La Libia e l’imperialismo umanitario

L’originale dell’intervista di Grégoire Lalieu in http://www.michelcollon.info/La-Libye-face-a-l-imperialisme.html?lang=fr

Traduzione dallo spagnolo a cura di l’Ernesto online

– Ci può ricordare in che cosa consiste l’imperialismo umanitario?

E’ l’ideologia che pretende di legittimare l’ingerenza militare contro paesi sovrani in nome della democrazia e dei diritti dell’Uomo. La motivazione è sempre la stessa: una popolazione è vittima di un dittatore e pertanto occorre agire. E allora fanno riferimento alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra di Spagna e ad altro. Si tratta di rendere accettabile l’intervento. E’ ciò che è accaduto in Kosovo, Iraq o Afghanistan.

– E ora è il turno della Libia?

C’è una differenza, perché in questo caso l’ingerenza militare è autorizzata da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma questa risoluzione è stata votata contro i principi stessi della Carta delle Nazioni Unite. In effetti, non vedo nessuna minaccia esterna nel conflitto libico. Si è fatto ricorso alla nozione della “responsabilità di proteggere” la popolazione, ma bruciando un po’ le tappe. Inoltre, non esistono prove che Gheddafi massacri la popolazione semplicemente con l’obiettivo di massacrarla. E’ qualcosa di più complicato: si tratta piuttosto di un’insurrezione armata e non conosco nessun governo che non reprima questo tipo di insurrezione. Evidentemente ci sono danni collaterali e morti tra i civili. Ma se gli Stati Uniti sanno come evitare questi danni, vadano a spiegarlo agli israeliani e lo pratichino con sé stessi in Iraq e in Afghanistan. Non esiste neppure alcun dubbio sul fatto che i bombardamenti provochino perdite civili. Perciò penso che, da un punto di vista strettamente legale, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sia discutibile. In realtà, è il risultato di anni di pressione per il riconoscimento del diritto di ingerenza che in questo caso viene legittimato.

– Ma anche tra le sinistre molta gente pensa che si doveva intervenire in Libia per fermare il massacro. Crede che sia un errore di valutazione?

Si, e per varie ragioni. In primo luogo, questa campagna stabilisce il regno dell’arbitrarietà. Infatti, il conflitto libico non ha nulla di eccezionale. Ce ne sono molti altri nel mondo, a Gaza, in Bahrein e, da alcuni anni, nel Congo. In questo ultimo caso stavamo di fronte al quadro di un’aggressione esterna da parte del Ruanda. L’applicazione del diritto internazionale avrebbe permesso di salvare milioni di vite, però non si è fatto nulla. Perché? Inoltre, se si applicano i principi di ingerenza che si invocano nell’attacco contro la Libia, ciò significa che tutto il mondo può intervenire dovunque. Immaginiamo che i russi intervengano nel Bahrein e i cinesi nello Yemen: sarebbe la guerra generalizzata e permanente. Una grande caratteristica del diritto di ingerenza è, di conseguenza, il non rispetto del diritto internazionale classico. E se si dovesse modificare il diritto internazionale con nuove regole che legittimino il diritto di ingerenza, ciò avrebbe come esito la guerra di tutti contro tutti. E’ un argomento a cui i sostenitori del diritto di ingerenza non rispondono mai. Alla fine, queste ingerenze rafforzano ciò che io chiamo “effetto barricata”: tutti i paesi che sono nel mirino degli Stati Uniti si sentiranno minacciati e cercheranno di rafforzare il loro armamento. Abbiamo visto cosa è successo con Saddam. E’ certo che Gheddafi ha dichiarato: “Attaccano un membro di questa Lega e voi non avete detto nulla. Ma la stessa cosa può accadere anche a voi, dal momento che, sebbene siate tutti alleati degli Stati Uniti, dovete sapere che anche Saddam lo era stato”. Attualmente si sta riproducendo la stessa cosa con Gheddafi e la minaccia che pende su molti Stati può rilanciare la corsa agli armamenti. La Russia, che non è precisamente un paese disarmato, ha già annunciato che rafforzerà le sue truppe. Ma si potrebbe andare anche più lontano: se la Libia avesse avuto armamento nucleare non sarebbe mai stata attaccata. Questa è la ragione per cui non si attacca la Corea del Nord. La sinistra che appoggia l’intervento in Libia dovrebbe allora rendersi conto che la conseguenza dell’ingerenza umanitaria è il rafforzamento della corsa agli armamenti a lungo termine, la creazione di logiche di guerra.

– Ma questo intervento contro Gheddafi non potrebbe essere considerato il male minore?

