La lotta contro le basi in Sardegna e il governo che verrà

In questi mesi si è spesso sentito dire che in Italia «il vento è cambiato» e sicuramente le diverse tornate di elezioni suppletive, regionali e amministrative hanno dato conferma inesorabile e sempre più travolgente a questa consapevolezza. Noi tutti sappiamo che il vento ha iniziato a cambiare anzitutto nelle piazze, riempite da milioni di lavoratori nelle diverse battaglie (a partire da quella straordinaria in difesa dell’articolo 18), invase da milioni di cittadini irriducibilmente contrapposti alla guerra del petrolio.
Questo discorso vale in misura ancora maggiore per la Sardegna dove la riscossa delle regionali del 2004 – quelle che hanno dato il primo vigoroso scossone al governo delle destre – è stata preceduta ed accompagnata da un risveglio sempre più consapevole dell’opinione pubblica, rafforzato dal recupero orgoglioso della propria identità culturale e tradottosi in lotte sempre più significative. Tra queste le mobilitazioni per la smilitarizzazione dell’isola sono sicuramente le più sintomatiche non solo perché sostenute dalla stragrande maggioranza del popolo, ma perché nel loro crescere si sono fatte lotta di massa intrecciando l’impegno di gruppi e comitati di cittadini – primo tra tutti il Comitato Sardo Gettiamo le Basi – con le vertenze di lavoratori da anni in lotta contro l’onnipotenza e l’arroganza delle «stellette» sul nostro territorio.
È questo il caso dei pescatori delle marinerie di Teulada e S.Annarresi che hanno frapposto i loro pescherecci all’«Invincibile Armada» della Nato in operazioni di esercitazione colossali che hanno coinvolto undici nazioni aderenti. La loro lotta per gli indennizzi, per la bonifica dei mari, per la fine della devastazione ambientale ed economica ad opera dei militari, è diventata la bandiera di tutto il popolo sardo fino a coinvolgere – finalmente – anche la sua classe politica ai livelli più elevati. Da questo punto di vista l’intransigenza del Presidente Soru contro un tale stato di cose – ma anche contro la cementificazione delle coste, lo sperpero clientelare del danaro pubblico, per la moralizzazione della pubblica amministrazione e della vita politica – stanno dando una sponda istituzionale decisiva ad esigenze sentite e diffuse. Il Governo Soru, seppure affetto da altri limiti, su questi versanti del suo agire si sta rivelando un laboratorio politico, tanto da essere oramai indicato come modello da diversi neo-governatori, proprio perché il coraggio delle scelte compiute è stato preparato sul terreno delle lotte e dell’opposizione sociale al governo delle destre.
In tutto questo quadro la nostra area ha dato il suo contributo cercando sempre di ricongiungere le singole lotte al quadro di riferimento generale. In tal senso la lotta per la fine dell’occupazione militare in Sardegna è per noi legata indissolubilmente alla lotta contro l’occupazione militare dell’Iraq e più in generale alla lotta contro le pretese dell’imperialismo. Nel dispiegare la nostra attività – di cui è testimonianza la mole di interpellanze presentate dal nostro Capo gruppo in Consiglio Regionale Antonello Licheri – l’area “essere comunisti” della Sardegna si è distinta per il suo approccio. In tutte le occasioni abbiamo cercato di evitare qualsiasi rischio di strumentalizzazione, non ci siamo mai «travestiti» da movimentisti, per poi atteggiarci dinnanzi a telecamere, flash e taccuini al ruolo di Napoleone con truppe al seguito.
I nostri simboli e le nostre parole d’ordine sono state sempre le stesse, ben chiare e visibili, non abbiamo assunto strumentalmente quelle del movimento per poi fagocitare tutto in poco credibili comitati o associazioni per la pace, che, chissà come, alle elezioni si trasformano in comitati elettorali. Non abbiamo avuto la necessità di aprire sedi parallele senza insegne di partito per farci accettare dal movimento, il fulcro della nostra attività sono continuati ad essere i nostri circoli.
La discrezione e la correttezza che ci viene riconosciuta da più parti, che tradotta sta a significare rispetto per i differenti soggetti di questa lotta e chiarezza sulla diversità di ruoli che spettano a partito e organismi di movimento, costituisce il primo punto sul quale stiamo costruendo le nostre relazioni esterne al partito grazie al quale la nostra area si pone come interlocutore serio e credibile di soggetti reali e importanti come il Comitato Gettiamo le Basi, nel processo comune di costruzione delle lotte antimperialiste del popolo sardo.
