La grande caccia

Che la guerra in Iraq sia lunga o breve, non dipende da noi. Anzi, ho trovato un po’ cinico fin dall’inizio (per usare un termine ormai alla moda) che se ne discutesse seduti in una comoda poltrona occidentale, mentre a qualche migliaio di chilometri di distanza esseri umani si stavano scannando solo per dar ragione apparentemente all’uno o all’altro dei contendenti nostrani. Questo soltanto possiamo dire con decenza: che la guerra non fosse rapida, indolore, fulminea e trionfale, lo hanno deciso per noi gli iracheni, smentendo fin dal primo giorno di riconoscersi nell’etichetta di «liberati felici», in cui la propaganda statunitense si sforzava in ogni modo di costringerli. Questo è il primo dato certo che la guerra ha repentinamente illuminato: quali che fossero le colpe e i crimini di Saddam, non era vero che i suoi «sudditi» non aspettassero altro che l’occasione per liberarsene o farsene liberare e buttarsi nelle braccia di quei «missionari» in divisa, depositari del bene. L’ipotesi più credibile oggi è, alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane, che essi in grandissima maggioranza si siano sentiti aggrediti e invasi dall’esercito angloamericano e che, insieme con la loro terra, abbiano difeso il loro onore di arabi, di musulmani e di «diversi» rispetto ai popoli e alle culture che prepotentemente cercano di catechizzarli e d’«includerli», con la mite, ragionevole forza delle armi, nel proprio sistema.

L’apologia della «guerra breve» è stata elaborata da tutte quelle «anime belle» che, avendo preso le distanze dalla guerra americana prima che scoppiasse, nel momento in cui la guerra è scoppiata si son trovati nella dura necessità di dover «scegliere», che è propria di tutte le guerre. Non più il semplice e tutto sommato evasivo «né… né» ma il difficile e aspro «o… o». Non volendo scegliere neanche nelle nuove condizioni dettate dal conflitto, si sono precipitate ad abbracciare l’ipotesi squisitamente umanitaria di una conclusione rapida dello scontro bellico. Visto che la guerra è comunque cominciata, e visto che gli angloamericani non possono che vincerla, che almeno la vincano presto, risparmiando ai due contendenti lacrime e sangue e soprattutto a loro medesimi l’indicibile sofferenza di continuare a contemplare, sia pure da lontano, le intollerabili sofferenze di quei poveri iracheni, così inspiegabilmente legati al loro Capo sanguinario, così poco propensi a farsi liberare da chicchessia.

Ma ora la guerra è cominciata, e per ora continua, fondamentalmente perché pare che gli iracheni abbiano deciso di combatterla per tutto il tempo che sarà necessario, come giustamente non si stanca di ripetere ad ogni occasione il presidente Bush, un po’ scottato, a dir il vero, che la resistenza incontrata non gli abbia consentito di prendere Baghdad in tre giorni: ed è la guerra che va giudicata, non il prima né per ora il poi, la guerra nelle sue motivazioni, nelle sue forme, nel suo svolgimento e nelle sue probabili conclusioni.

Dunque, riassumendo in maniera senza dubbio eccessivamente sintetica: siamo di fronte a una guerra di aggressione di due paesi forti, anzi fortissimi, contro un paese debole, con una sproporzione dei mezzi e delle possibilità di vittoria addirittura disumana, non legittimata da alcun organismo internazionale, giustificata sulla base di affermazioni che si sono rivelate di pura propaganda (le armi di distruzione di massa, i legami dell’Iraq con il terrorismo, l’Iraq minaccia per il mondo intero, ecc. ecc.), condotta con violenza e brutalità (le stragi di civili a Baghdad e altrove), destinata ad aprire una piaga infetta in un’area già ampiamente destabilizzata come il Medio Oriente, sospetta di poco onorevoli motivazioni come la ricerca di un pieno controllo su importantissime fonti energetiche, inscritta in una prospettiva di dominio globale che prevede per il futuro l’apertura sistematica di altri fronti di guerra.
Una guerra, dunque, che si presenta come tappa per un rafforzamento decisivo dell’egemonia imperiale sul mondo, e fonte a sua volta, quando sarà vinta, di altre guerra, giustificate e fomentate da argomentazioni non diverse da questa. Tutto ciò resta vero sia che la guerra duri venti giorni sia che duri tre mesi o più, e soprattutto è destinato a diventare più vero dopo il conseguimento fatale della vittoria preannunciata. Insomma, ci sono abbastanza motivi per concludere che, una volta scoppiata la guerra, i nostri nemici nel mondo restino ovviamente molti e diversi, ma quelli principali diventino per noi la guerra stessa, la strategia mondiale che essa sottende e chi ne fa un uso illimitatamente spregiudicato ai fini del proprio dominio. Cioè, in pratica, il gruppo Bush, la sua politica, la sua cultura, il suo disegno, ai quali si devono la teoria e la pratica della «guerra preventiva», cioè della guerra totale e infinita in tutte le sue possibili forme.

