La lunga marcia alla società di mercato

È un libro importante, quello di Giovanni Arrighi. Ed è un libro che spiazza, fin dal titolo: Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, pp. 464, euro 38). Chi lo prendesse in mano reduce dalla lettura di Shock Economy, di Naomi Klein (Rizzoli editore), potrebbe in verità trovarlo perfino banale: l’Adam Smith che compare nel titolo, penserebbe probabilmente quel lettore, sarà certo il mandante morale di Milton Friedman, il genio del male che, invitato da Deng Xiaoping in Cina nel 1980 e nel 1988, piantò pure lì il seme della malapianta del neoliberismo, germogliato in Cile nel 1973 e destinato negli anni successivi a fiorire un po’ ovunque sul pianeta.
Ma certo quel lettore strabuzzerebbe gli occhi di fronte alle tesi presentate in particolare nel secondo capitolo del libro di Arrighi, dedicato alla «sociologia storica di Adam Smith»: l’autore della Ricchezza delle nazioni non gioca qui la parte del «cattivo» della storia, ma addirittura quella del «buono», del teorico di una via «naturale» nello sviluppo dell’economia di mercato che sarebbe stata radicalmente negata nei decenni successivi dalla traiettoria seguita dall’Europa, e in primo luogo dalla Gran Bretagna. Di più: quest’ultima traiettoria sarebbe stata quella analizzata e criticata come capitalistica da Marx, mentre la via «naturale» nello sviluppo dell’economia di mercato teorizzata da Smith sarebbe stata una via «non capitalistica». Ancora di più: questa via «non capitalistica» era quella che stava dipanandosi in Asia orientale nel XVIII secolo, all’insegna di una «rivoluzione industriosa» dai caratteri del tutto diversi dalla «rivoluzione industriale» inglese. E infine: la Cina di oggi, proprio quella che ha le sue origini nelle «riforme» di Deng Xiao Ping, potrebbe ricollegarsi a quel modello «virtuoso» e far coincidere la fine dell’egemonia statunitense nel sistema-mondo del capitalismo storico nientemeno che con la fine del capitalismo stesso.
La grande divergenza
Occorrerebbe ben altro spazio di quello qui disponibile per discutere nel dettaglio queste tesi di Arrighi. Basti dire, tuttavia, che esse dialogano in modo produttivo con gli sviluppi degli studi smithiani (penso ad esempio, per quel che riguarda l’Italia, ai lavori di Adelino Zanini) e con una gran mole di letteratura storica sulla «rivoluzione industriosa» nell’Asia orientale, cresciuta negli ultimi anni soprattutto in Giappone (il lettore italiano ha a disposizione, su questi temi, il libro di Kenneth Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, 2004). Ripeto: occorrerebbe discutere nel dettaglio le tesi di Arrighi appena evocate. Esse hanno comunque il pregio, ed è auspicabile che siano recepite in questo senso, di mettere a soqquadro (di costringere a verificare continuamente) la mappa dei concetti con cui la sinistra che si vuole «radicale» ha interpretato e criticato negli ultimi anni, tanto teoricamente quanto politicamente, la «globalizzazione capitalistica». «Neoliberismo» non è soltanto uno di questi concetti: è la parola che tutti li riassume. Non che sia un termine privo di ogni utilità, sia chiaro. Ma certo, nell’uso che ne viene spesso fatto esso rischia di perdere ogni connotazione analitica, di ridursi a parola buona per invettive tanto generiche quanto inefficaci. Giovanni Arrighi, che polemizza a questo riguardo con lo studioso statunitense David Harvey, mette in discussione questo uso: ed è una delle tante ragioni per cui Adam Smith a Pechino è un libro importante.
Ve ne sono altre, tanto sotto il profilo storico quanto sotto il profilo politico. Dal primo punto di vista il lavoro di Arrighi contribuisce a ristabilire in modo incontrovertibile la rilevanza strategica di colonialismo e imperialismo per lo sviluppo economico del sistema-mondo capitalistico (la «grande divergenza» richiamata precedentemente pone un problema che viene risolto, per dirla in breve, con la conquista britannica dell’India e con le guerre dell’oppio contro la Cina). Dal secondo punto di vista, offre una chiave fondamentale per comprendere le formidabili opportunità che, tra l’altro come esito contro-intenzionale della (contro)rivoluzione «monetaristica», si presentano oggi ai Paesi emergenti sulla scena della politica e dell’economia mondiale. La «nuova Bandung» che Arrighi vede potenzialmente formarsi oggi attorno a quello che definisce il «consenso di Pechino», leggiamo nell’epilogo del volume, a differenza del movimento dei non allineati nel secondo dopoguerra «può mobilitare e utilizzare il mercato globale come strumento di perequazione dei rapporti di potere tra Nord e Sud».
