LA GUERRA ALLA LIBIA: LA MINACCIA DI UN NUOVO MODELLO DI INTERVENTISMO UMANITARIO

«Non si deve sottovalutare il pericolo rappresentato dalla propaganda e dalle menzogne del nemico. La menzogna, anche la più grossolana riesce sempre, soprattutto quando è insistentemente ripetuta, a ingannare una parte dell’opinione pubblica. La ripetizione sino all’abbrutimento su quasi tutti i giornali e alla radio della stessa notizia falsa, riesce quasi sempre a disorientare, a creare confusione, a falsare il giudizio non solo degli ingenui, ma anche di molte persone di spirito». La requisitoria di Pietro Secchia su Rinascita (1950), relativa alla guerra di Corea, resta, di fronte all’aggressione alla Libia, di una attualità sconcertante. La martellante ed onnipresente retorica della democrazia e della difesa dei diritti umani ha nuovamente giustificato agli occhi dell’opinione pubblica una aggressione militare ad un paese sovrano come la Libia impegnato a contrastare una sedizione armata debitamente sostenuta dall’estero, ma subito ribattezzata come spontanea e autentica rivoluzione contro il tiranno di turno.
Nessuna grossa novità: le stesse motivazioni hanno sostenuto nel 1999 l’aggressione alla Jugoslavia e i sistematici bombardamenti su Belgrado. E, sempre le stesse argomentazioni sostengono ora l’aggressiva campagna mediatica contro la Siria di Assad, il satrapo di turno. Basterebbe tornare indietro di un secolo per rendersi conto che le tematiche del “fardello dell’uomo bianco” e della “missione di civiltà” sostengono, pur con vesti rinnovate, le strategie imperialiste di oggi e il progetto egemonico dell’unilateralismo Usa. Ne rappresentano l’indispensabile mascheratura ideologica in un presente in cui si proclama la fine delle ideologie. Nel 1901 così si esprimeva il presidente statunitense McKinley per giustificare l’acquisizione delle Filippine al termine della guerra con la Spagna: «Non potevamo abbandonarli alla loro sorte (sono incapaci di governarsi da soli): ci sarebbe stata rapidamente l’anarchia e la situazione sarebbe stata peggiore che sotto l’autorità spagnola. Non ci restava dunque altro che prenderle e educare i filippini, elevarli, civilizzarli e cristianizzarli. In breve, con l’aiuto di Dio, a fare del meglio per loro che sono nostri simili, per i quali Cristo è egualmente morto. Allora io sono andato a coricarmi e ho dormito. D’un sonno profondo». La missione di civilizzazione si esercitò con campi di concentramento, fucilazioni e sterminio del movimento nazionalista filippino.
La retorica della esportazione della democrazia ha fatto nuovamente breccia nella sinistra italiana, tranne lodevoli eccezioni nell’ambito della Federazione della sinistra. Il PD si è persino contraddistinto con una adesione totale all’intervento Nato, tanto da criticare con inaudita costanza gli iniziali tentennamenti del governo Berlusconi. Nella storia del socialismo la guerra, coloniale o imperialista con tutta il suo carico di tragedie, ha sempre svolto un ruolo chiarificatore: fu così nel 1911 in occasione dell’aggressione italiana alla Libia, con i primi cedimenti di frange del riformismo socialista alla logica del colonialismo come missione di civiltà. Allora, come sottolineò Giolitti, si doveva compiere «la civilizzazione di popolazioni che in altro modo continuerebbero nella barbarie».
Rischia di essere disperso il bagaglio dell’antimperialismo, sacrificato in nome di una generica adesione alla retorica, tutta imperiale, della democrazia da esportazione e della liberazione dalle dittature. Un bagaglio che appartiene alla storia del comunismo italiano e che portò al sostegno dei movimenti di liberazione nazionale. Nel 1936 il Partito comunista italiano, per bocca di Palmiro Togliatti, si schierò a fianco del popolo etiope e del suo imperatore aggredito dall’Italia, indipendentemente dalla natura democratica o meno del regime, tanto da inviare in accordo con l’Internazionale comunista i tre militanti Barontini, Ukmar e Rolla che avrebbero poi organizzato la resistenza locale: «Il Pcd’I ha completamente ragione di prendere un atteggiamento disfattista verso la guerra imperialista del fascismo italiano, lanciando la parola d’ordine Giù le mani dall’Abissinia e io vi assicuro che se il Negus d’Abissinia spezzando i piani di conquista del fascismo, aiuterà il proletariato italiano ad assestare un colpo tra capo e collo al regime delle camicie nere, nessuno gli rimprovererà di essere arretrato. Il popolo abissino è alleato del popolo italiano contro il fascismo e noi gli esprimiamo la nostra simpatia».
