La guerra a scoppio ritardato

«Avrei potuto mostrarvi foto di bambini senza faccia che continuano a respirare, ma abbiamo già abbastanza responsabilità come cittadini dei paesi della coalizione per rischiare di indulgere in un morboso voyeurismo». Non poteva essere più duro Rae McGrath, ex geniere dell’esercito britannico che si occupa di sminamento dall’89, prima per l’Onu e poi per il Mines Advisory Group. Nel 1997 fu McGrath a ricevere il Nobel per conto della Campagna internazionale contro le mine, ed è sempre lui a chiamare a raccolta le forze che ottennero la messa al bando delle mine antiuomo, sancita nel ‘99 dal Trattato di Ottawa, per rilanciare la mobilitazione internazionale contro il nuovo orrore che sta venendo disseminato in Iraq.

Una bomba dentro l’altra
E’ ciò che resta della guerra quando se ne va la televisione. Versatili, economiche e discretamente distruttive, le munizioni cluster, o bombe a grappolo, sono utilizzate dai militari per colpire bersagli in movimento su di un vasto territorio. Si tratta in sostanza di tanti piccoli ordigni – da due a trecento – contenuti in una bomba più grande che può venire sganciata dall’alto oppure confezionata in un missile da mortaio. Poco dopo il lancio la bomba esplode rilasciando gli ordigni più piccoli che ricadono al suolo sparpagliandosi su di un’area molto vasta. E’ quella che i militari definiscono «alta capacità di disseminazione» che, insieme alla versatilità, ha reso le munizioni cluster uno degli strumenti preferiti delle “guerre dal cielo”.

Inutile dire che dal punto di vista umanitario le cluster sono devastanti. Prima di tutto, come le mine antiuomo, continuano a esercitare il proprio potenziale distruttivo dopo la fine del conflitto visto che non tutte esplodono quando devono. Secondo i militari, che ovviamente minimizzano, resta inesploso appena il 5 per cento degli ordigni, ma le esperienze e i dati raccolti sul campo segnalano indici molto più alti, fra il 20 e il 25 per cento. A differenza delle mine, progettate per essere attivate dal contatto con la vittima, le bombe a grappolo esplodono al minimo contatto, rendendo la bonifica molto più complessa. Spesso di colore acceso, le cluster attirano l’attenzione dei bambini (il 60% delle vittime) specialmente quando, come in Afghanistan, vengono lanciate insieme ai pacchi alimentari. Inoltre sono ben più letali: mentre la mina amputa gli arti, la cluster dissemina schegge per un raggio di centocinquanta metri, letteralmente dilaniando il corpo della vittima.

Quantificare il fenomeno non è semplice. E’ noto che, tra l’ottobre 2001 e il marzo del 2002, vennero sganciate sull’Afghanistan circa 1.228 bombe di questo genere. Anche prendendo per buona la stima dei militari, sul terreno sarebbero rimasti più di 12.400 ordigni inesplosi. Si possono intuire le conseguenze della disseminazione di cluster in un paese agricolo come l’Afghanistan, ancora impegnato nella bonifica delle mine sovietiche. E’ più difficile immaginare l’effetto di questi ordigni quando vengono sganciati nelle zone residenziali di città come Bagdad, Hilla, Najaf e Bassora. Sull’Iraq, solo fra il marzo e l’aprile del 2003, sono piovute circa 13 mila cluster, contenenti un numero di submunizioni compreso fra 1,8 e 2 milioni.

Torna il Made in Italy
Sono state usate in Albania, Afghanistan, Cambogia, Laos e Bosnia. Nel ’98 l’Eritrea ha sparato le cluster su di una scuola etiope, l’Etiopia ha risposto sparandole su di un campo profughi. In entrambi i casi erano munizioni economiche, estremamente difettose: il 30 per cento sono rimaste inesplose, a tagliare braccia e gambe ai soccorritori. Nel mondo, almeno 57 paesi hanno bombe a grappolo nei loro arsenali. Secondo quanto segnalato da Human Rights Watch, l’Italia è dotata delle cosiddette Dual Purpose Conventional Munition da mortaio, che hanno un alto tasso di mancato funzionamento. Secondo fonti riservate anche l’Aviazione militare ha in dotazione alcune “cluster d’aereo” di tipo Mk2 B1755, contenenti ciascuna 147 submunizioni. A quanto risulta non sono mai state impiegate anche se, nel ‘99, l’Italia ne ha assaggiato gli effetti quando alcuni pescatori sono rimasti feriti dalle cluster mollate nell’Adriatico dagli aerei Nato di ritorno dal Kossovo.

Chi produce le bombe a grappolo? Le più diffuse sono la Blu 97 e la Mk 47 di fabbricazione statunitense e la britannica BL 755, ma anche l’Italia dà il suo contributo. Certo, non siamo più leader del settore – eravamo terzo produttore mondiale di mine – ma fabbrichiamo alcuni esemplari notevoli, come il razzo Medusa da 81 mm e l’Howitzer Bomblets Cargo Round da 55 mm fabbricati dalla dalla Simmel Difesa di Colleferro, o le cluster prodotte dalla Snia Bdp. Di norma ci limitiamo a importarle – dalla Germania e dagli Stati Uniti, prima di tutto – e qualche volta giriamo gli acquisti a paesi non meglio identificati come è avvenuto nel ’99, quando sono state “trasferite” 50 granate Bcr Im303 e 74 granate calibro 155 mm con submunizioni Heat cal 42, ovvero armi anticarro ad effetto cluster.

Moratoria subito
Lanciata dalla Cluster Munition Coalition, coalizione internazionale nata nel novembre del 2003, la campagna per la moratoria è stata tenuta a battesimo ieri, a Palazzo Marino, primo parlamentare firmatario Achille Occhetto. Nicoletta Dentico, presidente della Campagna italiana contro le mine, non nasconde le difficoltà: «Rispetto agli anni ’90 gli spazi per le organizzazioni non embedded si sono notevolmente ristretti, e le cluster sembrano avere sostituito le mine negli arsenali, una volta che i governi hanno ratificato il trattato». C’è in giro parecchia rassegnazione, sottolinea Dentico, come se «la violazione del diritto cui stiamo assistendo fosse la morte stessa di qualsiasi legge che non sia quella del più forte». Al contrario, «spetta alla società civile continuare a difendere il diritto anche perché, lo abbiamo visto in Kossovo, le guerre illegali non sono appannaggio soltanto di questo governo». Come primo passo la Campagna si propone di mobilitare i parlamentari delle commissioni difesa di Camera e Senato, prima per ottenere maggiori informazioni e poi per promuovere, nei confronti del Governo, una proposta di moratoria nazionale.