delle politiche dei governi «popolari». La gestione della vita di queste masse enormi di popolazione si definisce all’incrocio tra l’azione di organizzazioni criminali, forme politiche di controllo spesso violentissimo e modalità di «autogoverno» profondamente ambivalenti. In questa situazione, da una parte legalità e illegalità tendono a indeterminarsi, mentre dall’altra è proprio questa popolazione a rappresentare in America latina l’esempio più prossimo di ciò che in Italia viene talvolta definita «moltitudine»: siamo di fronte a modalità di riproduzione della vita quotidiana del tutto al di là della forma nazionale e «popolare» classica. Insomma, la crisi del Washington consensus, per molti aspetti, è una crisi relativa, forse più una crisi di crescita che una vera crisi di trasformazione.

Siete stati per oltre un mese in Bolivia, avete incontrato attivisti e intellettuali di quel paese e siete attualmente impegnati in una serie di progetti editoriali che hanno tra l’altro l’obiettivo di consolidare i rapporti che avete intrapreso nel corso del viaggio…

Quello che ci ha maggiormente colpiti in Bolivia è stato proprio il fatto che il «principio dell’autonomia», cioè la costruzione di una rete alternativa di rapporti sociali, ha una base materiale molto più ampia di quello che è mai accaduto in Argentina, anche dopo l’insurrezione del dicembre 2001. Nelle condizioni particolari della Bolivia del resto, per il peso della questione indigena e dell’eredità del colonialismo, questa rete alternativa di rapporti sociali si pone esplicitamente contro il principio dello stato-nazione. E ciò crea una tensione permanente con ipotesi politiche che, come quella stessa di Evo Morales, assumono comunque lo stato come punto di riferimento.

Sia chiaro: non si tratta di fare un’apologia acritica di questa rete alternativa di rapporti sociali. È molto diffusa, nei movimenti sociali boliviani, un’ideologia comunitaria che ha risvolti raccapriccianti, come l’idea di una giustizia comunitaria che non si fa alcun problema a considerare la pena di morte una sanzione «naturale» per tutta una serie di comportamenti «devianti». È la ragione per cui abbiamo trovato molto interessanti le posizioni di un collettivo femminista come «Mujeres creando», di cui abbiamo pubblicato una serie di testi (La Virgen de los Deseos, Tinta Limón, 2005): la loro critica al fondamento patriarcale dei rapporti comunitari ci pare fondamentale proprio per le caratteristiche specifiche dei movimenti boliviani.

E tuttavia il problema resta: la Bolivia oggi è un gigantesco laboratorio, in cui movimenti eterogenei stanno materialmente producendo modi di vita, forme di cooperazione, modelli economici alternativi rispetto a quelli che si inscrivono nella cornice dello stato nazionale, con i suoi codici di funzionamento centrati attorno agli istituti rappresentativi. La produzione di ipotesi politiche capaci di rapportarsi a questa realtà è dunque un’urgenza assoluta.

Mi pare però che qui si ponga un problema tutt’altro che secondario. Se guardiamo alla realtà latinoamericana di questi ultimi anni, all’Argentina o al Brasile per esempio, quel che emerge piuttosto chiaramente è che a un certo punto, in presenza di movimenti radicati e straordinariamente innovativi, il sistema politico riesce a riconquistare la centralità che sembrava aver perduto proprio attraverso il momento fondativo della logica rappresentativa: le elezioni….. Vi pare che in Bolivia possa succedere qualcosa di simile?

Per quanto riguarda la situazione latinoamericana, il problema che tu metti in evidenza è reale, ma tuttavia questo non comporta la scomparsa dei movimenti. Il recupero di centralità da parte del sistema politico, che si è ad esempio chiaramente determinato in Argentina dopo l’elezione di Kirchner alla presidenza, muta le condizioni di espressione e di rappresentazione dei movimenti, introduce difficoltà impreviste, ma non ne cancella la presenza e la potenza. Questo, ne siamo sicuri, vale tanto più per una situazione come quella boliviana, in cui come dicevamo i movimenti hanno un radicamento e un’estensione straordinari. Ma più in generale, la «produzione» di movimenti sociali autonomi è ormai una caratteristica strutturale della situazione latinoamericana, con cui lo stesso sistema politico è costretto a fare i conti.

