LA LEGA NORD: COSA È E COME COMBATTERLA

La capacità della Lega Nord di catturare il voto operaio, fin dentro le roccaforti della sinistra, è in crescita. Se vogliamo riconquistare posizioni al Nord, dobbiamo capire che cosa è la Lega. Quello di Bossi è un partito di stampo fascista, ma con molti aspetti nuovi e diversi. Come il fascismo, la Lega mira alla sovversione dell’ordinamento costituzionale, mediante la mobilitazione reazionaria di massa inserita entro un blocco interclassista dominato dall’impresa. Come il fascismo degli inizi, è rappresentante della piccolissima, piccola e media impresa, ma fa il gioco anche del grande capitale finanziario. Tuttavia, mentre il fascismo propugnava il nazionalismo ed il centralismo la Lega poggia, oltre che sulla xenofobia, su regionalismo e localismo. La Lega è figlia delle peculiarità e degli squilibri storici della struttura socio-economica italiana, che presenta una quota maggiore che negli altri Paesi avanzati di piccole e piccolissime aziende. Questo settore, alimentato dalle ristrutturazioni e dalle esternalizzazioni della grande impresa, ha potuto prosperare soltanto grazie al lavoro nero (specie immigrato), ai bassi salari e soprattutto all’evasione fiscale. Oggi, però, la piccola impresa è incapace di reggere alla nuova concorrenza internazionale perché ha poche risorse per innovare, mentre la grande impresa gli scarica addosso la crisi, e le grandi banche gli riducono il credito. In questo quadro e dinanzi alla mancanza di soluzioni collettive, la classe operaia delle piccole e medie imprese (ma sempre più anche delle grandi) sviluppa una “spontanea” solidarietà con la propria azienda, rifugiandosi nell’unico ambito che apparentemente rimane, il territorio locale, dove è cooptata nel “blocco sociale dei produttori” leghista. Collanti del blocco leghista sono xenofobia e tasse, che, però, se osservati con attenzione, sono deboli e contraddittori. Gli immigrati, ricattabili e a prezzi stracciati, fanno troppo comodo alla piccola e media impresa per respingerli veramente, ed infatti Maroni ha assicurato che da un eventuale blocco biennale dell’immigrazione (richiesto da parlamentari della Lega) sono da escludere gli stagionali necessari al turismo e all’agricoltura. Ma il principale collante usato dalla Lega è quello delle tasse, che si combina con l’attacco al grande nemico, lo Stato centrale. Qui la Lega coglie un nodo importante, l’insostenibile pressione fiscale che si esercita sui lavoratori dipendenti e sulla gran parte delle partite iva, spesso lavoratori dipendenti mascherati e precari. Tuttavia, anche qui l’ipocrisia della Lega è evidente. La compresenza di una eccessiva pressione fiscale e di un alto debito pubblico è dovuta a due ragioni: l’evasione fiscale delle imprese, che ammonta al 7% del Pil nazionale (recuperata annullerebbe il deficit statale e ne avanzerebbe per migliorare il welfare) e i finanziamenti all’impresa grande e piccola, comprese le “socializzazioni delle perdite”. La Lega, invece, attribuisce alla gestione centrale statale della fiscalità e della spesa la responsabilità e su questo assunto ha fatto approvare il federalismo fiscale. La capacità regionale di imporre tasse avrà, invece, effetti esattamente opposti a quelli sperati da molti. In primo luogo, come già dimostrato dalla regionalizzazione della sanità, la spesa tenderà ad aumentare, sospinta dalle richieste assistenzialiste delle imprese e dalla proliferazione del ceto politico locale, con la conseguenza che la pressione fiscale, certo a carico non degli evasori ma sempre dei lavoratori dipendenti, aumenterà. In secondo luogo, non solo si andrà incontro all’approfondimento degli squilibri e della divisione tra Nord e Sud, ma si cadrà nell’errore di affrontare la crisi e lo sviluppo su un piano solo locale e quindi troppo ristretto. La Lega è una forza disgregatrice e, al tempo stesso, conservatrice e regressiva, inadeguata alla fase storica di mondializzazione e crisi. La Lega mira a mantenere una struttura delle imprese inefficiente e l’anarchia del mercato capitalistico nella sua forma più pura in un periodo storico in cui appare evidente la necessità di un rinnovato ruolo dello stato e soprattutto di politiche industriali nazionali. Far saltare i collanti del blocco leghista, dunque, vuol dire svelarne la contraddittorietà e la dannosità e rovesciarne in senso classista le tematiche, collegando la riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti (compresi quelli mascherati da partite iva) alla difesa del salario e la lotta contro l’evasione fiscale ed il lavoro nero alla lotta contro la xenofobia. Ma, soprattutto, è sulla lotta contro il localismo e per politiche economiche che coordinino tutto il Paese che si deve incentrare la nostra proposta e la nostra agitazione. È solo in questo modo che, di fronte al fallimento della borghesia come classe nazionale, possiamo porre le basi di un nuovo blocco sociale del lavoro subalterno e di un vero partito “nazionale”, in senso progressivo.