Sin dai tempi di Genova abbiamo avuto modo di denunciare l’ipocrisia che si nascondeva dietro le vacue parole d’ordine sulla “contaminazione” che avrebbe dovuto prendere il posto della vecchia e oramai logora egemonia politico-sociale dei comunisti. A questo punto possiamo rilevare come l’asse centrale di tale strategia poggiasse sull’assenza totale di una linea politica, tanto spingere il partito a mascherarsi con divise e parole d’ordine volubili a seconda delle tendenze prevalenti nel movimento. Contaminazione in concreto ha significato non solo non esercitare egemonia – e questo e ben visibile anche nel fatto che alle regionali ci siamo fermati ai dati precedenti a Genova 2001 e che la nostra organizzazione aumenta i suoi iscritti solo in prossimità dei congressi – ma assunzione acritica delle categorie spacciate come assoluta novità del movimento, per poi abbandonarle con la stessa rapidità con cui si passa da una moda all’altra: così prima c’è stata l’illusione del terzo settore revelliano e la fine della centralità del conflitto capitale-lavoro, poi lo zapatismo, la disobbedienza, il superamento negriano dell’imperialismo, la nonviolenza, insomma nel giro di cinque anni tutto e il contrario di tutto, salvo poi abbandonare i tanti “senza se e senza ma” per gettarsi anima e core nella braccia dell’unione.
Questa schizofrenia nella linea politica alla lunga si paga con una perdita di credibilità e così, per una strana ironia della sorte, oggi proprio la nostra area – più volte dipinta come avanguardia del più becero antimovimentismo – è oggi uno dei soggetti più attivi nel movimento nazionale per il ritiro delle truppe, la smilitarizzazione del territorio, l’opposizione all’imperialismo, contro l’occupazione israeliana della Palestina, mentre quanti fino a ieri si sono presentati come profeti del fantasmagorico “movimento dei movimenti” preferiscono oggi i salotti buoni della politica italiana.
Il vento è cambiato, in ogni senso, ma quanti nella legislatura conclusasi drammaticamente con le elezioni del 2001 sono stati protagonisti di altre guerre imperialiste, nuovamente ribadiscono la legittimità dell’esportazione della “democrazia” in punta di baionette, storcono il naso quando gli si parla di ridimensionamento della NATO, scuotono la testa quando si propone l’abbandono delle politiche basate sul contenimento dei salari e del taglio della spesa pubblica. Dunque, in presenza di tanti segnali inquietanti, non si capisce quanto questa nuova inversione a U – dal “mai più con il centro sinistra” del V Congresso ai silenzi sconcertanti di oggi – possa portare beneficio al nostro partito e soprattutto alle classi sociali che intendiamo rappresentare. A noi sembra che tanto ieri quanto oggi sia mancato l’equilibrio e una direzione politica con una prospettiva non di lungo, ma quantomeno di medio periodo.
Che dire, aspettiamo gli sviluppi della politica italiana ed internazionale per capire se le intransigenze di ieri, di fronte a guerre e politiche economico-sociali liberiste, torneranno in campo o si perderanno invece tra gli equilibrismi del realismo ulivista, in ogni caso noi non staremo a guardare e continueremo testardamente sulla nostra strada facendo, come sempre, la nostra parte.
Dall’esperienza delle lotte in Sardegna viene forte un monito al centro sinistra ed anche al nostro partito: servono precise garanzie programmatiche preliminari affinché un eventuale nuovo governo non si risolva nella riproposizione grottesca di quanto già visto ai tempi del disastro del Cermis, o della guerra in Jugoslavia, quando quelle stesse basi di cui oggi si chiede la dismissione erano impiegate in una guerra criminale dagli eserciti della NATO con il beneplacito, anzi la fattiva partecipazione, dell’allora Governo D’Alema.
Se non intendiamo provocare un nuovo riflusso e la disillusione delle tante migliaia di cittadini che oggi si mobilitano è nostro dovere porre “qui e ora” (come in altri frangenti si è detto), non dopo, alcune semplici domande: cosa farà un eventuale governo di centro sinistra in rapporto ai trattati segreti con gli USA istitutivi delle basi, mai ratificati dal parlamento e dunque illegittimi, di cui oggi anche Soru chiede che vengano resi pubblici? Cosa farà il centro sinistra rispetto alla richiesta di fine dell’occupazione militare e di bonifica delle nostre terre e dei nostri mari dopo cinquanta anni di esercitazioni con armi di ogni genere? E il tanto sbandierato articolo 11 verrà finalmente rispettato? Su tutto questo siamo noi in malafede, o ancora non abbiamo avuto alcuna risposta perché manca la volontà politica verso una qualsiasi presa di posizione attendibile? C’è una sorta di fatalismo determinista che oramai avvolge tutti i quesiti sul futuro prossimo venturo che riguardano le politiche centro sinistra e nella desolante assenza di una qualsiasi determinazione in proposito pressante viene una domanda, cosa stiamo aspettando?