La Grande Monaco

Ma la difesa della sicurezza di uno stato o di molti stati, l’egemonia e il controllo delle fonti di energia, possono giustificare un olocausto nucleare? Vale a dire una o due «piccole» nuove Hiroshima e Nagasaki secondo le potenzialità distruttive non già del deterrente atomico tradizionale, ma delle nuovissime «nano» o bombe nucleari tattiche, come le hanno ribattezzate al Pentagono e nel Club ristretto dei detentori della bomba nucleare? La risposta è no, per nessun motivo. Anche se lo stato si chiama Israele.

Non stiamo parlando di fantascienza, ma tentando di rispondere e di riflettere sugli avvenimenti precipitosi che ci stanno intorno. Parliamo del grave pronunciamento e minaccia del presidente francese Jacques Chirac, che da oggi in poi chiameremmo «Stranamore Jacques». Il quale non solo annuncia d’essere pronto a usare l’atomica «contro il terrorismo» e cioè contro una minaccia terroristica «alimentata da uno stato», ma offre anche la protezione nucleare all’Europa e ai paesi alleati, non solo dell’Occidente. Escludiamo l’eventuale azione di ritorsione o «prevenzione» contro l’Iraq e l’Afghanistan, dove il terrorismo si è alimentato grazie alla guerra, perché paesi occupati dai «liberatori» di turno.
Ma escludiamo anche la lontana «canaglia» della Corea del Nord. Ecco che la cerchia degli obiettivi minacciati del presidente francese si restringe visibilmente all’area mediorientale, vale a dire alla Siria e segnatamente all’Iran di Ahmadinejad. Ed è sotto gli occhi di tutti il braccio di ferro che vede, proprio sul nucleare, Tehran rivendicare il suo diritto ad avere reattori che dichiara «ad uso civile», quando è chiaro che il processo dell’arricchimento dell’uranio potrà, ma solo nei prossimi anni, avere un evidente risvolto anche verso il militare. Lo scontro è aperto, l’Aiea tratta, gli Stati uniti accusano pronti a deferire l’Iran all’Onu minacciando sanzioni, la Gran Bretagna e la Francia sembrano più flessibili, contrari, finora, ad una esacerbazione della crisi sembrano Russia e Cina, coinvolti economicamente e strategicamente con il nucleare di Tehran. Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina: tutti paesi che hanno la bomba atomica e che hanno aiutato, per i loro scenari di potenza altri paesi ad averla, come India, Pakistan e Israele. Era la Guerra fredda. Ma la strategia è continuata. Se la pace era in pericolo ma equilibrata da questo doppio terrore, ecco che, con la fine della divisione del mondo in due blocchi e l’avvento del predominio internazionale degli Stati uniti, i vecchi trattati non valgono più e, con la nuova possibilità di un uso-minaccia di atomiche tattiche, il pericolo di una deflagrazione atomica è aumentato. Con il silenzio del mondo e dei movimenti. Approfittiamo della pericolosità del momento per dire che due sono i fatti davvero insopportabili e inaccettabili. La prima che Ahmadinejad, rafforzato dai risultati della guerra in Iraq che vede ormai gli sciiti controllare più della metà del paese, per difendere il suo diritto ad avere il nucleare civile raschia il barile dell’antisemitismo, rilanciando addirittura con un «convegno internazionale» al quale dovrebbero approssimarsi le peggiori figure del revisionismo storico e del negazionismo. E ricordiamo poi a noi stessi che l’alternativa energetica rappresentata dal nucleare civile, per un paese straricco di petrolio e metano, è illusoria, pericolosa per l’ambiente (nessuno ha mai risposto alle domande su dove e come stoccare scorie, trasportare materiale fissile e dismettere centrali), non economica e subalterna alla tecnologia dei potenti – altro che autonomia energetica nazionale. Comunque appare fin troppo chiara la scelta di puntare ad una dotazione che alla fine abbia un ritorno militare.

