La guerra delle medaglie

Mai un ministro italiano della difesa ha infilato, nello stesso giorno, una tale sequela di spot elettorali, uno più guerrafondaio dell’altro. L’ineffabile ministro, che non deve ancora essersi ripreso dalle bacchettate arrivategli da Letta sulla retorica usata per commemorare la morte «da fato» di Nicola Calipari, ha in primo luogo detto che la Spagna del 2004 ci ha insegnato che «il terrorismo internazionale ama influenzare gli esiti politici dei nostri confronti democratici», ma – udite udite – nessun italiano degno di questo nome» reagirebbe «chiedendo la fuga dei nostri soldati» dall’Iraq, come – pare di capire – hanno fatto gli spagnoli, indegni di questo nome, perché se questo accadesse «ricompatterebbe il paese senza nessuna esitazione». Della serie «guarda come reagisce un italiano». Perché, non contento, ha ricordato che entro l’anno «la missione italiana sarà compiuta» ma «non abbandoneremo l’Iraq, la missione passerà da militare a civile». Come? Abbiamo – spiega il ministro a proposito di «civile» – addestrato già undicimila poliziotti iracheni. In Iraq, a tre anni dall’inizio della guerra che vede «ottimista» Bush, «è già in corso la guerra civile» dice l’ex premier filo-occidentale Allawi. E per l’Iran? Spiega Martino che, dotandosi di capacità nucleare, «sarà in grado di rappresentare un rischio enorme» – senza citare il rischio enorme rappresentato dalle atomiche che Israele già possiede in Medio Oriente – però bisogna utilizzare «tutte le risorse diplomatiche», ma se non dovesse succedere, l’Italia «si assumerà le sue responsabilità». Proprio come Berlusconi che, intervenendo al Congresso americano, aveva dichiarato che, no, «la guerra è l’ultima delle opzioni», ma di fronte ad un pericolo reale è possibile e legittimo «il one shot », il colpo solo – basterebbe una notte per colpire i siti nucleari iraniani, studiano al Pentagono. Ma non è finito, perché nello stesso discorso, il ministro Martino ha annunciato che, di fronte alla crisi di vocazioni belliche, vale a dire al fatto che in Occidente, Italia e Stati uniti compresi, i giovani non sono né saranno più disposti a fare i volontari in guerra, si avvicina la possibilità di avere, anche noi come in Francia e in Spagna, l’istituzione della Legione straniera. Già l’Amministrazione Bush sguinzagliava marines a cercare volontari nelle scuole con scarso esito, trovando disponibilità solo negli immigrati disperati pronti a morire e ad uccidere pur di diventare «americani», ma non è bastato alzare l’ingaggio fino a 40mila dollari né l’età fino ai 52 anni. Così, anche da noi, i contractors sono serviti alla bisogna: mancando alla missione d’occupazione dell’Iraq i soldati sufficienti, le agenzie private hanno potuto arruolare uomini disposti a tutto e soggetti per questo alla normativa dello stato maggiore Usa: per «gestire» i prigionieri,anche ad Abu Ghraib, proteggere in armi obiettivi sensibili, scortare uomini politici sotto tiro, difendere interessi occidentali decisivi come raffinerie e oleodotti partecipare a scontri armati – è successo a Falluja, hanno raccontato i giornali americani. In questo mercato della guerra è accaduto che il presidente della repubblica Azeglio Ciampi, incurante del fatto che sulla vicenda c’è ancora un’inchiesta aperta, abbia sentito il bisogno «dovuto» di premiare con la medaglia d’oro al valor civile il contractor Fabrizio Quattrocchi. E’ il riconoscimento del disastro umano per il sangue versato in una guerra che meriterebbe non medaglie ma opere di pace? Non pare proprio. Visto che i familiari dei militari morti a Nassiriya s’indignano perché a loro è mancato quel riconoscimento, «dovuto» invece agli ambigui combattenti privati. E sentite soprattutto le parole del «nostro» ministro della difesa che, nel comizio di ieri, ha semplicemente negato ogni legame tra l’uranio impoverito e le patologie che hanno ucciso decine e decine di soldati italiani – e i civili? – in missione nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq. Guardate come fa il ministro un italiano.