«La lotta li lega alle banlieues»

Daniel Bensaïd, specialista di Marx (è appena uscita un’edizione della Questione ebraica di Karl Marx, da lui presentata e commentata, ed. La Fabrique), è professore di filosofia all’università Paris VIII Vincennes-Saint Denis.
Al di là della battaglia contro il Cpe, nel movimento degli studenti c’è secondo lei una volontà più generale di dire: non vogliamo questasocietà liberista?
Sovente in questi giorni che segnano un quasi anniversario dell’inizio del ’68 – il movimento del 22 marzo – inevitabilmente viene fatto un paragone con il maggio, ma anche se c’è una grande differenza nella presa di coscienza, il movimento contro il Cpe, contro il suo predecessore Cne, con il sostegno massiccio dell’opinione pubblica, cristallizza le frustrazioni, lo scontento accumulato contro la politica liberista da vent’anni. Manifesta l’inquietudine, la difficoltà a concepire l’avvenire. Sono stato ieri a Nanterre poi a Paris VIII e ho visto che è rimessa in causa la logica globale di questa società. La cosa non è soprendente. Attorno a un problema concreto, si pone un problema più globale, come già è stato fatto dal movimento altermondialista contro la mondializzazione, l’individualizzazione di salari, orari di lavoro, contratti, pensioni, la perdita di solidarietà.
Il Cpe è l’ultimo passo di una lunga serie che ha insediato la precarietà al centro della società?
Appare una solidarietà dei sindacati verso gli studenti, perché gli studenti sono in una situazione di sviluppo della mobilitazione che i lavoratori, resi fragili dalla disoccupazione e dal precariato, hanno difficoltà ad esprimere. Forse purtroppo il Cpe non è ancora l’ultimo anello della catena, perché c’è già in vista, per esempio, la nuova legge di Sarkozy che rende più fragile ancora la situazione degli immigrati. Sarebbe un errore pensare che la situazione attuale dipende solo dal carattere psicorigido di Villepin. Villepin è cosciente della posta in gioco, come ha scritto il Wall Street Journal, la vera questione è di farla finita con il codice del lavoro e con il cosiddetto modello sociale francese. Invece la gente mostra un attaccamento ai diritti acquisiti. Malgrado la sconfitta sulle pensioni del 2003, resta una resistenza sociale, ci sono spinte forti, per questo anche la social-democrazia francese è più a sinistra di un Blair o anche di un Zapatero. In Francia, ogni volta che è stata fatta una proposta di riforma universitaria o per i giovani, il governo ha dovuto fare marcia indietro. Il potere non è mai riuscito a consolidare la legittimità, al di là del discorso ideologico. I cittadini, ogni volta che ne hanno la possibilità, lo sconfessano, come alle regionali del 2004 o al referendum del 2005.
Che sbocco politico vede di questo movimento? Dei sondaggi danno la sinistra in crescita, ma il sentimento di declassamento sociale che è sottinteso può far correre dei rischi?
La situazione può sfociare in una crisi politica seria. Speriamo che questo movimento abbia un’eco in Europa, anche se, sfortunatamente, la logica è ancora difensiva. Di qui l’importanza della lotta, perché sarebbe la prima volta da tempo che un movimento riesce ad imporre qualcosa. Sul piano elettorale, il Ps e i sindacati sono molto prudenti, perché vivono sempre nella memoria della ripetizione: dopo un movimento ci può essere una forte reazione e un voto di paura per l’estrema destra, che andrà a vantaggio di Sarkozy. I sindacati sono già pronti a rispondere all’invito di Villepin. Avrebbero potuto aspettare la manifestazione di martedì 28, per vedere il rapporto di forze».
C’è un legame tra il movimento degli studenti e la rivolta delle banlieues, due mondi che Villepin ha cercato di mettere uno contro l’altro?
E’ questo l’asse del discorso del governo: opporre i giovani delle banlieues, come ha fatto il ministro delle pari opportunità, puniti per aver commesso atti ilegali, che secondo lui non capirebbero come gli studenti possano imporre un cambiamento attraverso le occupazioni. Villepin ha detto che il Cpe è contestato dagli studenti, che saranno qualificati e non li riguarderà, mentre è concepito per i non qualificati che sono pronti a sperimentarlo. Questo discorso di opposizione è classico da parte del potere. Ma ci sono ragioni e radici profonde perché permettono di costruire un legame tra studenti e banlieues. C’è un lavoro di solidareità da fare e per questo svolgono un ruolo importante i licei, perché nei licei di banlieue tutti si trovano assieme. Il movimento è importante per il crogiolo che crea, nelle lotta si uniscono mondi diversi. Il movimento è più importante per l’intreccio sociale di quanto non lo sia l’alibi di dare dei posti alle cosiddette minoranze visibili, come nominare un prefetto musulmano o un presentatore di tg nero.