Avete fatto anche un lungo viaggio in Messico. Siete stati sia in Chiapas che a Città del Messico. Che impressione vi siete fatti della sesta dichiarazione dell’Ezln e del dibattito che ha determinato?

La nostra valutazione generale della sesta dichiarazione zapatista si potrebbe dunque riassumere in due punti. Da una parte, in una grande aspettativa di fronte al semplice fatto che si sia levata una voce che rivendica una politica fatta dal basso, una voce autonoma capace di segnare un qualche confine rispetto a un tipo di politica di governo, in crescita a livello continentale, che recupera rivendicazioni e temi dei movimenti indebolendone tuttavia le possibilità concrete di organizzazione e mobilitazione. Si tratta senza dubbio di un’iniziativa molto audace, ed è difficile anche solo immaginare il tipo di risposta che i movimenti messicani daranno a questa iniziativa. Da qui, il nostro interesse per questo processo politico. D’altro canto, lo seguiamo non senza una certa preoccupazione, domandandoci cioè che cosa succederebbe se il processo stesso fosse bloccato dalla repressione o da qualche tipo di fallimento politico: già molte volte il sistema politico ha rifiutato di ascoltare le domande degli zapatisti, e in Chiapas persiste un alto livello di militarizzazione.

Torniamo all’Argentina. Che prospettive vedete per lo sviluppo della situazione politica complessiva e per i movimenti?

Il nostro lavoro non può rimanere indifferente al modo in cui i movimenti si stanno trasformando, e che oggi, sulla base delle esperienze fatte, si tratta di diversificare e di articolare una serie di iniziative che valorizzino i risultati del lavoro di questi anni. Da un lato, non possiamo immaginare una pratica intellettuale e politica slegata dalle condizioni reali prodotte dai movimenti, dalle loro pratiche, dalle loro ricerche, dalle loro inquietudini. Dall’altro, abbiamo vissuto un periodo di grande produttività politica e intellettuale. Tra il 2001 e il 2003, in Argentina, si sono fatte e dette molte cose che in qualche modo hanno modificato la cultura politica del paese. Siamo stati in molti, con diversi stili, a partecipare a questa elaborazione e a diffondere questi linguaggi.

Ora, questa elaborazione si è fatta più sotterranea. Al di là di esplosioni episodiche, i movimenti sociali che sono stati protagonisti delle lotte fino al 2003 sono impegnati in un processo, molto ricco, di analisi e valutazione, in qualche modo «introspettivo». Siamo dunque in una situazione un po’ paradossale, in cui da una parte abbiamo l’apparenza di un consistente riflusso, mentre dall’altra percepiamo che si stanno elaborando le basi di una nuova produttività, riflettendo su quello che è stato fatto e cercando di individuarne i limiti per potere andare oltre.

Certo, le lotte tra il 2001 e il 2003 hanno consumato un’enorme energia, ci hanno lasciato tutti per così dire esausti. Ma d’altra parte ci sono una serie di nuovi elementi, determinati anche dall’eco di nuove lotte in altri paesi latinoamericani, ma provenienti poi dallo sviluppo di una serie di resistenze e di esplosioni sociali che si sono continuamente riprodotte negli ultimi due anni e che si legano al modo in cui si gestiscono le condizioni di vita della popolazione: da rivolte contro le imprese ferroviarie privatizzate a movimenti studenteschi per le condizioni dell’edilizia scolastica, all’esplosione di lotte salariali.

È chiaro che queste nuove dinamiche hanno richiesto una nuova attenzione da parte nostra, e siamo alla ricerca dei modi per partecipare a questo processo. Da questo punto di vista, l’iniziativa più importante che abbiamo sviluppato è stata la fondazione di una casa editrice, «Tinta Limón» (www.tintalimonediciones.org). I suoi obiettivi fondamentali sono introdurre nella dinamica attuale enunciati, riflessioni teoriche che possano entrare in risonanza con l’elaborazione che si produce all’interno delle lotte locali, ma al tempo stesso fare in modo che dall’interno di queste lotte e di queste esperienze la riflessione e il dibattito possano tradursi in testi politici.