La guerra ai checkpoint Usa. In Iraq uccisi 400 civili

L’inchiesta dell’intelligence italiana individua le gravi responsabilità anche nel ricordo dell’uccisione di Nicola Calipari.

Dall’inizio della guerra in Iraq (20 marzo 2003), più di quattrocento civili iracheni e di altre nazionalità sono stati uccisi ai checkpoint delle forze armate americane e oltre ottocento sono rimasti feriti. Non fosse per la fine tragica e ancora oscura del dirigente del Sismi Nicola Calipari, la questione sarebbe ancora oggi ridotta a un dato marginale e poco indagato all’interno della contabilità spaventosa di morti ammazzati da granate, autobomba e kamikaze nella quotidiana macelleria irachena. Un piccolo numero annegato nel capitolo Effetti Collaterali, una spigolatura da lasciare in pasto ai siti e al dibattito di organizzazioni tipo Human Rights Watch o Amnesty International. Roba da pacifisti, insomma.
D’altronde, non risulta che nessun soldato o ufficiale americano in servizio a uno dei tanti checkpoint sia mai stato condannato per aver ucciso senza motivo dei civili disarmati e innocenti. Dunque – ed è l’argomento di chi ritiene che in guerra sia inevitabile conteggiare al passivo una certa quota di casualties da «incidente» – che senso ha spendere tempo e parole per insistere a cercare le eventuali responsabilità sulla morte o il ferimento di un pugno di uomini, donne e bambini senza volto e senza nome, quando nella immensa «combat zone» compresa tra Kurdistan e Shatt-el-Arab saltano in aria ogni giorno a decine dentro e davanti a moschee, caserme, mercati?
L’intelligence militare italiana ritiene invece di sì, che un senso questa esercitazione ce l’abbia. Ne deriva che il monitoraggio di trentuno mesi di incidenti (diciamo così) ai checkpoint gestiti dalle forze armate degli Stati Uniti propone una serie di istruttive scoperte sull’applicazione parziale o inesistente delle cosiddette regole di ingaggio stabilite dalla Coalizione, sulla qualità delle armi utilizzate e più in generale sul comportamento dei soldati. Sfogliando i verbali degli interrogatori a cui sono stati sottoposti alcuni militari che hanno aperto il fuoco indiscriminatamente contro auto e fuoristrada civili (e sono stati scagionati), viene fuori ad esempio che ai checkpoint americani vengono utilizzati proiettili all’uranio impoverito. E che proprio per questo motivo, dopo aver sparato, i soldati si guardano bene dall’avvicinarsi ai mezzi colpiti.
La magistratura militare americana ha aperto inchieste per furti di denaro o di effetti personali e per presunte violenze sessuali, reati compiuti ai danni di uomini e donne fermati e perquisiti ai checkpoint. Inchieste condotte però secondo criteri che non rispettano alcun carattere di imparzialità e oggettività, secondo il durissimo giudizio del Tribunale Mondiale sull’Iraq del maggio 2004, che ha denunciato come l’operato dei militari americani ai checkpoint sia in aperta violazione delle leggi internazionali sui diritti umani e della stessa Convenzione di Ginevra con riferimento agli articoli 57 e 85 del Primo Protocollo Aggiuntivo. Anche la stampa americana – clamorosi un servizio di Playboy e gli articoli del New York Times – ha evidenziato che tutte le inchieste militari si sono concluse con dei mix di giustificazioni autoassolutorie, farcite di punti interrogativi privi di risposta, e senza alcun conseguente processo né provvedimento disciplinare. Come nel caso dell’uccisione di Calipari (4 marzo 2005).
