«La loro rivolta è anche contro l’Occidente»

«Dietro alla rivolta delle banlieues non c’è solo emarginazione sociale o una drammatica condizione materiale. Certo c’è tutto questo ma c’è anche, e per certi versi soprattutto, un problema identitario». A parlare è il professor Max Gallo, tra i più autorevoli storici francesi.
«Chi assalta autobus, brucia scuole pubbliche, devasta ospedali, e bastona a morte un pensionato – prosegue Gallo -, lancia una sfida a una Francia che i rivoltosi sentono, nonostante il passaporto che si possiede, come una entità estranea, ostile, espressione di un Occidente che viene vissuto da questi giovani immigranti di seconda o terza generazione come Nemico».
Qual è il segno prevalente della rivolta delle banlieues?
«Dietro alla ribellione violenta dei giovani immigrati di origine extracomunitaria c’è indubbiamente la pesantezza di una condizione materiale disagiata, c’è il tratto di una indiscutibile emarginazione sociale, del rigetto di una ghettizzazione urbanistica e culturale, e della percezione di un’assenza di futuro. Attenzione però a non dare solo una lettura economicista a ciò che sta sconvolgendo le periferie francesi. Perché dietro a questa rivolta c’è anche un irrisolto problema identitario e la crisi forse irreversibile dei tradizionali modelli di integrazione…».
A cosa si riferisce, professor Gallo?
«Alla simbologia della distruzione operata dai casseurs. Non mi riferisco tanto alle automobili bruciate, quanto ai mezzi pubblici, alle scuole, agli ospedali presi d’assalto. Ciò che si dà alle fiamme sono i luoghi simbolo dell’integrazione possibile; ciò che si colpisce è tutto quello che può funzionare per integrare. Ed è proprio il principio di integrazione che questi giovani mettono violentemente in discussione, è a questo principio che essi intendono dar fuoco. Dobbiamo prendere atto che c’è una grossa minoranza tra i giovani immigrati delle banlieues che non vuole riconoscere e riconoscersi nella realtà politica, culturale, sociale del Paese. C’è un mondo che per ragioni economiche e sociali ma anche culturali, etniche, religiose si sente estraneo e vuole comportarsi come tale. Un mondo che non accetta di sintonizzarsi con un Paese laico e a tradizione cristiana. Di questo Paese, la Francia, i giovani rivoltosi posseggono il passaporto ma non intendono “possedere” quei principi di laicità e di convivenza tra diversi che dovrebbero regolare una moderna società multietnica e multiculturale. Non si sentono vittime del sistema, bensì attori di una ribellione che viene vissuta anche in termini di solidarietà attiva ai “fratelli” che si oppongono in Oriente al neocolonialismo occidentale. La loro rivolta intende essere anche una solidarietà di fatto, e di piazza, con i “resistenti” iracheni…Chi ha scatenato la rivolta delle banlieues non si sente francese non solo perché giovane emarginato, disoccupato, senza futuro, ma perché non intende accettare la legge di una società che si percepisce comunque, con o senza lavoro, come assolutamente straniera».
La priorità assoluta, ha ribadito Jacques Chirac, è ristabilire l’ordine. Ma è col pugno di ferro evocato dal ministro dell’Interno Sarkozy che ciò sarà possibile?
«L’ordine deve essere ristabilito. E questa è un’esigenza trasversale agli schieramenti politici. La legalità non è di destra o di sinistra, ma è il fondamento condiviso su cui innestare poi politiche sociali diverse. Pochi minuti fa alla radio ho ascoltato la drammatica testimonianza di un sindaco socialista dell’Ile-De-France. In lacrime ripeteva che così non si può andare avanti, raccontava di donne prese per i capelli e sbattute fuori dalle automobili, di scuole bruciate, di ospedali depredati. Di fronte a una tale devastazione e a un odio spinto fino al punto di massacrare di botte un pensionato che cercava di guadagnarsi la vita custodendo le utilitarie di un condominio di operai, questo sindaco socialista chiedeva, esigeva un intervento massiccio delle forze dell’ordine, della stessa gendarmeria. È un intervento possibile, oltre che fondato. Ma non bisogna pensare che la Francia è a fuoco e fiamme. La Francia non è in guerra civile. Questo intervento è possibile ma non sarà facile perché i soggetti che si ha di fronte, in maggioranza giovanissimi di 14,15, 16 anni, sono difficili da affrontare e perseguire. Mi lasci aggiungere che personalmente ho contestato, anche in dibattiti televisivi, le parole di Sarkozy, ritenendole peraltro controproducenti. Ma quelle parole non sono certo la ragione dell’esplosione della rivolta delle periferie, ne sonosemmai un effetto, per quanto errato. D’altro canto, non va dimenticato che la rivolta delle banlieues è un fatto ciclico, ripetutosi negli ultimi trent’anni. A renderlo stavolta più acuto è la radicalità di una nuova generazione che non ha più orizzonti, che non è disponibile a cambiare. La sua solidarietà è indirizzata all’Oriente ed è contro un Occidente che non offre opportunità e in cui ci si rifiuta di integrarsi».
Come definire i protagonisti della rivolta delle banlieues?
«L’espressione estrema di una generazione di senza futuro che innesta su una condizione di disagio sociale nuovi modelli di identificazione: come non preoccuparsi quando sui muri delle periferie cominciano ad apparire scritte pro Bin Laden?. Per questo è importante coinvolgere in un’azione inclusiva non solo gli operatori socio-culturali, la cui presenza nelle aree più a rischio va potenziata, ma anche gli esponenti delle comunità musulmane, decisivi per contrastare una deriva integralista della rivolta e, al tempo stesso, per rafforzare l’idea di un Islam che cerca il dialogo e rigetta ogni tentazione jihadista. Insieme dobbiamo ripensare i diritti di cittadinanza, facendo coincidere il più possibile l’eguaglianza formale delle opportunità ad una integrazione sostanziale».
Qual è la lezione che le vicende francesi offrono all’Europa ?
«La “lezione” è che siamo di fronte a un problema che ha già segnato Paesi come l’Olanda, la Gran Bretagna, e dunque non è solo una specificità francese. Siamo un Continente a bassa natalità e a ridosso di un mondo dell’indigenza, della sovrappopolazione e della gioventù. Questa immigrazione non potrà essere tecnicamente fermata, né blindando le frontiere né innalzando Muri e barriere di filo spinato. Ciò che è augurabile è un’intesa tra i Paesi europei membri della Ue per tentare di regolare il flusso immigratorio. Sarebbe altresì importante lo sviluppo di una politica di cooperazione che permettesse la creazione nei Paesi di origine di opportunità di lavoro e di benessere tali da disincentivare l’immigrazione. Ma dubito che questa lungimiranza faccia parte del nostro presente».