Bisogna pensare alle conseguenze. Ora che le forze occidentali sono impegnate è evidente che dovranno andare fino in fondo, rovesciare Gheddafi e installare i ribelli al potere. Che succederà allora? La Libia sembra divisa. Se c’è resistenza a Tripoli, l’Occidente occuperà il paese e ingaggerà una guerra senza fine come in Iraq o in Afghanistan? Ma immaginiamo che tutto vada bene: la coalizione si disfa di Gheddafi in un certo numero di giorni, i ribelli prendono il potere e il popolo libico rimane unito. Tutto il mondo sarà contento. E poi? Non credo che l’Occidente dirà: “Ci basta. Abbiamo fatto questo perché siamo buoni e rispettiamo i diritti dell’Uomo. Ora potete fare quello che volete”. Che succederà se il nuovo governo libico sembrerà troppo musulmano e non limiterà correttamente i flussi migratori? Credete che lo si lascerà fare? E’ evidente che dopo questo intervento il nuovo governo libico sarà prigioniero degli interessi occidentali.

– Se l’intervento militare non è la soluzione, allora che fare?

In primo luogo avrebbero dovuto saggiare onestamente tutte le soluzioni pacifiche. Forse non avrebbe funzionato, ma a questo riguardo c’è stata una volontà manifesta di respingere tali soluzioni. E’ una costante nelle guerre umanitarie. Per quanto riguarda il Kosovo ci furono proposte serbe molto dettagliate per arrivare a una soluzione pacifica ma vennero respinte. L’Occidente impose condizioni che rendevano impossibile qualsiasi negoziato, come l’occupazione della Serbia da parte di truppe della NATO. In Afghanistan, i talebani proposero di far giudicare Bin Laden da un tribunale internazionale se si fossero presentate prove della sua implicazione nell’attentato al World Trade Center. Gli Stati Uniti rifiutarono e bombardarono. In Iraq, Saddam aveva accettato il ritorno degli ispettori dell’ONU e numerose altre condizioni enormemente onerose. Ma non fu mai sufficiente. In Libia, Gheddafi ha accettato il cessate il fuoco e ha proposto l’invio di osservatori internazionali. Gli osservatori non sono stati inviati e si è detto che Gheddafi non ha accettato il cessate il fuoco. L’Occidente ha respinto anche la proposta di mediazione di Chávez, che era stata accettata da numerosi paesi latinoamericani ed anche dall’Organizzazione per l’Unità Africana. In merito a ciò, mi irrito quando sento gente di sinistra, in Europa, denunciare l’orribile Alleanza Bolivariana che sostiene il dittatore Gheddafi. Questa gente non ha capito nulla! I dirigenti latinoamericani sono persone al potere con importanti responsabilità. Non sono estremisti di sinistra insignificanti che chiacchierano nel loro angolino. E il grande problema di questi dirigenti è l’ingerenza degli Stati Uniti; quanto meno gli Stati Uniti potranno fare quello che vogliono in qualsiasi parte del mondo, meglio sarà per tutti i paesi che cercano di emanciparsi dalla loro tutela e per tutto il mondo.

– Il fatto di rifiutare sistematicamente le soluzioni pacifiche, significa che l’ingerenza umanitaria è un pretesto?

Si, ma se funziona con gli intellettuali, nutro più dubbi sulla reazione dei popoli europei. Appoggeranno i loro governanti nell’attacco a Gheddafi? Per i popoli sono le guerre per la sicurezza quelle che godono di una maggiore legittimità; quando c’è, ad esempio, una minaccia contro le nostre popolazioni, le nostre forme di vita, ecc. Ma qui (in Belgio, ndt) e in Francia, con tutto il clima islamofobico che c’è (che non approvo, ma che esiste), andate a spiegare che lottiamo in Cirenaica per degli insorti che vediamo gridare “Allah U Akbar!”. E’ contraddittorio! A livello politico la maggioranza dei partiti approva l’intervento. Anche nella sinistra, trotskisti come Melenchon. Tutti vanno con il fiore nel fucile. I più moderati hanno appoggiato unicamente la zona di esclusione aerea ma, se Gheddafi invia i suoi carri armati fino a Bengasi, che faremo? Durante la Seconda Guerra Mondiale gli alleati persero molto rapidamente il controllo aereo, ma tuttavia resistettero diversi anni. Senza dubbio i moderati avrebbero dovuto pensare che, nella misura in cui l’obiettivo è il rovesciamento di Gheddafi, si sarebbe andati ben oltre la creazione di una zona di esclusione aerea. La sinistra, incapace di appoggiare autentiche soluzioni alternative, è intrappolata dalla logica dell’ingerenza umanitaria e si vede obbligata ad appoggiare Sarkozy. Se la guerra terminerà rapidamente e bene, il presidente francese si troverà in una buona posizione per il 2012 e la sinistra gli avrà spianato la strada. Poiché questa sinistra non assume un discorso coerente di opposizione alla guerra, si vede obbligata ad andare a rimorchio della politica dell’ingerenza.

– E se la guerra va male?

E’ penoso affermarlo, ma l’unico partito francese che si è opposto all’intervento in Libia è il Fronte Nazionale. Ha invocato soprattutto la minaccia dei flussi migratori e ne ha approfittato per smarcarsi dall’UMP e dal PS, affermando di non avere mai collaborato con Gheddafi. Se la guerra in Libia non funzionasse secondo le previsioni, ciò potrebbe avvantaggiare il Fronte Nazionale nel 2012.