Allora il pericolo principale per la pace era il fascismo. Oggi, invece, questo ruolo è rivestito dalla Nato a guida Usa, ma la posizione maggioritaria è quella di una equidistanza sostenuta dalla argomentazione della natura dittatoriale e criminale del regime di Gheddafi. E fermare il progetto egemonico della Nato dovrebbe essere un obiettivo di un partito comunista.
Oltre la cortina fumogena di una pervicace propaganda, l’aggressione alla Libia, nelle modalità in cui si è svolta, si configura come un modello di intervento nei confronti di paesi che intraprendono percorsi economico-sociali alternativi al modello neoliberista e difendono la sovranità sulle proprie risorse.
L’interpretazione data alla risoluzione apre le porte a ulteriori operazioni di ingerenza militare in base al principio della responsabilità di proteggere i civili contro il loro governo. Massicci bombardamenti (per proteggere i civili!), invio di truppe scelte e addestratori, supporto logistico e rifornimento di armi sono state misure tutte giustificate nell’ambito della creazione di una no-fly zone e delle non ben specificate misure necessarie alla protezione dei civili. In questa concezione del diritto di intervento negli affari interni di un paese sovrano, le operazioni di cambio di regime non necessitano, come nel caso dell’Iraq, di una invasione e di una occupazione militare, ma possono essere effettuate attraverso l’utilizzo di movimenti di opposizione interna debitamente istruiti, finanziati e armati. Il tutto con lo spiegamento di un apparato mediatico in grado di operare una vasta disinformazione e inscenare fantomatiche liberazioni festanti e gioiose. Un chiaro avviso, per fare un esempio, ai governi nazionalisti e progressisti dell’America Latina e, in generale, a potenze competitrici degli Usa a livello globale come Cina e Russia.
E in questo senso non sono mancate le riflessioni e le prese di posizione da parte di forze politiche dichiaratamente comuniste, o genericamente riconducibili al socialismo, e di governi che si sentono sempre più minacciati dall’esempio libico.
Sheng Xiaoquan capo-ricercatore del Centro di studi dei problemi mondiali dell’agenzia Xinhua, sulle orme della posizione ufficiale cinese del rispetto della sovranità statale e delle autonome vie di sviluppo sociale ed economico, ha parlato della guerra alla Libia come di una ulteriore dimostrazione che «l’Occidente non esista ad intervenire negli affari interni dei paesi con ogni mezzo, compresa la forza militare, per assicurare i suoi interessi nazionali» aggiungendo che la Libia rappresenta il banco di prova di un nuovo interventismo occidentale: «Se, in questi ultimi anni, l’Occidente ha fatto ricorso a mezzi più o meno dissimulati di rivoluzione colorata per promuovere la “democratizzazione”, la guerra di Libia è il modello della “democratizzazione” realizzata direttamente con l’uso delle armi»1. In piena sintonia con questa analisi è anche Ghennadij Ziuganov, segretario del partito comunista russo, che parla di «nuovo colonialismo, nella sua variante più disgustosa e cinica», ma soprattutto di «una nuova tattica per rovesciare i governi indesiderabili all’Occidente, con ampio uso di eserciti privati e di mercenari come ausiliari alla Nato»2. Valerij Rashkin, membro del Presidium del Comitato Centrale del partito parla ormai di un inizio della terza guerra mondiale: «Il complotto mondiale messo in atto dagli USA e dalla NATO non vede per adesso una potente reazione in grado di contrastarlo. Hanno elaborato e fanno approvare con il sorriso questo loro inganno, sconvolgendo Paese dopo Paese. In questo modo intendono soggiogare il mondo. Se ai tempi di Hitler era in corso una guerra dichiarata, ovvero la seconda guerra mondiale, adesso invece è in corso la stessa guerra, soltanto non dichiarata. La terza guerra mondiale è già iniziata»3.
Il Governo russo ha dichiarato il 4 settembre scorso che i cinque paesi del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) non permetteranno che in Siria si ripeta lo stesso “copione degli attacchi” perpetrati contro la Libia. Ad oggi, infatti, la sola minaccia dell’apposizione del veto ha limitato la condanna alla Siria a dichiarazioni del Consiglio di sicurezza.
Nella Siria, candidata come possibile vittima del nuovo interventismo e dove già pende la minaccia di un Consiglio di transizione coccolato dall’occidente, il Partito comunista, in un documento del Comitato Centrale, ha duramente condannato «la brutale aggressione imperialista della NATO contro la Libia, aggressione che utilizza la foglia di fico della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, di quelle della Lega Araba, e con il contributo simbolico a questa guerra di rapina imperialista dei regimi arabi reazionari” e, pur aprendo ad alcune legittime istanze di riforma che vengono dal basso, ha ribadito tutto il proprio sostegno al governo lanciando lo slogan “La Siria non si inginocchierà!».
