La guerra al terrore è finita (e perduta)

Solo Bush non se ne è accorto
Mentre lui va in bicicletta, l’America cerca soluzioni per una exit strategy

George Bush era, fino a qualche giorno fa, un uomo addolorato e ferito, offeso – assicuravano voci provenienti dai più intimi circoli presidenziali – nel più profondo dell’anima sua. Ma a turbarlo non erano – come parrebbe lecito immaginare – i risultati dei sondaggi d’opinione che di recente, con agghiacciante tendenza al ribasso, hanno visto i suoi indici di popolarità rattrappirsi fino al 42 per cento; né i sempre più incerti esiti d’una guerra, quella in Iraq, che di questa inesorabile discesa sono certo stati la prima causa. No. All’origine delle pene del giovane W c’era (e forse ancor c’è) una battuta che, meno d’un mese fa, a ridosso della conclusione del Tour de France, il più gettonato dei conduttori dei talk show televisivi notturni aveva a lui dedicato, con ovvio ed assai malevolo riferimento al banalissimo incidente (una caduta dalla bicicletta con investimento d’un poliziotto) che aveva marcato le cronache ludico-sportive della partecipazione presidenziale al recente summit di Edimburgo. «Annunciando il suo ritiro dopo sette vittorie consecutive – aveva detto Jay Leno, titolare del “Tonight Show” su Nbc – Lance Armstrong ha manifestato l’intenzione di darsi alla politica. Il che significa che, un giorno, potremmo finalmente avere un presidente texano capace di andare in bicicletta…».
Grande era stata l’onta. Tanto grande che, per lavarla, Bush – di norma assai riluttante nei contatti con i media, specie durante le sue vacanze a Crawford – aveva immediatamente lanciato due iniziative. Prima chiamando un folto gruppo di giornalisti ad accompagnarlo, nelle vesti di testimoni della sua perizia, in un estenuante tour in mountain bike lungo le polverose e non di rado impervie strade di Praire Chapel. E, quindi, invitando il medesimo Armstrong – involontaria pietra dello scandalo – a fare altrettanto, con l’ovvio scopo di ripristinare, di fronte al paese, il suo tanto vilmente e pubblicamente irriso onore ciclistico. Il primo dei due storici appuntamenti già si è consumato la scorsa domenica. Il secondo è invece programmato per oggi. Ma del tutto scontato appare, già a questo punto, il trionfo presidenziale. Recentemente definito “in forma fisica perfetta” – e notoriamente ossessionato dalla costante ricerca di tale fisica perfezione – Bush verrà presto consacrato, con l’implicito avallo dell’uomo che ha vinto gli ultimi sette Giri di Francia, come il miglior presidente-pedalatore di tutti i tempi. Unica possibile incognita: un (peraltro assai improbabile) errore di percorso che, malauguratamente, conduca la carovana nei pressi delle strade lungo le quali Cindy Shehan – madre d’un soldato caduto in Iraq – ha organizzato “Camp Casey”, reclamando un incontro con il presidente ed invocando il ritiro delle truppe…
Oppure che, più in generale, spinga il corteo su due ruote verso la deprimente realtà politico-bellica dalla quale il presidente appare ogni giorno più surrealmente distaccato (sul New York Times, Frank Rich lo ha paragonato, domenica scorsa, a quei soldati giapponesi che, dimenticati in sperduti atolli del pacifico, hanno per anni continuato a combattere una guerra da tempo finita. E perduta).
Molte – e molto rivelatrici – sono infatti le cose accadute mentre Bush andava pedalando in quel di Crawford. Una su tutte: la fine della guerra, per l’appunto. Una fine che, per quanto esclusivamente lessicale – anzi, proprio perché esclusivamente lessicale – è apparsa indicativa dello stato d’isolamento (e di confusione) del presidente-ciclista. Il primo a dichiarare questa sorta d’inedito armistizio – se non puoi vincere un conflitto, cambiane il nome – era stato, a fine luglio, il generale Richard Myers, capo degli Stati Maggiori Congiunti ormai in procinto di andare in pensione, allorché aveva sottolineato come il termine “guerra al terrorismo” andasse opportunamente trasformato in “lotta globale contro l’estremismo violento”. Ed immediata eco gli aveva fatto – con ovvia autorevolezza – il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Ragione ufficiale della metamorfosi linguistica – prevedibilmente accolta da molti osservatori come un primo traballante passo nella ricerca d’una strategia d’uscita dall’Iraq -: la necessità di rimarcare la natura “prevalentemente politica” dello scontro in atto. Non più di tre giorni dopo, il generale George Casey, comandante delle forze Usa in Iraq, aveva quindi pubblicamente accennato alla possibilità d’avviare – fin dall’inizio del prossimo anno, con l’insediarsi di quello che i programmi definiscono “il governo costituzionale iracheno” – un primo “sostanziale ritiro delle truppe Usa” (30mila uomini, pari al 22 per cento del contingente…).

