La guerra dei muratori: 118 vittime nei primi sei mesi dell’anno

Mai “dolce morte”. Ma sempre morte crudele, spaventosa, orribile. E’ lo Spoon River dei cantieri edili, l’elenco in terrificante sequenza di morte sul lavoro, morte stritolatrice tra cave, ponteggi, ruspe, vasche di cemento. Muratore siciliano, 34 anni, precipitato da ponteggio. Edile rumeno, 40 anni, caduto da impalcatura. Andrea Rinaldi, 55, schiacciato da grosso tubo. Giorgio Biferi, 53, investito da parete di terra franata. Andrea Paniccia, 32, trafitto da tondino di ferro. Pietro Danieli, 57, testa schiacciata tra pala di escavatrice e manufatto di cemento armato. Michail Apostol, rumeno, 49, schiacciato da “ragno” mentre carica camion. Paolo Bellunato, 48, stritolato da pancali. Antonio Zeoli, travolto da pala meccanica. Gezim Berisha, albanese, 31, schiacciato da montacarichi. Operaio, 25, folgorato da alta tensione. Operaio, 38, impigliato dentro ingranaggi. Marcello Tornado, 33, travolto da carico di ghiaia. Pierdomenico Kinspergher, 52, schiacciato da lastra di cemento. Giuseppe Cottone, precipitato da impalcatura. Salvatore Longo, 47, travolto da impalcatura. Nunzio Minardi, 69, e Valentin Karri, 27, sepolti vivi da frana. Gianni Truffa, 30 anni, ucciso da gas dentro fossa settica. Chen Zmaimin, cinese, 25, risucchiato e schiacciato da nastro trasportatore. Antonio Del Sole, folgorato da scarica elettrica dentro cava. Brasiliano, 28, decapitato in cantiere a Milano. Lavinio (Roma), decapitato da escavatore. Adriano Sarvia, 43, schiacciato da ruspa. Operaio trafitto all’addome da tubo di metallo. Salvatore Cordella, 33, stritolato da pale impastatrici. Andrea Cesario, 24, precipitato da impalcatura e trafitto da un ferro. Raffaele Vivo, 35, schiacciato tra due mezzi. Esu Ovidiu Manole, 35, e Petriso Iona, 30, precipitati da 30 metri…

Non è una lista piacevole e nemmeno una lettura amena, anzi addirittura noiosa (chiediamo scusa). E’ solo l’elenco – parziale – degli infortuni mortali accaduti nei cantieri italiani negli ultimi sei mesi. Sono 118 vittime. Comprese quelle dell’ultima settimana: Carlo Merola, 24 anni, schiacciato sotto il mezzo che conduce nel cantiere sul Grande raccordo a Roma martedì 20 giugno; Antonio Veneziano, 25, stritolato sabato 24 giugno dopo un volo di 20 metri sotto una montagna di ferro e cemento nel cantiere della Catania-Siracusa; Angelo Boccadamo, 45, schiantato sotto il ponteggio che si stacca dal muro, a Frosinone, 27 giugno…

Il sanguinoso Spoon River dei cantieri italiani è in rete, tutti lo possono scaricare dal sito della FilleaCgil, preciso, ufficiale, tragicamente aggiornato, una lunga scia di terrore. A scorrerlo tutto insieme mette qualche brivido, Pulp Fiction ma senza la regia di Tarantino. Muoiono di ogni età, provenienza e colore di pelle; nei cantieri artigianali e nei cantieri delle Grandi Opere, italiani e immigrati (questi ultimi in costante escalation), al Nord e al Sud. L’Italia degli omicidi bianchi qui equamente rappresentata: le 118 vittime degli ultimi sei mesi contate dalla Fillea hanno incontrato il loro destino a Roma, Frosinone, Verona, Vasto, Fiumicino, Legnano, Caserta, Milano, Chieti, Udine, Cremona. Minervino (Bari), Alcamo, Teramo, Brescia, Torre del Greco, Cosenza, Termini Imerese, Palermo, Pordenone, Prato, Novara, Avellino, Savona, Lecce, Lastra a Signa, Perugia, Trento, Lucca, Pesaro, Caltanissetta, Venezia, Sondrio, Bolzano, Campobasso, Pavia, Gioia Tauro… Nord e Sud, piccoli paesi e grandi centri, metropoli e periferie, la distribuzione geografica è assicurata.

Ma il monitoraggio del sindacato è ancora più introspettivo e “vede” le differenze. Aggregando i suoi dati mortali, la Fillea mette insieme questo quadro. 215 vittime nel 2003; 231 nel 2004; 191 nel 2005. Il 2006, come abbiamo visto, ne produce 118 nei primi sei mesi: siamo a mille morti in poco più di tre anni, calcola bene il segretario generale della Fillea medesima, Franco Martini. Una cifra di guerra. Edilizia, pericolo di morte: il 38 per cento di tutti gli infortuni sul lavoro in Italia avvengono lì, nel maledetto settore costruzioni. Il 15 per cento delle vittime è dato da immigrati, tutti tra i 25 e i 35 anni; ma anche la maggior parte degli italiani si colloca nello stessa fascia d’età, e tuttavia sono ben rappresentati anche quelli tra i 45 e i 55 anni (non sono mancati due diciassettenni).

Quanto alle cause: la prima è la caduta dall’alto (38,5 per cento), ma i folgorati non sono pochi, oltre il 5 per cento. Sempre la ricerca Fillea, mette in luce che si muore di più il primo e l’ultimo giorno della settimana lavorativa, più nella tarda mattinata (prima dell’interruzione pasto e verso la fine della giornata), più nei mesi estivi che in inverno, più nelle piccole che nelle grandi imprese; mentre le regioni più “mortali” sono, nell’ordine: Lombardia, Toscana, Veneto, Lazio. Ma anche Emilia Romagna, Sicilia e Piemonte nel ramo non sfigurano. Tanto per aggiungere un altro tocco, anche gli infortuni non mortali in edilizia sono moltissimi: nel solo 2004 sono stati 80.079 e il loro costo sociale ogni anno si aggira sui 5 milioni di euro, praticamente l’8 per cento del Pil.