Vale a questo proposito quel che si è detto in precedenza: anche questa è una tesi importante, che andrebbe discussa in profondità. Occorrerebbe, per farlo, ripercorrere l’analisi minuziosa offerta da Arrighi di quella che gli pare la fase terminale della crisi dell’egemonia statunitense all’interno del sistema mondo capitalistico, sancita a suo giudizio dalla sconfitta del progetto neocons nell’inferno irakeno. È d’altronde una tesi – quella del declino dell’egemonia statunitense – con cui i lettori di Arrighi sono familiari quantomeno dalla pubblicazione di Il lungo XX secolo (Il Saggiatore, 1996). Lo spostamento verso l’Asia del «centro» dell’economia mondiale, già analizzato in quel volume, trova qui una serie di conferme a proposito degli spettacolari tassi di crescita della Cina e a proposito del ruolo chiave che la Cina stessa sta assumendo come «creditore» degli Usa. È questo un punto su cui il discorso di Arrighi è certo spesso molto convincente, anche se sarei portato a mettere in discussione l’uso che fa (pur con molte osservazioni e cautele critiche) della stessa categoria di «centro» e la persistente denominazione nazionale dei capitali sulla cui base si sviluppa il suo ragionamento.
Vi saranno altre occasioni per sviluppare questo ragionamento, che interroga in profondità la teoria dei «cicli egemonici» sviluppata da Arrighi e da altri esponenti della cosiddetta teoria del sistema-mondo. La questione su cui vorrei concludere questo confronto con il nuovo libro di Arrighi è tuttavia un’altra. E riguarda la stessa categoria di capitalismo da lui utilizzata. Già si è visto che «capitalismo» non coincide con «economia di mercato»: è un punto su cui agisce la grande lezione storica di Ferdinand Braudel, secondo cui il capitalismo si determina nel punto di congiunzione tra Stato e capitale, tra Stato e «accumulazione senza limiti di capitale», per riprendere la formula marxiana. Sennonché vi è un’altra formula marxiana, quella secondo cui il capitale è un «rapporto sociale» antagonistico.
Le retoriche dell’armonia
Arrighi, raffinato conoscitore di Marx, lo sa bene. E pur non citando questa formula ne mostra l’efficacia quando insiste, sulla traccia dell’importante lavoro di Beverly Silver (Forces of Labor. Workers’ Movements and Globalization since 1870, Cambridge University Press. In corso di traduzione per Bruno Mondadori), sulla straordinaria rilevanza delle lotte operaie nel determinare la dinamica della crisi in Occidente negli anni Settanta del Novecento. È un’indicazione di metodo, che pare però accantonata quando il discorso si concentra sulla Cina contemporanea.
Adam Smith a Pechino è un titolo carico di significati. Come viene spiegato nel primo capitolo, si ispira al titolo di un lavoro di Mario Tronti, Marx a Detroit (1971), e dunque allude all’intensità del confronto di Arrighi con l’operaismo italiano. Nell’ultima parte del volume, quella appunto dedicata alla Cina contemporanea, i marxiani «segreti laboratori della produzione» che Tronti aveva riscoperto a Detroit sembrano tuttavia completamente dimenticati, così come la determinazione antagonistica dei rapporti di produzione su cui lo sviluppo cinese degli ultimi anni si è fondato. «Accumulazione senza spossessamento» nelle campagne, persistente influenza dell’eredità della rivoluzione, economia mista, cooperative, alta qualità del lavoro (per richiamare alcune delle formule utilizzate da Arrighi per descrivere l’economia cinese di oggi) finiscono per comporre un quadro davvero un po’ troppo simile alle retoriche dell’«armonia» proposte dalla nuova leadership cinese (quella di Hu Jintao e Wen Jiabao) per risultare credibile. Tanto che, quando nelle ultime quattro pagine di questa parte del volume («contraddizioni sociali del successo economico») il lettore si trova di fronte alla descrizione di una formidabile «proliferazione di lotte sociali tanto nelle aree urbane quanto in quelle rurali», non può mancare di domandarsi a che cosa sia dovuta questa straordinaria conflittualità sociale. E può finire per pensare che sia appunto una conflittualità meramente sociale, priva di radici nel «successo economico».
Soggettività in formazione
Sia chiaro: anche nell’ultima parte del libro di Arrighi vi sono spunti di grande interesse. Ma proprio per discuterli e svilupparli è bene a mio giudizio ripartire da un’analisi delle lotte di classe in Cina che ci consenta di cartografare i rapporti di produzione su cui il «successo economico» si fonda; nonché di individuare nella composizione del lavoro vivo che a quel successo corrisponde il profilo frastagliato ed eterogeneo di una soggettività in formazione i cui movimenti sono una variabile decisiva per ragionare sul futuro della Cina. Nonché, sia detto sobriamente, del mondo.