La Gm al disastro:30 mila licenziati

E’ la casa automobilistica n.1 al mondo di “truggle for survival”.E’ l’espressione con la quale i media americani chiamano le ristrutturazioni aziendali. Ma quella annunciata ieri da General Motors è un vero e proprio massacro sociale:un taglio di ben 30mila posti di lavoro entro il 2008
e la chiusura di dodici impianti. Grazie a questa “battaglia per la sopravvivenza”, il titolo Gm ieri è stato ampiamente premiato da Wall Street. Il taglio di sette milliardi di costi ha fruttato tre punti al titolo e dato slancio a tutto il mercato dei futures.
L’accordo sindacale concluso pochi mesi fa con la promessa di non procedere ad altri licenziamenti è carta straccia. L’unica logica seguita dalla multinazionale nordamericana, che nel mondo ha circa 330mila dipendenti, è il taglio selvaggio della capacità
produttiva. Con questa ultima mossa Gm produrrà un milione di auto in meno all’anno fino al 2008. Ad essere interessati saranno soprattutto le fabbriche degli Stati Uniti. Un altro segnale evidente della strategia “delocalizzante” verso i paesi emergenti come Cina e India. Il “male oscuro” dell’azienda automobilistica, leader mondiale del settore, si chiama crisi finanziaria.Nell’ultimo anno ha perso circa 4 miliardi di dollari. Ad esporre Gm sono stati gli impegni di spesa a favore del sistema sanitario e pensionistico, per i quali ha comunque concluso recentemente un accordo sindacale che le ha consentito di risparmiare 3 miliardi di dollari, e la penale per la rescissione della put option con Fiat del valore di altri 3 miliardi. Le azioni di Gm sono scese del 40% e la scorsa settimana hanno toccato il minimo da 14 anni.
La reazione dei sindacati all’annuncio dell’amministratore delegato di Gm Richard Wagoner è stata molto dura. «La decisione della Gm non è solo estremamente frustrante e spaventosa, ma sconvolgerà molte migliaia di lavoratori, le loro famiglie e le comunità di appartenenza», ha detto Ron Gettelfinger, presidente del sindacato di categoria Uaw. «Il declino di Gm nel mercato – ha aggiunto – non è
colpa dei lavoratori. E sarà la stessa multinazionale a soffrire gli effetti di questa decisione». «Sono dispiaciuto – ha detto Richar Wagoner nel corso della conferenza stampa ieri a New York – dell’impatto che questo piano avrà sui nostri addetti, faremo di tutto per attutirli». Per
molti commentatori americani questa ennesima crisi del numero uno al mondo nel settore auto sancisce la fine dell’“american dream”. Secondo il Wall street journal, sul fronte opposto rispetto a Gm, Toyota sta portando avanti i suoi progetti di sviluppo produttivo in Nord America e potrebbe presto scavalcare la casa di Detroit come primo produttore di auto al mondo. Non è un caso che alla società Usa sta
dando la scalata il finanziere Kirk Kerkorian che di questo passo potrebbe aggiudicarsela per pochi spiccioli. Alla fine del prossimo mese infatti quando il colosso automobilistico giapponese alzerà il velo sui propri target riferiti al 2006, potrebbe indicare l’ambizioso obiettivo
di produzione pari a 9,2 milioni di veicoli. Il che significherebbe un balzo dell’11% rispetto agli 8,28 milioni di automobili che
Toyota Motor si attende di mettere a segno nel corrente anno fiscale, che termina il prossimo marzo. La scorsa settimana la Bank of America aveva indicato del 40% le probabilità che General Motors dichiarasse il “Charter 11”, ovvero la procedura prevista dalla legislazione americana in caso di bancarotta. Il chapter 11 comporta, tra l’altro, l’amministrazione controllata. Sulla scia di Moody’s e di
S&P’s, l’agenzia di rating Fitch aveva declassificato il colosso dell’auto Usa per la sconda volta in sei settimane. C’è da dire che General Motors è sotto indagine da parte della Sec. Pochi giorni fa l’azienda di Detroit ha dichiarato di aver «errato per eccesso» di ben il 25-35% il calcolo dei profitti nel 2001 e forse anche negli anni successivi. C’è stata inoltre l’ammissione che la perdita nel secondo trimestre del 2005 è stata di oltre un miliardo di dollari, quattro volte più di quanto pubblicato, a causa del deprezzamento del pacchetto
del 20% nella Fuji giapponese. Pesanti tagli anche per la Ford. Per fronteggiare la crisi finanziaria in cui si dibatte, Ford ha deciso di tagliare altri 4.000 posti di lavoro. In precedenza Ford aveva annunciato altri 3.000 licenziamenti. Come per la Gm, a soffrire di più saranno i lavoratori e le lavoratrici del Nord America. A questi, gli annunci sono giunti attraverso una e-mail firmate da Mark Field, presidente delle operazioni americane della casa automobilistica. Il secondo produttore di auto degli Usa ha perso 284 milioni di dollari nel terzo trimestre del 2005 e la sua direzione automotive è in rosso. La crisi finanziaria ha influito negativamente anche sul titolo Ford chec, rispetto alla fine del 2004, ha ceduto oltre il 40%. Il presidente della compagnia, Bill Ford jr ha detto il mese scorso che a gennaio
annuncerà un piano di ristrutturazione che comprenderà anche la chiusura di impianti per incrementare il taglio dei costi in Nord America.
Field e il suo team presenteranno il piano a Ford a dicembre.