Un costo indubbiamente elevato. Ma niente vale il prezzo di tante vite umane perdute. «Costruiscono case, scuole, ospedali, strade e ponti, costruttori di pace che muoiono ogni giorno, in silenzio, in una guerra dimenticata da tutti», scrive il sindacato.

Ma a chi vanno le accuse, chi porta responsabilità così pesanti, quali le cause della strage dei muratori? Il primo imputato, dice il segretario della Fillea, «è il subappalto infinito».

Dopo le indignazioni di rito e le esecrazioni formali al momento dell’ultima morte bianca, tutto resta lì, tutto come prima; e al punto in cui è la situazione «nel nostro settore, limitarsi a invocare le norme di sicurezza equivale al nulla di fatto. Certo, le norme di sicurezza devono esserci e vanno applicate e, del resto, in merito, la legge italiana sulla sicurezza, la 626, è all’avanguardia in Europa. Il punto è che le norme di sicurezza oggi come oggi sono, di fatto, nella impossibilità concreta di essere applicate».

Mancanza di “come e dove”, volatizzazione del terreno di impiego, scatole cinesi. Franco Martini spiega benissimo il Fenomeno Edilizio.

Storico settore portante della nostra industria, ancora oggi robusto e in salute, un comparto “che tira” e non patisce crisi occupazionale, circa due milioni di addetti nel ramo. Oggi un gigante dai piedi di argilla: due milioni di addetti e 700 mila imprese, l’anomalia è già lì.

Il sindacato ha istituito un Osservatorio che fornisce al riguardo dati eloquenti: 700 mila imprese, ma sono appena cinquanta quelle che davvero possono definirsi tali per numero di addetti, valore patrimoniale, volume di produzione. Cinquanta o poco più, contando le maggiori: Impregilo (13mila dipendenti), Astaldi (quasi 7mila), Pizzarotti (6mila), Todini (2mila600), Garboli (mille 300); e due sole, le prime due, che si possono considerare di livello europeo. Il resto è frantumato in una galassia informe, una rete di relativamente poche ditte medie, una miriade di micro-imprese con 4-5 addetti e una infinità di partite Iva, sulle quali la Camera di Commercio non pone domande. In sostanza, il regno “dell’impresa che non c’è”, cannibalizzata in pochi anni (ma ad alto profitto assicurato).

Così tra i muratori è comparso il General Contractor, il dio invisibile da cui tutto dipende, il Signore degli Anelli che non si sporca le mani. Il General Contractor, detto in italiano, è la “stazione appaltante”, cioè l’impresa che si è aggiudicata l’appalto. L’impresa appunto alla quale una legge – introdotta il 2 dicembre 2001 con il nome di Legge Obiettivo – consente di realizzare l’opera, privata o pubblica che sia, con «tutti i mezzi necessari».

Quattro paroline magiche. Tutti i mezzi necessari, secondo legge, significano in buona sostanza solo quello, appunto il comodo, reddiditizio, facile sistema del subappalto e del subappalto del subappalto. Lo spiega benissimo sempre Martini. L’impresa a quel punto cessa di essere tale, è una entità misteriosa e lontana, che presta solo il nome. «Il cantiere si allunga fino a diventare una catena anonima, il luogo della flessibilità senza regole e il regno del possibile. Sparito l’imprenditore che arriva in cantiere a controllare i lavori, la filosofia corrente oggi è questa: la produzione la faccio fare nel quinto girone dell’inferno, io mi occupo di aree, di speculazioni finanziarie, faccio l’immobiliarista».

General Contractor, il tipo che da costruttore si fa finanziere. «Così – dice Martini – mi capita di chiamare la “stazione appaltante” – cioé lui, il General Contractor, l’Anas o la Pizzarotti che sia – e di sentirmi rispondere: e che ne so io di cosa succede al cantiere?».

Il cantiere che è diventato l’oggetto misterioso, alla mercè di mille mani. «Prendi il caso della Catania-Siracusa, il cantiere della Pizzarotti dove pochi giorni fa è morto sotto il pilone crollato Antonio Veneziano: si tratta dell’unica grande opera in corso da quelle parti, ma della Pizzarotti, impresa di Parma, lì non è impiegato un solo operaio, al 100% i lavori vengono fatti in subappalto e in sub-subappalto». Piccolo particolare: l’espediente ha consentito alla stessa impresa di tagliare i costi del 22% e di vincere la gara…

Contractor, e molti altri, tra i muratori. «Sulla Salerno-Reggio Calabria, in un tratto di 30 km si sono viste al lavoro 871 imprese, cioè 1 ogni 7 metri». E operaio anonimo in cantiere infinito. «A Genova, quando è avvenuto il crollo al Museo del Mare, ci abbiamo messo due giorni per riuscire a sapere chi era l’operaio morto e chi ce lo aveva mandato».

Si torna così al discorso d’inizio: dove come e quando applicare le famose norme di sicurezza che pur sono all’avanguardia in Europa. La giungla d’asfalto detto cantiere oggi come oggi sfugge a qualsiasi possibilità di controllo e ad una pratica applicazione della legge. L’impresa che non c’è “vale” una vittima al giorno.

Settecentosettantotto, sedici euro al mese, tanto prende un muratore: sempre se da apprendista è riuscito, nell’arco dei sei anni previsti dal contratto, a diventare operaio e non è morto prima. Volando giù da 20 metri.