La lotta di classe c’è

«Di lotta di classe ormai parlano soltanto Giuliano Ferrara e Fausto Bertinotti, dotati di spirito provocatorio. Ma in realtà più non esiste, da quando è caduto il muro di Berlino e con essa il suo riferimento internazionale, l’Unione Sovietica. Certamente permangono dei conflitti tra i gruppi sociali ma in ogni caso non si tratta più dello scontro tra Capitale e Lavoro, per il possesso dei beni di produzione, ma di lotte per la distribuzione della ricchezza prodotta». Questo il pensiero sbrigativo proposto da Michele Salvati, economista, commentatore del Corriere della Sera e tra i più riflessivi pensatori dell’Ulivo. Eppure quanta leggerezza : la lotta di classe infatti non è mai stata connessa alla presenza dell’Urss; addirittura c’era anche prima del capitalismo, ma sempre per il controllo dei mezzi di produzione, per esempio la terra. Chi ne parla e ne studia non necessariamente è ad essa favorevole, ma ne registra comunque l’esistenza e il dipanarsi nei secoli. Ma soprattutto è interessante nei ragionamenti di Salvati (e non solo suoi) la cancellazione della figura dei produttori (e dei loro diritti) e l’enfasi messa invece sui consumatori (e i loro diritti). E’ sulla base di questo che nel caso dell’oscenaWal-Mart si mette l’accento sui benefici che ne deriverebbero per gli acquirenti a basso reddito, contrapponendoli ai bassi salari dei lavoratori. Oppure si sottolinea l’egoismo dei ferrovieri, in fittizia opposizione al diritto dei viaggiatori. Tuttavia Salvati e i teorici dell’economia dei consumatori (tra cui Mario Monti) non considerano due cose. Intanto che malgrado tutta l’enfasi sull’immaginario e l’immateriale, sei miliardi e mezzo di persone sul pianeta terra devono comunque vivere e cioè mangiare e vestirsi, e dunque, perché il cibo arrivi in tavola c’è a monte un’intera filiera di contadini e persino di operai i quali continuano a svolgere quel ruolo di venditori di forza lavoro produttiva che Karl Marx ben descrisse. Sono invisibili solo per chi non li vuole vedere. Di solito non controllano terrà né macchine. Altrettanto significative, le si chiami come si vuole, sono le lotte per il controllo dei mezzi di produzione proprio nella modernissima economia dell’immateriale, fatta di informazioni e conoscenze, le quali sono insieme materia prima, semilavorati e macchine produttive. Qui è caduto vertiginosamente il costo degli strumenti per produrre film, musica, foto, romanzi, ma, proprio per questo, lo scontro si è spostato sul controllo delle idee e delle intelligenze sparse. Gli economisti hanno già notato il paradosso: la conoscenza è per sua natura abbondante e non privatizzabile, infatti basta buttare lì un’idea ad alta voce e qualcuno potrà riusarla e migliorarla senza che noi ne siamo deprivati. Ma allora per farne merce occorre creare artificiosamente una scarsità perché solo un bene scarso può essere venduto e scambiato con profitto nell’economia capitalistica (diversamente da quella del dono). Da un lato le idee vengono rubate ai popoli che le producono collettivamente, dall’altro vengono loro rivendute a caro prezzo. Se non è lotta di classe, certo un po’ ci assomiglia. Tutte le diatribe sul copyright e i brevetti hanno questo sottofondo, come nel caso dello scontro tra parlamento francese e Apple computer: il pubblico vorrebbe che la musica, lecitamente pagata, sia almeno facilmente trasportabile; le aziende vogliono recintarla per controllare il mercato. Anche per questo aziende e governi hanno inventato, una minacciosa sigla che si chiama Drm: la chiamano Gestione dei diritti digitali (Digital Rights Management), ma più propriamente la R sta per Restrizioni – della libertà di produrre e di consumare.