E veniamo all’altro punto insopportabile. Che senso ha rimproverare Tehran e impedire il suo accessso al nucleare civile che potrebbe, ma solo nei prossimi anni, diventare militare, quando Israele nell’area ha, adesso e da molti anni, dalle 200 alle 300 bombe atomiche con missili puntati anche su Tehran? E’ quello di Tel Aviv un nucleare militare di cui non parla nessuno – vedi la fine «misteriosa» del caso Vanunu, peraltro rapito in Italia nel 1986, venti anni fa. Si tratta inoltre di dotazioni atomiche arrivate ad Israele proprio grazie alla Francia (e alla Germania). Sì, Israele che occupa militarmente le terre palestinesi di Cisgiordania e si ritira solo dalla «prigione« di Gaza, Israele del Muro che impedirà ogni continuità territoriale ad uno stato di Palestina, è anche l’unica potenza atomica nell’infuocato Medio Oriente. Mentre, con uno Sharon in fin di vita, arriva sinistra l’affermazione del «premier» israeliano ad interim Ehud Holmert: «Non permetteremo mai il nucleare in Iran».

Ora è singolare che le parole di Chirac arrivino nei giorni che precedono la rappresentazione del film «Munich» («Monaco») di Steven Spielberg. Lì, sapientemente, il regista anche a costo di aprire una ferita dolorosa nella coscienza israeliana, riflette sulla legittimità e sui risultati effettivi della rappresaglia. Un sistema d’intervento militare che è all’origine dello stato d’Israele, come ricordano gli stessi padri fondatori e le fratture originarie tra ebraismo nel mondo e sionismo armato dell’Irgun e della Haganà, come dell’esercito regolare israeliano poi. E che fu subito fallimentare a Monaco 1972 per l’esito sanguinoso del rapimento degli atleti israeliani portato a termine dalla guerriglia palestinese, e dopo per le uccisioni-esecuzioni mirate contro leader e rappresentanti palestinesi in Europa, che innescarono una spirale infinita di contro-rappresaglie e di guerra. Che si vuole ora? Una Grande Monaco? Chi scommetterebbe più sull’esistenza dello stato d’Israele, il giorno dopo (ricordate day after) la minaccia dell’uso di un’atomica e il suo impiego «tattico» nell’area mediorientale? Chi ha a cuore la Palestina e Israele non può che inorridire. Ma non basta l’orrore della mente, perché in questi giorni un leader europeo, per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, ripropone l’attualità dell’impiego della bomba atomica, un impiego diseguale giacché nessuno stato che ha l’atomica è visibilmente minacciato da «Stranamore Jacques». E’ così vero che, probabilmente, anche il messaggio che arriva da Parigi servirà solo ad alimentare la corsa al riarmo nucleare. Eppure l’Unione europea soltanto due anni fa, il 21 ottobre del 2003, aveva sottoscritto con la «Dichiarazione di Tehran» l’impegno, in cambio della volontà iraniana a sviluppare un nucleare esclusivamente civile sotto controllo dell’Aiea, a lavorare «per la costituzione di una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente». Che fine ha fatto questo impegno?

Noi siamo al dunque. Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale su questo giornale scriveva tre anni fa che «la sinistra italiana che conosciamo è morta». Non vorremmo trarre in questa fase la conclusione perfino più grave che «i movimenti per la pace» non ci sono più. Sarebbe peraltro assai credibile, visto quello che è accaduto con decine di milioni di donne e uomini scesi in piazza prima del marzo 2003 per dire no alla guerra di Bush, smentiti e zittiti dalle bombe che cadevano dal cielo su Baghdad. Ma è sicuro che se esistono ancora coscienze e presidi civili, è di questo che bisogna fare parlamento. Per impedire che quel che è stato non ritorni, per fare in modo che l’atomica resti memoria dolorosa del passato non possibilità concreta del tempo futuro che ci è dato vivere.