Anche se lontani dal bacino mediterraneo in cui il nuovo interventismo democratico è stato sperimentato, i governi nazionalisti e progressisti dell’America Latina hanno condannato senza mezzi termini l’operazione della Nato. Il presidente del Venezuela Hugo Chavez alla condanna ha aggiunto in più occasioni il completo appoggio al legittimo governo libico e alla sua resistenza. Una posizione chiara da parte del presidente socialista che da ormai un decennio è sottoposto all’accusa, spesso trasversale, di essere un dittatore populista e che deve fare i conti con una opposizione interna sponsorizzata e sostenuta dagli Usa. Il tentato colpo di stato del 2003 rende quanto mai attuale il pericolo di una esportazione del “paradigma libico” in vista delle elezioni presidenziali del 2012 che si preannunciano ricche di tensione. E l’assalto all’ambasciata libica dei giorni scorsi a Caracas è un chiaro ammonimento. Il Partito comunista venezuelano, parte integrante dell’alleanza bolivariana di governo, è sulla stessa linea e, attraverso il suo organo ufficiale, sostiene la «resistenza antimperialista contro i mercenari della Nato» contro la «mega-cellula terrorista Nato» e sottolinea come «l’obiettivo è lo stesso: il cambio di regime. E il progetto è lo stesso: smantellare completamente e privatizzare una nazione che non era integrata nel turbo-capitalismo»4. In questo inizio di settembre Chavez ha invitato i paesi del gruppo Bric (Brasile, India, Russia e Cina) e dell’Alba a iniziare una controffensiva coordinata per arrestare la «barbarie» della Nato.
Il presidente boliviano Evo Morales ha parlato della Libia nei termini di “un popolo che difende la sua sovranità”5 e ha chiesto la costituzione di una Commissione internazionale per una soluzione pacifica del conflitto e invitato il Comitato per il Nobel a ritirare il premio consegnato a Obama. Rafael Correa, il presidente dell’Ecuador bersaglio di un tentato colpo di stato nell’ottobre del 2010, ha confermato che il suo governo è per l’assoluto rispetto del principio di sovranità nazionale. Dura anche la posizione di Cuba che, in una dichiarazione del Ministero delle Relazioni Estere, ha espresso la “più energica condanna all’intervento militare straniero nel conflitto interno che soffre la Jamahiriya Araba della Libia” e “a questa aggressione militare che costituisce una brutale manipolazione della Carta dell’Onu e delle facoltà del Consiglio, ed è un altro esempio della doppia morale che caratterizza la sua azione”6. Il governo di Raul Castro, in relazione al CNT libico, ha dichiarato che riconoscerà come nuovo governo libico «soltanto un governo che si costituisca in Libia legittimamente e senza ingerenze dall’estero, unicamente per volontà libera e sovrana del fraterno popolo libico».
Dura la reazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, da tempo indicata come paradigma dello stato canaglia, già vittima del feroce colonialismo giapponese e rasa al suolo dai bombardamenti Usa, e da sempre in prima linea nella difesa della sovranità nazionale. Questa la nota del portavoce del ministero degli esteri: «L’attuale crisi libica insegna un’importante lezione alla comunità internazionale. Era già evidente agli occhi del mondo come la tanto strombazzata “dismissione nucleare in Libia” era l’inizio della strategia di aggressione architettata dagli americani, che prevedeva di persuadere lo stato-rivale con suggestivi appelli a “garantire la sicurezza” ed al “miglioramento delle relazioni” allo scopo di disarmarlo e poi attaccarlo in forze. Questo dimostra ancora una volta la verità storica che la pace possa essere preservata solo costruendo ciascuno la propria forza finché nel mondo continueranno queste pratiche ingiustificate e prevaricatrici. La RPDC era pienamente nel giusto quando intraprese la politica del Songun, e la capacità di difesa militare costruita grazie ad essa fa da preziosissimo deterrente allo scoppio di una guerra, garantendo pace e stabilità nella penisola coreana»7.

1 La Libye: le banc d’essai du néo-interventionnisme de l’Occident, www.china.org.cn, 06/09/2011
2 La distruzione della Libia, una crescente minaccia per la Russia, G.
3 Con la crisi in Siria è iniziata la terza guerra mondiale: V. Rashkin, www.eurasia-rivista.org, 04/09/2011
4 El capitalismo siniestro cae en picado sobre Libia, Tribuna popular, 30/08/2011
5 Evo Morales: “Libia defiende su dignidad”, http://peru21.pe
6 Aggressione militare alla Libia. Nuestra America dice no!, www.radiocittaperta, 22/03/2011.
7 Il portavoce del Ministero degli Esteri denuncia gli attacchi militari americani in Libia, Sito web KFA Italia, 22/03/2011.