La guerra del Kashmir

Il bilancio dell’attacco contro l’Assemblea legislativa di Srinagar, la capitale estiva dello stato indiano di Jammu e Kashmir, si fa più pesante. Non solo per il numero delle vittime: 38 morti, quasi tutti civili salvo tre dei guerriglieri attaccanti, contro i 29 contati in un primo momento. Ma anche perché porta al massimo la tensione tra India e Pakistan, eterni nemici ma ora entrambi schierati con la “lotta al terrorismo” degli Stati uniti.
Il premier indiano Atal Behari Vajpayee ieri ha scritto al presidente George Bush per esprimere indignazione: “Fatti come questo sollevano problemi per la nostra sicurezza nazionale”; “Il Pakistan deve capire che c’è un limite alla pazienza degli indiani”. L’attacco, accusa Delhi, è stato condotto da uomini di cittadinanza pakistana del gruppo Jaish-e-Mohammad, e il Pakistan ne è responsabile per il sostegno che dà ai gruppi islamisti in Kashmir. L’India, ha dichiarato un viceministro degli esteri a New Delhi, fa appello agli Stati uniti ad “allargare la sua guerra al terrorismo per includere la guerriglia islamica che operano in Kashmir”, e sostiene di avere prova di “legami credibili” tra il gruppo guerrigliero Jaish-e-Mohammad e la rete Al Qaida di Osama bin Laden.
In Pakistan l’attacco in Kashmir provoca qualche imbarazzo. Lunedì Islamabad aveva condannato il fatto e detto che il Pakistan “è contro il terrorismo in tutte le sue forme”. Ieri il portavoce del ministero degli esteri ha ribadito la condanna e respinto “con forza” le accuse “senza fondamento” avanzate dall’India: l’attacco di lunedì a Srinagar è opera di “elementi rinnegati”.Anche il gruppo Jaish-e-Mohammad si tira fuori: con un comunicato inviato all’ufficio Reuter di Islamabad afferma che i suoi mojaheddin non sono coinvolti nell’attacco, che attribuisce invece a un’operazione sporca delle forze indiane. Lunedì l’attacco a Srinagar era stato rivendicato a nome del Jaish-e-Mohammad (che ora disconosce la rivendicazione) e a dare consistenza alla paternità ieri il quotidiano Daily Islam, considerato la voce ufficiosa del gruppo, ha titolato “Attacco devastante del Jaish contro il parlamento-fantoccio in Kashmir”.
L’attacco al parlamento di Srinagar – in quello che il Pakistan definisce “Kashmir sotto occupazione indiana”, ma che in India è lo stato di Jammu e Kashmir – porta alla ribalta un elemento fondamentale della tensione in quel pezzo di Asia meridionale. Lo status del Kashmir è la più intricata eredità della divisione dell’ex impero britannico nel subcontinente indiano nel 1947, è stato la causa di due delle tre guerre combattute da allora da India e Pakistan ed è la questione politico-militare su cui si sono arenati tutti i tentativi di dialogo tra i due paesi. Del resto la guerriglia anti-indiana in Kashmir ha da tempo trasceso la rivolta interna per diventare un fronte della “guerra santa” nutrita da moschee e madrasa pakistane e afghane.
Molti dei gruppi armati kashmiri in Pakistan ieri hanno voluto prendere le distanze dall’attacco di lunedì a Srinagar. Comunque si consideri tale presa di distanza – e la smentita del Jaish-e-Mohammad – vale la pena di tracciare la traettoria di questo gruppo, fondato nel marzo 2000 a Karachi: l’ultimo nato della dozzina di sigle attive in Kashmir. Il suo leader è il religioso pakistano Maulana Masood Azhar, scarcerato da un carcere indiano in cambio della liberazione dei 155 ostaggi a bordo di un aereo della Indian Airlines dirottato alla fine di dicembre 1999 e costretto ad atterrare a Kandahar, dove le autorità talebane condussero la trattativa con i dirottatori (poi tutti lasciati liberi). Azhar, rientrato in Pakistan, aveva tentato di riprendere la leadership del gruppo armato Harkat-ul-Mujahedeen (già Harkat-ul-Hansar), di cui era stato ideologo e raccoglitore di fondi prima dell’arresto nel Kashmir indiano. Decise infine di fondare un gruppo nuovo; il nome Jaish-e-Mohammad (“esercito di Mohammad) fu suggerito dal suo mentore spirituale Mufti Nizamuddin Shamzai, guida di un’importante seminario a Karachi (e capo della delegazione dei mullah pakistani che giorni fa andarono a colloquio con il leader dei Taleban, Mullah Omar). In Afghanistan Azhar aveva incontrato Mullah Omar e, secondo la rivista Jane’s Intelligence Review, anche Osama bin Laden.