La «magia» dell’indulto e la questione criminale

Una paradossale contraddizione sembra, non a caso, segnare la situazione che si è venuta a creare dopo l’indulto del luglio scorso. Il gran rumore fatto e l’aggrovigliarsi delle polemiche si trovano a confrontarsi con una situazione in cui del provvedimento non si parla quasi più, quasi sfuggito o rimosso da un’opinione pubblica quantomeno distratta, comunque non così allarmata. Dunque 23 mila ex detenuti rilasciati dalle «patrie galere» non hanno messo a ferro e fuoco nulla. Il temuto pericolo si sta allontanando nella più totale indifferenza, e le stesse retoriche politiche esibite per l’occasione stanno cadendo nel dimenticatoio. Il controllo esercitato per mezzo del carcere appare così realizzare la sua funzione primordiale: non tanto quella di deterrenza verso i potenziali devianti, quanto quella di definire e consolidare modelli sociali compatibili con il tipo di violenza che l’istituzione esercita. L’indulto sembra aver risolto il problema carcere, aver improvvisamente cancellato i molti aspetti drammatici associati all’immagine del sovraffollamento, insieme ai profondi processi strutturali che quella situazione hanno determinato. Il fatto stesso che l’indulto si presenti come il limite massimo che nessuna forza politica oserebbe oggi varcare sulla strada dell’attenuazione dell’afflittività penale, mentre sfuggono del tutto all’attenzione pubblica i criteri che la commissione presieduta da Giuliano Pisapia sta discutendo e intende seguire nella proposta di riforma del codice penale, sono aspetti che sembrano confermare il carattere di risoluzione ultimativa che l’indulto sembra aver assunto. Ma sono troppo note la precarietà e l’inefficacia di questi interventi, storicamente e strutturalmente seguiti da una rapida ripresa della crescita della popolazione reclusa, fino a raggiungere e superare i livelli precedenti. In questo senso le posizioni più consapevoli e avvedute, anche su questo giornale ( Emilio Santoro, Patrizio Gonnella, per Antigone) hanno giustamente sostenuto la necessità di neutralizzare, in primis, le disposizioni di legge che inevitabilmente accelererebbero questo processo: la ex Cirielli sulla recidiva, la Fini Giovanardi sulle droghe, la Bossi Fini, soprattutto per le disposizioni che sanzionano penalmente l’irregolarità.
Non dobbiamo però ignorare che, se è vero che quest’ultima legge ha determinato l’incremento di almeno diecimila detenuti immigrati, dalla sua entrata in vigore, tuttavia la popolazione carceraria aveva raggiunto e superato le 50 mila unità già dalla fine degli anni ’90, mentre gli altri due provvedimenti in questione sono troppo recenti per aver inciso sul sovraffollamento. E’ necessario allora porre attenzione ai processi di fondo che hanno determinato quell’emergenza: il controllo sulle aree povere, marginali, eccedenti, costruite come pericolose; un immaginario istituzionalmente prodotto di un’opinione pubblica spaventata e vendicativa, disposta ad attribuire consenso solo in cambio di rassicurazione repressiva; una cultura giudiziaria e poliziale che si fa interprete dei così diffusi sentimenti di insicurezza indurendo, l’apparato sanzionatorio; l’incapacità di gestire adeguatamente enormi emergenze sociali (processi migratori, precarizzazione del lavoro, impoverimento dei meno abbienti e di aree di ceto medio, aumento della marginalità, ecc..). Questo è il quadro che dà ragione di un evidente, quanto inaccettabile paradosso, per cui quanto più emerge con evidenza il fallimento delle funzioni storiche, degli stessi fondamenti teorici della pena (retribuzione, rieducazione, prevenzione), tanto più si ricorre alla stessa, nella sua versione carceraria, a questo punto massicciamente applicata al di fuori dei necessari criteri di proporzionalità e di garanzia, soprattutto verso quei soggetti e quei comportamenti ( di devianza sociale) cui più frequentemente si associano immagini di insicurezza. E’ significativo il fatto che gli oltre 20 mila «indultati», usciti grazie al provvedimento in questione avrebbero già potuto essere fuori dal carcere, in misura alternativa, semplicemente applicando la legislazione vigente (affidamento in prova al servizio sociale per condanne o residuo pena inferiore ai tre anni). Appare allora evidente come il sovraffollamento non sia un’episodica emergenza che può, in determinate circostanze, caratterizzare l’istituzione, ma il problema del carcere stesso, della natura e delle caratteristiche che lo stesso ha assunto nelle società di oggi, post-moderne e post-sviluppate.
A fronte di ciò, un intervento minimale preventivo che vada a intaccare il meccanismo del sovraffollamento non può che passare attraverso la modifica profonda del diritto penale, il superamento delle molte astrazioni su cui si regge, delle inutili afflittività che ne sono la conseguenza, attraverso un’apertura alla complessità e alla specificità dei fenomeni che sono oggetto del suo intervento.
Da più parti si è da tempo parlato di un diritto mite, fraterno. E’ arrivato il momento di attuare a fondo queste ipotesi, a partire dal diritto penale.
Ciò significa principalmente almeno tre cose: adottare forme di depenalizzazione e di decarcerizzazione che incidano soprattutto su quelle disposizioni penali riguardanti la piccola criminalità, lo spaccio al minuto, la tossicodipendenza, l’immigrazione che determinano oggi la stragrande maggioranza degli ingressi in carcere. Applicare forme di privatizzazione del conflitto tra autore e vittima che conducano a soluzioni di mediazione, non come sanzione aggiuntiva all’afflizione penale, come si tende a fare oggi nei procedimenti di esecuzione, ma come sostanziale alternativa alla stessa costruzione penalistica degli illeciti. Sviluppare una vasta gamma di misure alternative al carcere, già applicabili nel giudizio di merito.
Ma soprattutto si tratta di sviluppare una diversa rappresentazione sociale della «questione criminale», di far emergere e praticare un già presente «senso comune» del problema.

* Università di Padova