La resistenza irachena rischia di spingere le forze angloamericane a una nuova escalation della violenza. Non è da escludere un vero massacro, prima del crollo finale. E’ chiaro che i Bush e i suoi hanno meno alternative di Saddam Hussein: non possono che vincere questa guerra. Per vincerla sono disposti a tutto. «Fermare la guerra» è una parola d’ordine irrealistica – dicono le «anime belle», sempre alla ricerca di una qualche soluzione tranquillizzante. Dunque per evitare il massacro gli iracheni dovrebbero smettere di resistere? Siamo tornati al punto di partenza.

Mentre si dispiega l’immondo mercato delle commesse postbelliche, – uno dei punti più bassi che l’ethos dell’Occidente abbia mai raggiunto, ulteriore riprova dello spirito con cui si va attualmente non alla conquista ma alla ri-conquista del mondo, – «fermare la guerra» non significa più soltanto arrestare l’inarrestabile conflitto in Iraq, ma diventa il punto di coagulo di tutte quelle forze che s’oppongono ovunque all’unilateralismo americano. La guerra, infatti, invece di esserne espulsa, diventerà uno dei meccanismi motore della «società del mercato», ossia della globalizzazione, il compagno assiduo e solerte, che ci accompagnerà di qui in poi in ogni momento della nostra vita. Il pericolo non sta soltanto nella concreta possibilità di un massacro sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate. Il pericolo sta anche in una violenta torsione autoritaria e antidemocratica del sistema occidentale al proprio interno, oltre che nelle sue relazioni con il resto del mondo, come effetto e conseguenza dell’adozione e diffusione di questa pratica guerriera.

E’ lecito dubitare, ad esempio, che l’inflessibile durezza con cui il gruppo Bush fa la guerra in giro per il mondo non sia più avanti compiutamente declinata sia nelle relazioni con sistemi più complessi, come quelli delle democrazie occidentali, sia in seno alle stese democrazie. Ossia: la guerra cambia il diritto internazionale e contemporaneamente cambia la democrazia, in peggio; e le due cose saranno contestuali. Si sente ripetere ad ogni pie’ sospinto che il rovesciamento di Saddam porterebbe la democrazia agli sventurati iracheni. Mi sembra più probabile che, mentre esportiamo la democrazia in Iraq, ne importiamo la logica della guerra in casa nostra. Bush non è Hitler, com’è ovvio, ma il leader artatamente carismatico (il carisma non è suo, gli stato costruito addosso con alcune delle più ardite operazioni politico-militari del nostro tempo) che si è assunto il compito missionario di rimodellare i connotati storici di quello che una volta era il cosiddetto sistema democratico-rappresentativo, ormai obsoleto di fronte ai compiti del dominio globale, per esempio introducendo sistematicamente per i prossimi decenni il fattore guerra nella manipolazione dei flussi del consenso (e questo tanto per cominciare, perché di ben altro lo si deve credere capace).

Era il Signor Nessuno prima dell’11 settembre 2001. E’ diventato il Dio degli Eserciti, aureolato di spiriti guerrieri, il profeta armato una nuova religione del potere (Libertà + Mercato), dopo quella terribile sciagura, che, al di là dei suoi micidiali effetti immediati, è risultato essere la Madre di tutte le battaglie, la prima fonte del nuovo diritto e del nuovo ordine. Nel mio libro La guerra ho sviluppato il mio ragionamento dando rigorosamente per scontato (come da vulgata) che la causa scatenante di questo processo fosse il terrorismo islamico (del resto, non era la prima volta che i peggiori nemici risultassero i migliori alleati: era già avvenuto nella storia del terrorismo italiano). Ma, considerando quel che ne è seguito, diventa forse legittima una riflessione più critica e attenta su questa ricostruzione degli eventi (a cui, sul piano fattuale, l’anno e mezzo trascorso non ha aggiunto nessunissimo nuovo elemento di conoscenza, e questo è davvero ben strano). Fantascienza? Certo. Ma occorre anche dire che, osservato con un certo distacco, lo spettacolo politico-mediatico cui stiamo assistendo da allora rischia di appare la creazione di uno sceneggiatore privo di rispetto per qualsiasi logica o, per dirla più chiaramente, decisamente folle. Contro l’evidenza illogica dei fatti reali, la logica, per ritrovarsi e preservarsi, è costretta a collocarsi in un’altra dimensione, quella che va al di là del «reale» come ce lo vorrebbero sbattere nella testa a forza di missili e cannonate.

Vedremo dunque, quando avrà trionfato in Medio Oriente con il sangue e con il terrore, se il potere imperiale non farà i conti con gli oppositori interni, – Stati e individui, – noi con tutti quelli che in Occidente hanno una diversa visione del Male e del Bene rispetto all’intransigentismo imperiale. La guerra non sta solo al di là del mare, nei deserti e sulle montagne orientali. La guerra è infinita e preventiva, ma anche totale: non fa sconti, non ammette eccezioni, prevede sistematicamente il perseguimento di quelli che non vogliono stare nell’«accordo di sistema» regolato dalle leggi imperiali. La Grande Caccia è cominciata. Quando dovremo difendere noi stessi, invece dei civili iracheni massacrati, tutto sarà più chiaro.