La lotta di classe tra meriti e riforme

È scoccata l’ora della meritocrazia. Dobbiamo rallegrarcene? O non dobbiamo piuttosto tremare e moltiplicare le nostre difese?
Merito è la nuova parola d’ordine di chi decide l’agenda della politica nella seconda era prodiana. La Confindustria e il Corriere della sera hanno scatenato la guerra contro il pubblico impiego, descritto come una massa di parassiti (i «nullafacenti» del professor Ichino). E contro l’Università pubblica, parimenti rappresentata come un pascolo di oziosi perditempo. Impiegati e professori incarnano nel dibattito pubblico il ruolo di privilegiati improduttivi, beneficiari di rendite di posizione per l’appunto immeritate. Da ultimo anche le liberalizzazioni sono entrate in commedia, nella parte delle vendicatrici del merito contro i privilegi delle corporazioni. È tutto un fiorire di efficienza, tutto uno sbocciare di razionalità! È la modernizzazione di un Paese che finalmente rinasce affrancandosi dai gravami di una pervicace arretratezza!
Come non compiacersi? Chi potrebbe non desiderare che il merito sia riconosciuto e ricompensato? Di più. Chi non auspicherebbe che il merito sia fondamento della divisione sociale del lavoro, a salvaguardia dell’«interesse generale»?
Già. Ma questa è un’epoca difficile, dove le parole (Orwell insegna) vanno prese con le pinze. Merito somiglia molto a riforme, tanto per intenderci. Allora può servire una rapida puntata dentro un capitolo cruciale della modernizzazione europea, quella vera, quella che si realizzò nel processo delle rivoluzioni borghesi tra Sei e Settecento. Prendiamo il caso francese. La borghesia dei Lumi combatté nel nome del merito contro i privilegi di casta. La rivendicazione dei meriti fu una potente leva nella battaglia antiaristocratica del Terzo stato. Ma in questa lotta vivevano due concezioni antitetiche, dettate da interessi di classe diversi e corrispondenti a diversi progetti di società. Diderot, d’Alembert e con loro una corrente che porta da Helvétius a Condorcet fino a Constant si batterono sì contro l’«inamovibilità dei privilegi». Ma anche per l’«ineguaglianza giusta», derivante «dall’operosità e dalla fortuna», «dal talento e dalla natura». Contro di loro – e contro la «vera» borghesia di funzionari e finanzieri, professionisti e mercanti – lottavano i «pezzenti con la penna», i Rousseau, i Morelly, i Mably, difensori degli uomini «senza qualità» e dei loro diritti. Meriti? O non piuttosto lavoro duro e sporco, affamato e sfruttato?
Sottotraccia covava il conflitto che avrebbe visto i guardiani della «buona democrazia» delle élites scagliarsi contro Robespierre e i barbari giacobini «persecutori dei talenti». E che avrebbe trovato in Sieyes (colui che teorizza la scissione della nazione in «due popoli», i produttori e i loro «strumenti umani») un brillante interprete della trionfante modernità borghese. Tramontato l’Antico regime, questo conflitto terrà la scena europea dall’Ottocento in poi. E la tiene ancor oggi, con buona pace di chi pensa che la storia abbia il respiro corto e ricominci sempre daccapo. Come scrisse Gramsci, dopo avere sconfitto la «vecchia società» la borghesia saldò i conti anche con «i nuovissimi», con il proletariato urbano e agricolo che l’aveva sostenuta ma che accampava pretese non compatibili. E fu il bagno di sangue della Comune di Parigi.
C’entra questa antica vicenda con i discorsi sul merito che oggi tengono banco sulle nostre gazzette più o meno ufficiali? C’entra eccome. Come allora, merito è un’arma puntata contro il lavoro e contro la sete di eguaglianza di chi non ha capitali né titoli. Certo, c’è chi lavora poco e male, chi produce poco e male. Ma c’è motivo di dubitare che sarà disturbato dalla campagna «modernizzatrice» del governo, che punta tutto sul merito ma se ne frega dell’ineguaglianza delle opportunità e delle condizioni di partenza. Una prova? No, tre.
Sulla pubblica amministrazione. Si cominci dall’alto, dai dirigenti, anzi dai manager superpagati e sempre più potenti. Si chieda loro conto dei risultati per i quali lo Stato sborsa stipendi e buonuscite da favola. E si mettano funzionari e impiegati in condizione di lavorare, invece di tagliare le spese per il funzionamento.
Sulle liberalizzazioni. Si facciano rispettare i diritti del lavoro nelle grandi catene di supermercati, dove dilaga il sommerso ed è massimo lo sfruttamento del lavoro precario. E si colpiscano le corporazioni più potenti, come quella dei notai. Perché funzioni pubbliche debbono tradursi in lucrosi onorari a beneficio di una stirpe che si perpetua di padre in figlio o in nipote? Perché queste funzioni non vengono affidate a uffici pubblici?
Sull’universita e la scuola. Si faccia davvero strada al merito e alla volontà di riscatto sociale. Si riconosca l’enorme mole di lavoro svolto da insegnanti e ricercatori precari, senza il quale si fermerebbero ospedali e centri di ricerca, università e scuole di ogni ordine e grado. E si eliminino le tasse scolastiche e universitarie per quanti provengono da famiglie non abbienti, il cui reddito annuo non superi i 40mila euro lordi.
Se si andrà in questa direzione, saremo i primi a complimentarci con gli alfieri della meritocrazia. Altrimenti avremo ragione di pensare che siamo punto e accapo, al cospetto dell’ennesima resa di conti della «vera» borghesia contro chi non ha e non può. E scorgeremo un avversario in chi continuerà a discorrere di merito, come già oggi in chi straparla di riforme.