Intanto, un’occhiata alla progressione dei numeri. Nei nove mesi di guerra del 2003, i checkpoint americani hanno fatto registrare 97 morti e 209 feriti tra i civili. Nel 2004 i morti salgono a 155 e i feriti diventano 334. Nei primi nove mesi del 2005 siamo già a 152 morti e 299 feriti. Il totale aggiornato al 30 settembre di quest’anno è di 404 vittime e 842 feriti. Ma non si tratta solo di iracheni. In un articolo pubblicato pochi giorni dopo la drammatica sparatoria al checkpoint 541 («US checkpoint raise ire in Iraq») il New York Times scrive che «secondo una serie di rapporti governativi non classificati, che comunque hanno avuto una diffusione fortemente limitata, Giuliana Sgrena e i suoi accompagnatori non sono stati gli unici occidentali ad essersi trovati sotto il fuoco americano. Copie di tali rapporti sono state fatte pervenire al Times. In essi vengono riportati almeno sei incidenti nei quali, a partire da dicembre, le truppe americane hanno aperto il fuoco nella zona circostante l’aeroporto contro veicoli con a bordo cittadini occidentali». Circostanza confermata dal generale Mario Marioli, vicecomandante della Coalizione, nel suo rapporto sulla morte di Calipari.
In uno dei rapporti in possesso del New York Times, viene citato un incidente del gennaio 2005 verificatosi proprio sulla strada dell’aeroporto di Baghdad in cui «un soldato americano ha aperto il fuoco contro un’auto, nonostante questa procedesse lentamente e il conducente mostrasse la sua identification card fuori dal finestrino».
Il 10 marzo 2005, un altro articolo («Iraq, caos dei checkpoint») riporta la testimonianza di un militare, Yevgeny Ulitsky, secondo cui le regole di ingaggio ai checkpoint sono soggette «ai capricci dei comandanti». All’unità del soldato Ulitsky era stato detto «di non sparare alcun colpo di avvertimento, questa era la decisione del comandante».
L’esame di questi rapporti, incrociato con informazioni delle Ong presenti in Iraq e dei cosiddetti «contractors» (gli addetti alla vigilanza e alla sicurezza, di cui viene tutelato l’anonimato), ha consentito alla nostra intelligence militare di elaborare un’analisi sulla situazione specifica resa necessaria dal fatto che, al di là del caso Calipari, gli incidenti ai checkpoint americani hanno un forte impatto sulla popolazione irachena e quindi rischiano di compromettere anche l’immagine del contingente italiano che in Iraq fa parte integrante della Coalizione. Preoccupazione condivisa dall’intelligence americana che, anche se non ufficialmente, sulla tragica sparatoria al checkpoint 541 in cui era stato ucciso il funzionario del Sismi aveva assunto una posizione critica nei confronti del comando delle forze armate in Iraq, evidenziando una spaccatura «sul campo» tra militari e servizi.
Tra le questioni di fondo individuate, la prima riguarda «Le regole di ingaggio e gli effetti di una impunità generalizzata». Dall’analisi degli incidenti, «basata anche sulle risultanze di inchieste svolte dall’US Army Criminal Investigation Command», si è riscontrato «come le regole di ingaggio, ricorrentemente utilizzate per “assolvere” i militari dalle accuse mosse nei loro confronti», vengano «spesso disattese per effetto del sussistere, alla luce delle molte indagini condotte senza esito, di (tre) sottostanti condizioni di impunità generalizzata». La prima è che «i checkpoint dove il rischio di incidenti subisce una impennata esponenziale sono quelli temporanei (definiti a volte “flash checkpoint”) risultati in diverse occasioni totalmente privi di segnalazioni che ne indicassero la presenza creando, specie nelle ore notturne, condizioni di altissimo pericolo» e posizionati «in aperto contrasto con la dichiarazione ( DODDOACID 008420, 3 maggio 2004)», che prevede comunque l’uso di segnali, di filo spinato e di un «percorso serpeggiante realizzato con barriere di cemento». Insomma, di tutto ciò che mancava per segnalare a Calipari e al suo collega la presenza del checkpoint 541.
