La lumaca statunitense

La locomitiva Usa procede a passo di lumaca. Ieri, il Dipartimento al commercio ha reso noto che il pil (prodotto interno lordo) del paese è cresciuto nel terzo trimestre del 2006 solo dell’1,6%; sotto le aspettative della vigilia e molto meno del 2,6% registrato nei mesi precedenti. E’ il dato più deludente avuto negli ultimi tre anni nonostante che – sempre in giornata – sia sto migliorato l’indice di fiducia dei consumatori americani (l’indice Michigan è salito a quota 93,6 ad ottombre rispetto a quota 85,4 ottenuto nel mese di settembre).
Quale può essere la ragione di questo gap, che ha portato il pil a scendere precipitosamente dopo aver toccato il livello di più 5,3%, solo nel primo trimestre di quest’anno; ritornando all’incirca ai valori dell’1,3% toccati all’inizio del 2003?. La prima causa in assoluto, è stata la caduta dell’attività del settore immobiliare, verso il quale finora erano stati veicolati gran parte dei risparmi dei cittadini Usa (con la crescita smisurata dei mutui) in quetsi anni. Si è così improvvisamente sgonfiata la «bolla» immobiliare – che era anche un bene rifugio – e, in questo trimestre, si è assistito ad una contrazione della spesa per le nuove abitazioni pari al 17,4%. Il periodo più buio per questo comparto che ha avuto una sola altra stagione nettamente negativa nel 1991: quando la flessione fu del 21,7%. L’altra possibile causa di questa discesa del pil è stato ancora una volta il trend negativo della bilancia commerciale Usa. Il cui deficit continua a salire ed, a fine anno, potrà essere molto superiore ai 700 miliardi preventivati.
La borsa di Wall street non ha «sbandato» di fronte a questi dati ed hanno «perduto» poco sia l’indice Dow jones, sia il Nasdaq che l’indice S§P 500, a due ore dalla chiusura. Rispetivamente la discesa era dello 0,15%, dello 0,20 ed, infine, dello 0,50%. Peggio, semmai, è stato il «comportamento» del biglietto verde (ovvero il dollaro); che ha perduto rispetto all’euro (pari a 1.2735) ed ha, invece, mantenuto nei confronti dello yen giapponese (117,36). L’andamento peggiorativo della sua crescita è stata, viceversa, controbilanciata dal mantenimento degli investimenti contemporaneamente ad un aumento degli ordinativi e una richiesta ancora stabile dei sussidi di disoccupazione. Tutte notizie pubblicate lo scorso giovedì.
A testimonianza che l’economia Usa manifesta un andamento altalenante: una crescita bassa ma costante ed un tasso di inflazione al di sotto della media anticipata alla vigilia. Ovvero, il pil è salito dell’1,6% ma l’inflazione è cresciuta, nello stesso trimestre, solo del 2,3% e non del 2,7% su base annua. Merito anche della diminuizione dei costi petroliferi dovuta ad un uso maggiore delle riserve (scorte) strategiche del paese. Il paese, come si usa dire, si è «svenato» e potrebbe pagare questa nel prossimo futuro, quando sarà più duro affrontare la rigidità climatica dell’inverno e necessita più energia. Si comunque «salvato» il tasso di inflazione come del resto è stato ribadito nell’ultimo incontro al Comitato monetario della Federal reserve (la banca centrale statunitense). Alla banca si pone – davanti a questi nuovi dati – un quesito: continuerà a tenere invariati i tassi al 5,25%, per controllare l’inflazione o la Fed ed il suo presidente – Ben Bernanke – si adopereranno a ritoccare il costo del denaro dopo due successive pause?
E’ la domanda che si farà per tutto l’anno venturo; adesso Ben Bernanke (di cui è stato un grande elettore, lo stesso George W. Bush) non ha fatto nulla, «forse», perchè ci sono le elezioni di midterm tra pochi giorni ed avrebbe potuto «danneggiare» il suo presidente con una decisione errata. Sta di fatto che questa debolezza (quasi recessione) dell’economia Usa danneggia comunque Busn. La caduta del pil era inaspettato ed hanno ragione gli analisti che si aspettavno un incremento almeno del 2,2%.