– Se l’ingerenza umanitaria non è che un pretesto, qual è l’obiettivo di questa guerra?

Le rivoluzioni arabe hanno sorpreso gli occidentali che non erano ben informati di ciò che stava accadendo nel Magreb e nel Medio Oriente. Non metto in discussione il fatto che ci siano buoni specialisti della materia, ma frequentemente non sono sufficientemente ascoltati a un certo livello del potere e di conseguenza se ne lamentano. Ora dunque, potrebbe succedere che i nuovi governi egiziano e tunisino non si allineino agli interessi occidentali e, di conseguenza, potrebbero essere ostili a Israele. Per assicurarsi il controllo della regione e proteggere Tel Aviv, gli occidentali probabilmente vorrebbero disfarsi dei governi già ostili a Israele e agli occidentali. I tre principali sono Iran, Siria e Libia. Dal momento che quest’ultimo è il più debole lo si attacca.

– Può funzionare?

L’Occidente sognava di dominare il mondo, ma dal 2003, con il fiasco iracheno, si rende conto che non è in grado di farlo. Prima, gli Stati Uniti potevano permettersi di rovesciare governanti che essi stessi avevano portato al potere, come Ngô Dinh Diêm nel Vietnam del Sud negli anni 60. Però, Washington non ha la possibilità di fare ciò anche oggi. In Kosovo gli Stati Uniti devono vedersela con un regime mafioso. In Afghanistan tutto il mondo dice che Karzai è un corrotto ma non hanno alternativa. Anche in Iraq devono adattarsi ad un governo che è ben lontano dal convenirgli totalmente. Una volta un iracheno mi ha detto: “In questa parte del mondo non esistono liberali nel senso occidentale del termine, eccetto alcuni intellettuali abbastanza isolati”. Siccome l’Occidente non può appoggiarsi su dirigenti che condividano le sue idee e difendano completamente i suoi interessi, cerca di imporre dittature con la forza. Ma evidentemente ciò crea una sfasatura con le aspirazioni della base popolare. Questo modo di procedere si traduce in un disastro e la gente non dovrebbe ingannarsi in merito a ciò che accade. L’Occidente, che credeva di poter controllare il mondo arabo con marionette come Ben Alí e Mubarak, si è subito chiesto: “Visto che non andava, ora dovremo appoggiare la democrazia in Tunisia, Egitto e Libia?”. Ciò appare ancora più assurdo se si tiene conto che una delle grandi rivendicazioni delle rivoluzioni arabe è il diritto alla sovranità. Detto in un altro modo: no all’ingerenza! L’Occidente deve rassegnarsi: il mondo arabo, allo stesso modo dell’Africa e dei Caraibi, non gli appartiene. In effetti, le regioni in cui l’Occidente interviene di più sono le meno sviluppate. Se si rispetta la loro sovranità, queste regioni potranno svilupparsi, come ha fatto l’Asia e come sicuramente avverrà in America Latina. La politica dell’ingerenza è una sconfitta per tutto il mondo.

– Qual’è allora l’alternativa?

In primo luogo occorre sapere che la politica dell’ingerenza necessita di un bilancio militare importante. Senza l’appoggio degli Stati Uniti e del suo bilancio militare delirante, Francia e Gran Bretagna non si sarebbero impegnate. Il Belgio, ancora meno. Ma tutti questi mezzi a disposizione non cadono dal cielo. Questi bilanci si basano su prestiti della Cina riguardanti il deficit USA e ogni tipo di problema economico. Raramente si pensa a ciò. Ci si ripete costantemente che non c’è denaro per l’educazione, la ricerca, le pensioni, ecc. E improvvisamente appare una gran quantità di denaro per fare la guerra in Libia! Una quantità illimitata, dal momento che non si sa quanto tempo durerà questa guerra! D’altro canto già si sta spendendo denaro per nulla in Afghanistan. Manca, perciò, un’altra visione politica e, a mio avviso, la Svizzera è un buon esempio. Questo paese consacra il bilancio militare unicamente alla difesa del suo territorio. Si potrebbe affermare che la Svizzera lascia che Gheddafi massacri gli insorti, ma, in primo luogo, essa non ha commesso un genocidio e altri massacri, anche se la sua politica può essere criticata ad altri livelli (banca o immigrazione). E, in secondo luogo, se tutto il mondo facesse come la Svizzera, per le ragioni che ho spiegato prima, il mondo andrebbe molto meglio. Le guerre e gli embarghi hanno sempre conseguenze disastrose. A mio parere, la miglior alternativa è la cooperazione con diversi paesi, quale che sia il loro regime. Attraverso il commercio, ma non quello delle armi evidentemente, le idee circolano e le cose possono avere un’evoluzione, senza guerra. Si possono discutere le modalità: commercio giusto, ecologico, ecc. Ma il commercio è un’alternativa molto meno sanguinosa delle sanzioni e degli embarghi, che sono la versione soft delle guerre umanitarie.