La grande fuga dal capitale produttivo

Il 2005 non è stato solamente l’anno della crescita zero del prodotto interno lordo, uno dei simboli del fallimento economico del precedente governo. E’ stato anche l’anno della crescita sotto zero degli investimenti. Secondo i dati resi noti dall’Istat, lo scorso anno l’ammontare degli investimenti fissi lordi è diminuito nel nostro paese dello 0.6% in termini reali rispetto al 2004. L’arretramento riguarda praticamente tutti i settori produttivi: nell’industria la riduzione ha toccato il 2.1%, nell’agricoltura addirittura il 5.7%. Nei servizi il lieve incremento che si è registrato (+0.3%) è solo apparente: se valutato infatti al netto degli investimenti in abitazioni il dato dei servizi segna anch’esso una riduzione del 2.1%.
La battuta d’arresto del 2005 è la seconda negli ultimi tre anni. Le nuove serie storiche dell’Istat indicano come già nel 2003 gli investimenti erano diminuiti dell’1.7% rispetto all’anno precedente. Per trovare un altro segno negativo occorre invece andare indietro nel tempo fino al 1993. Era l’inizio della stagione della grande svalutazione della lira avviata nel 1992, gli anni della competitività dopata dalla bacchetta magica della manovra valutaria. Boom delle esportazioni, boom dei profitti, il mito del nord est: molti se ne ricorderanno. Per gli investimenti però quelli non furono anni di boom: i profitti hanno preso strade più lucrose.
Se si prendono in considerazione i soli settori dell’industria in senso stretto (escludendo dunque le costruzioni), il 1992 e il 1993 segnarono un deciso arretramento degli investimenti: in quel biennio scesero addirittura del 16% in termini reali rispetto al livello raggiunto nel 1991. Nel successivo biennio qualcosa in più è stato investito, anche se solo nel 1997 gli investimenti fissi lordi sono tornati ai livelli del 1991.
Qualcosa di analogo è successo a cavallo del 2000, quando si attraversò un nuovo periodo favorevole per le esportazioni. Allora l’attività di investimento ha però raggiunto livelli apprezzabili solamente nel 1998 e nel 2000: un andamento a singhiozzo, che si è tramutato in un vero e proprio arrancare negli ultimi anni. Il livello degli investimenti registrato nel 2005 è in termini reali inferiore del 4% a quello registrato nel 2000.
Se si considera invece il solo settore delle costruzioni, le serie storiche diffuse dall’Istat indicano nel 2005 il terzo anno consecutivo di arretramento degli investimenti. Il -8% dell’ultimo anno segue infatti il -18.6% del 2004 e il -8.3% del 2003. Nei tre anni precedenti, dal 2000 al 2002, il mondo del mattone aveva invece conosciuto tassi di crescita davvero notevoli, con un massimo del +26.7% raggiunto nel 2000.
Nel variegato comparto dei servizi il recente rallentamento dell’attività di investimento ha riguardato sia l’area dei servizi alle imprese che, in misura minore, le attività del commercio. Sono invece aumentati nel 2005 gli investimenti nei comparti dei servizi finanziari e immobiliari. Per tutti questi settori la formazione del capitale ha seguito negli ultimi anni un andamento un po’ più vivace rispetto ai settori dell’industria. Ormai i servizi rappresentano più del 68% del valore complessivo degli investimenti, una quota che è continuata a crescere negli utlimi anni, aumentando di due punti dal 2003 al 2005.
Tutto ciò non toglie comunque che nei servizi le imprese investano ancora davvero molto poco: qualcosa più di 7.500 euro per ogni addetto, spiccioli anche se raffrontati con quanto avviene nell’industria, dove di euro per addetto ne sono stati investiti 10.800 nel 2005. Un dato, questo dell’industria, che è peraltro in flessione costante in termini reali negli ultimi due anni, e che è inoltre strutturalmente molto basso anche perché riflette la piccolezza (in tutti i sensi) delle imprese italiane. Nel 2004 le imprese fino a 50 addetti esprimevano la metà dei lavoratori dipendenti dell’industria in senso stretto ma hanno investito meno di 5 mila euro per addetto. Nei servizi questa classe dimensionale esprime il 60% del lavoro dipendente e investe molto meno di 5 mila euro per addetto. Forse sarebbe stato utile lasciare loro il Tfr in cambio di qualcosa.