«La guerra agli emarginati non serve»

Jean Claude Amara è il portavoce di Droits Devant («Prima i diritti»), il coordinamento dei movimenti sociali francesi che comprende, tra gli altri, i sans papiers e il movimento di lotta per la casa Dal (Droits au logement).

La rivolta che infuria ormai in mezza Francia è totalmente spontanea?

Nella rivolta delle banlieues non si può parlare né di coordinamento, né di premeditazione. Quanto accade è semplicemente l’effetto di decine di anni di emarginazione delle periferie. Il governo finora non ha fatto che dichiarare guerra agli emarginati, e invece dovrebbe avere il coraggio di promuovere un dibattito pubblico che verta principalmente attorno al tema dell’immigrazione. Perché la maggior parte dei giovani in rivolta sono figli di migranti, provenienti da ex colonie come ad esempio l’Algeria. Questi giovani si sentono completamente rigettati e stigmatizzati da politiche che oggi promuovono una repressione feroce su tutti gli stranieri, in particolare sui sans papiers, che sono una parte dei giovani delle banlieues, ma più in generale contro tutti quelli che vivono in povertà. La rivolta esplosa in questi giorni era latente da tempo e andrà molto lontano.

Questa protesta ha dei contenuti definiti o è un semplice sfogo di violenza sociale?

Di obiettivi dichiarati in realtà non ce ne sono. Il messaggio che si vuole trasmettere è semplicemente: anche noi esistiamo, e siamo stufi di essere sistematicamente definiti selvaggi, banditi, mafiosi o, ultimamente, integralisti. Quando Sarkozy parla di “integralismo” sembra voler applicare la strategia della tensione tanto cara a Bush e agli Stati Uniti. Chi si ribella chiede a Sarkozy e al governo di smettere di agitare lo spettro della differenza di civiltà per guadagnare voti in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative del 2007. Certi argomenti non fanno che aumentare la rabbia di avere genitori che sono stati colonizzati, sfruttati ed esclusi. Ma le condizioni dei figli non sono tanto diverse: oggi in Francia le principali vittime della disoccupazione sono proprio i giovani migranti. I figli degli stranieri nascono con la sensazione di essere separati ed esclusi dal resto del popolo francese, e a questo sentimento contribuiscono in maniera decisiva la provenienza dai medesimi luoghi geografici e l’essere concentrati tutti assieme in isole urbane, lontane dalle città. Questo contesto naturalmente favorisce la malavita, e fa sì che siano proprio le bande i nuclei di aggregazione dai quali parte la rivolta in atto.

I movimenti sociali come intervengono in queste dinamiche?

Ormai da molti anni in Francia i movimenti sociali aggregano i sans papiers, i disoccupati, i precari, i senza casa. Ma la nostra lotta è molto differente rispetto alla rivolta di questi giorni. Noi lavoriamo creando organizzazione tra gli adulti e i giovani dei quartieri e abbiamo sempre scelto di mobilitarci partendo da rivendicazioni concrete. Lavoriamo tutti i giorni sul territorio, ma spesso siamo marginalizzati, e fatichiamo a far arrivare le nostre proposte a tutta la popolazione giovanile. Credo che oggi sia ancora più importante di prima lavorare sul territorio, a stretto contatto con la gente, per riempire di politica e obiettivi concreti il malessere diffuso che per ora si esprime in maniera caotica. Si tratta di un lavoro estremamente difficile.