La seconda «condizione di impunità» riguarda la «consuetudine, come si evince da alcune deposizioni rese da militari, di aprire il fuoco direttamente sulle autovetture in arrivo ai checkpoint, e non sul loro vano motore, nel caso non si fossero fermate dopo l’esplosione dei colpi di avvertimento». Afferma un militare citato nell’analisi (DODDOACID 008427, 4 maggio 2004): «Ho visto donne e bambini uccisi ai posti di blocco lungo le strade. Le loro autovetture continuavano ad avanzare nonostante i nostri colpi di avvertimento. Chi non si fermava veniva ucciso, tutto qui». Nessun tentativo quindi «di arrestare la corsa del veicolo colpendone il motore, cosa d’altro canto inutile qualora vengano usati proiettili all’uranio impoverito (DODDOACID 008428, 4 maggio 2004)». Terza «condizione d’impunità», quella che viene definita come la «disomogenea applicazione, tra le varie unità impegnate nei checkpoint, delle regole di ingaggio specie sotto il profilo interpretativo di ciò che viene percepito come una minaccia tale da giustificare una reazione armata». Ne consegue che la decisione di aprire il fuoco viene «esercitata entro limiti fortemente influenzati da fattori di emotività, a loro volta strettamente connessi ai livelli di professionalità, di addestramento e di esperienza conseguiti, nonché da interpretazioni “cerebrine” del singolo individuo o di norma, come spesso riferito, del comandante dell’unità». In una inchiesta si afferma testualmente: «È stato accertato che è stato effettivamente aperto il fuoco contro donne e bambini (…). Tuttavia questi sono stati comunque percepiti come dei combattenti (DODDOACID 008474, 12 luglio 2004)».
La seconda questione di fondo evidenziata dall’analisi dell’intelligence italiana è «Il persistere, tra i vertici militari Usa, di un complessivo orientamento assolutorio e giustificazionista». Infatti, dallo scandalo degli abusi commessi nella prigione di Abu Ghraib in poi – risolto con molte assoluzioni e qualche condanna – si è evidenziata «una sostanziale inversione di tendenza pur in presenza di eclatanti episodi delittuosi (…) quali l’uccisione di civili ai checkpoint, le ruberie perpetrate nei confronti di cittadini iracheni, i maltrattamenti inflitti a persone arrestate o ferite». È il caso dei crimini rivelati dall’articolo «Death and dishonor» apparso sulla rivista Playboy nel maggio 2004 che, citando testimonianze di militari in servizio in Iraq, denunciava l’uccisione di donne e bambini e una lunga serie di illegalità. L’inchiesta, conclusa il 26 luglio 2004, «non ha rilevato responsabilità a carico dei soldati inquisiti». Per non parlare dell’episodio filmato in uno sconvolgente Dvd intitolato «Ramadi madness» («Follia a Ramadi»), dove alcuni soldati si fanno riprendere mentre agitano il braccio di un civile che hanno appena ucciso al loro checkpoint per fargli fare ciaociao alla videocamera. Anche qui «l’inchiesta, nonostante tali episodi risultassero in contrasto con la Convenzione di Ginevra, si è conclusa con un non luogo a procedere».
Sono passati meno di tre anni dagli episodi clamorosi che segnarono l’inizio di questa carneficina coperta da un muro di silenzi e omertà – 31 marzo 2003, dieci tra donne e bambini uccisi a un checkpoint vicino Najaf; 1 aprile 2003 un morto e un ferito a un checkpoint nei pressi di Shatra; 11 aprile 2003, due bambini uccisi e altri nove feriti a un checkpoint nella città di Nassiriya – e il numero delle vittime innocenti continua ad aumentare in modo direttamente proporzionale all’impunità completa di cui sembrano godere i militari americani dal grilletto facile impegnati nei checkpoint disseminati sul territorio iracheno. Senza contare che l’escalation del terrorismo ha offerto nuove giustificazioni a tutti quei comportamenti criminosi di cui ormai «si ha notizia solo se è presente un giornalista, oppure quando vengono coinvolti cittadini occidentali».
Già, ma in fondo cosa sono quattrocento morti e più di ottocento feriti rispetto al bilancio complessivo delle vittime di questa guerra? È vero che si parla di civili disarmati e innocenti. Ma il fuoco sotto cui cadono è comunque «amico»…