Accolta con molto scetticismo (e, prevedibilmente, con non poche facili ironie) questa operazione di rebrandig della guerra era stata infine bruscamente chiusa – in modo perentorio e, al tempo stesso, assai vago – dal medesimo presidente. Il quale – presenti in quel di Crawford il segretario di Stato Rice ed il segretario alla Difesa Rumsfeld – aveva la scorsa settimana pubblicamente e solennemente riaffermato, sullo sfondo d’una polverosa strada che pareva perdersi nel nulla della prateria, la sua ben nota (ed in questi anni ribadita come un ritornello) volontà di «tirar dritto» («stay the course»). Nessun cambio di marca («Niente equivoci – aveva detto Bush in un intervallo della sua preparazione ciclistica – quella in corso in Iraq è parte della guerra al terrorismo»). Nessun ritiro di truppe. Nessun “segnale di debolezza” lanciato in direzione del nemico. E, ovviamente, nessuna “exit strategy”, nessuna ridefinizione d’un conflitto ogni giorno più impopolare. Tutto come prima. Anzi: tutto peggio di prima, visto che il trascorrere del tempo altro non fa che inesorabilmente rimarcare la “ingovernabilità” d’una guerra che, avviata con false motivazioni, già era stata da Bush dichiarata vinta il primo maggio del 2003. Unica vera novità strategica: il tentativo di “raffreddare le attese della pubblica opinione” (che, peraltro, come testimoniano i sondaggi, già appaiono di per sé, assai prossime al punto di congelamento). «Stiamo cercando di render chiara la situazione in cui siamo – ha dichiarato tre giorni fa al Washington Post un anonimo “alto funzionario della Casa Bianca” – e di liberarci delle non realistiche aspettative dell’inizio». Traduzione: venduta prima come un’emergenza chiamata a liberare il mondo dalla minaccia delle “armi di distruzione di massa” nelle mani di Saddam e, più tardi, come la scintilla – una sorta di “iskrá” leniniana – in grado di diffondere in tutto il Medio Oriente l’incendio della democrazia, la guerra in Iraq non sarà, in effetti, né l’una né l’altra cosa. Ed è bene non attendersi, dal nuovo governo costituzionale, alcunché di “esemplare”. Anzi: assai opportuno è, a questo punto, accettare con gioia qualunque esito che non sia un’incontenibile guerra civile.

La parola d’ordine è, insomma, accontentarsi. Ed assai comprensibile è che assai poco contenti siano, in questo contesto, i più ideologizzati tra i sostenitori della guerra. Nel suo ultimo editoriale sul Weekly Standard – a tutti gli effetti organo ufficiale dei cosiddetti “neocons” – Bill Kristol ha sparato a zero contro Donald Rumsfeld, o meglio, contro «la leadership civile del Pentagono», accusata di «cercar scuse per non perseguire la vittoria in Iraq». E, più in generale, contro il riemergere di quella che i neoconservatori considerano la più orrenda delle malattie politiche: il realismo. Ovvero: il progressivo riaffermarsi, sulle ceneri di quella che, a suo tempo, venne con grande enfasi battezzata la “Dottrina Bush”, della vecchia scuola kissingeriana. Centro di questa trasfigurazione pragmatica: Condoleezza Rice, il nuovo segretario di Stato divenuto il vero catalizzatore della politica internazionale americana. Niente più “guerra infinita”, niente più “cambi di regime”, o perversi sogni neocoloniali. In un editoriale aperto pubblicato ieri dal New York Times, Gideon Rose, managing editor di Foreign Affairs, ha fatto notare come tutti i “neocons” puri – Paul Wolfowitz, John Bolton e Douglas Feith – abbiano ormai, in un modo o nell’altro, abbandonato la sala di comando. E come il timone sia, in questi primi sette mesi del secondo mandato di George W. Bush, tornato saldamente nelle mani della “vecchia scuola” (nella quale la sovietologa Condoleezza Rice, allieva di Brent Scowcroft, s’era a suo tempo formata). Vecchia scuola che, con antica pazienza, sta oggi cercando di ripristinare la credibilità ed il consenso internazionale perduti con l’attacco all’Iraq.

La domanda è: esistono ancora i margini per una non traumatica virata? O, se si preferisce: esiste ancora la possibilità di “realisticamente” bloccare la deriva irachena? Giorni fa, nel commentare la “quasi vittoria” d’un candidato democratico – Paul Hackett, reduce dalla guerra in Iraq – in una delle “inespugnabili” roccaforti repubblicane dell’Ohio, il redivivo Newt Gingrich ha definito il risultato un “campanello d’allarme”. E s’è apertamente chiesto in che misura il presidente sia disposto a “cambiare strada” in Iraq. Una domanda, questa, che – a dispetto dell’autorevole provenienza – è rimasta fin qui senza risposta alcuna. Perché le uniche strade a cui il presidente sta apparentemente pensando sono, in questi giorni, quelle che, a Crawford, lo vanno conducendo verso l’ormai certo riscatto ciclistico. Bush junior, ha scritto due giorni fa sul Times la columnist Maureen Dowd, sta oggi davvero «pedalando più forte che può». Peccato che, con tutta evidenza, non stia andando “da nessuna parte”.