La guerra resta globale

L’incontro di mercoledì tra Bush e Sharon ha confermato che quella palestinese non è solo una questione nazionale, risolvibile attraverso la nascita di uno stato palestinese accanto a quello israeliano, ma parte integrante di un quadro geopolitico e geostrategico di ben altre proporzioni. Lo dimostrano le risoluzioni approvate, alla vigilia dell’arrivo di Sharon, dal senato e dalla camera dei rappresentanti degli Stati uniti con schiacciante maggioranza bipartisan (94 contro 2 e 352 contro 21): gli Stati uniti, «impegnati con Israele nella comune lotta contro il terrorismo», sono a fianco dello «stato israeliano in prima fila nella guerra contro il terrorismo» e, mentre continuano ad «assisterlo per rafforzare la difesa nazionale», chiedono che «l’Autorità palestinese mantenga l’impegno di smantellare nelle sue aree l’infrastruttura terroristica, compresa quella associata all’Olp e a entità dell’Autorità palestinese direttamente collegate ad Arafat». Washington sostiene così la guerra con cui il governo Sharon sta smantellando le basi di un futuro stato palestinese, legittimandola con la motivazione della «guerra contro il terrorismo». L’azione di Sharon si inserisce quindi, a pieno titolo, nell’operazione «Libertà duratura». In tale quadro, a opporsi alla nascita di un autentico stato palestinese, indipendente e sovrano, non è solo il governo Sharon ma anche l’amministrazione Bush. Ciò che essa ha in mente è un bantustan, retto da amministratori graditi a Washington. Una riserva indiana in Medio Oriente.

In tal modo gli Stati uniti intendono, da un lato, tranquillizzare formalmente i governi arabi ed europei favorevoli a uno stato palestinese, dall’altro rafforzare ulteriormente Israele, il loro più affidabile e potente alleato nella regione meriorientale. I tempi stringono: gli strateghi del Pentagono stanno preparando la seconda fase dell’operazione «Libertà duratura». «Il teatro afghano è stato il primo ma non sarà certo l’ultimo», ha annunciato il segretario alla difesa Rumsfeld, precisando che l’Afghanistan costituisce «un terreno di prova» per le future operazioni. Ormai è certo: il prossimo «teatro» sarà la seconda guerra del Golfo, che dovrebbe essere lanciata al massimo agli inizi del 2003. A questo punto è indifferente che l’Iraq accetti o no gli ispettori dell’Onu. Qualunque cosa faccia Saddam Hussein – ha dichiarato il falco Condoleeza Rice – «non riuscirà a convincere il mondo che intende vivere in pace con i suoi vicini». «Indipendentemente da ciò che faranno gli ispettori – ha dichiarato la colomba Colin Powell – gli Stati uniti si riservano l’opzione di fare tutto ciò che ritengono appropriato per cambiare il regime iracheno».

Chiaro compito di Israele, nella seconda guerra del Golfo, sarà quello di tenere sotto tiro (anche con le armi nucleari) le capitali arabe per ricordare loro chi è più forte e, solo in caso di necessità, intervenire direttamente. A Washington si fidano sempre meno dei paesi arabi alleati. In Arabia saudita – definita da Sharon, nell’incontro con Bush, «paese che aiuta il terrorismo» – vi sono crescenti segni di insofferenza per la presenza militare degli Stati uniti, che rischiano di perdere la base aerea Prince Sultan, presso Riyadh, loro principale centro di comando e controllo dalla prima guerra del Golfo a quella dell’Afghanistan. Ma al Pentagono stanno già provvedendo: da alcuni mesi stanno potenziando la base di Al Uldeid nel Qatar spostando lì i comandi strategici, così che possa sostituire quella saudita.

Contemporaneamente gli Usa stanno accelerando la costruzione di basi militari nell’Asia centrale. E’ stata quasi ultimata una base aerea nei pressi di Biskek nel Kirghizistan, (battezzata «Peter J. Ganci» in onore dell’ufficiale dei pompieri morto nel World Trade Center l’11 settembre). Da qui decollano per le missioni sull’Afghanistan, insieme agli aerei da guerra statunitensi, anche quelli francesi (mandati da Chirac, non da Le Pen), assistiti da aerei spagnoli, olandesi, danesi, norvegesi e australiani (tutti, naturalmente, agli ordini del Pentagono). Basi Usa sono in costruzione anche in altre repubbliche ex sovietiche: Uzbekistan, Tagikistan e probabilmente Kazakistan.

Ai governi di questi paesi Washington ha promesso oltre 50 milioni di dollari, ufficialmente per «combattere il traffico di armi». In Georgia sono arrivati i primi Berretti verdi, ufficialmente per addestrare reparti georgiani in «tecniche anti-terrorismo», in realtà per predisporre una presenza militare permanente anche in questa repubblica ex sovietica. Per il disturbo, il governo di Shevardnadze ha ricevuto un primo acconto di 64 milioni di dollari. Oltre a queste basi vi sono quelle di Burgas in Bulgaria e Costanza in Romania, che il Pentagono ha aggiunto alla sua collezione di circa 1.000 basi e installazioni militari sparse nel mondo.

Dal Medio all’Estremo Oriente, dall’Oceano Indiano all’Asia centrale, la «potenza globale» statunitense (come la definisce il Pentagono nel documento strategico di settembre) sta giocando la carta della sua superiorità militare per ridisegnare gli assetti del dopo guerra fredda, in particolare nell’Asia centrale, area di enorme importanza sia per le risorse energetiche del Caspio e quelle limitrofe del Golfo, e i relativi corridoi petroliferi, sia per la posizione geostrategica rispetto a Russia, Cina e India. Ma non era questo il tempo della «fine dell’imperialismo» e dell’avvento invece di un indistinto «impero»?