La giornata più buia sui due fronti della guerra israeliana

«E’ il momento di usare tutta la forza. Non intendo fare compromessi». Ha parlato a porte chiuse per tre ore ieri il primo Ministro israeliano Olmert davanti alla commissione Esteri e Difesa della Knesset, durante le quali a Gaza e sul fronte libanese si registravano le giornate più sanguinose dall’inizio delle rispettive crisi. I combattimenti sono stati durissimi, il bilancio di morti e feriti, tragico.
Nella Striscia di Gaza si sono contati 18 morti palestinesi e 65 feriti. Nella serata di ieri ai lutti registrati a partire dalle prime ore del mattino, si è aggiunta la morte di due sorelline, Mariya e Shahd Ukal, di otto anni e cinque mesi durante un bombardamento dell’artiglieria israeliana al campo profughi di Jabalia. Altri componenti della stessa famiglia sono rimasti feriti.

L’offensiva su Gaza, durante la quale sono stati impiegati anche aerei senza pilota, ha avuto inizio dopo la mezzanotte di martedì, quando reparti della fanteria israeliana si sono schierati nelle zone di Sajaya e Tufah. I miliziani delle Brigate al-Qassam (Hamas), delle Brigate al-Quds (Jihad islamica) e delle Brigate al-Aqsa (al Fatah) hanno lanciato razzi anticarro contro i militari israeliani, rivendicando la distruzione di un carro armato Merlava, notizia non confermata da fonti israeliane. Fra le vittime della giornata di ieri, oltre ai miliziani ed alle sorelle di Jabalya, una bambina di tre anni, Bara Nasser Habib ed un ragazzino di tredici, Bashir Abu Taher, ucciso da un proiettile al petto davanti agli occhi del padre, rimasto ferito in modo grave. In serata, Ghazi Hammad, portavoce del governo palestinese, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché non resti indifferente a questi spargimenti di sangue e provveda a fermare le forze armate di Israele.

Sul fronte libanese Israele ha vissuto il momento peggiore dall’inizio dell’offensiva sul “Paese dei cedri” seguita al blitz di Hezbollah dello scorso 12 luglio. A Bint Jbail, ha riferito la radio israeliana, si è svolta «la giornata più dura di combattimenti», protrattasi per 15 ore. Mentre fonti arabe, come la televisione satellitare Al Arabiya, riferivano in giornata di una trentina di morti tra i militari israeliani, i portavoce militari di Tel Aviv hanno parlato per tutta la giornata di 20-30 soldati «colpiti». Ieri sera è stata diffusa la notizia della morte di otto soldati e del ferimento di altri 22, di cui tre gravi. I miliziani libanesi uccisi sarebbero una quindicina.

Se per gli israeliani la giornata di ieri oltre il confine ha segnato il momento peggiore dall’inizio dell’offensiva, per i civili libanesi si è trattato di rivivere un dramma dal quale, chi può cerca scampo. Migliaia di abitanti di otto villaggi nel sud Libano, che cercano di non finire nella statistica degli ormai quasi 400 morti dall’inizio della crisi, sono fuggiti verso Tiro in seguito agli ordini di sgombero dell’esercito israeliano. Il sindaco del villaggio Al Bustan ha riferito alla France Presse 300-500 famiglie sono scappate «a piedi, in mezzo alle grida degli adulti e al pianto dei bambini».

Mentre il movimento sciita libanese ha chiesto un cessate il fuoco immediato e colloqui indiretti per «negoziare uno scambio di prigionieri», informando Israele attraverso il capo del blocco parlamentare di Hezbollah Mohammed Raad, che «ogni altra cosa è inaccettabile» e che «se i sionisti non accettano la resistenza islamica continuerà contro l’aggressione», da Gerusalemme Olmert ha nuovamente espresso un rifiuto a qualunque negoziato per il rilascio dei militari rapiti a Gaza e nel sud del Libano. «Ho annunciato la mia posizione alla comunità internazionale, agli israeliani e ai media. E, cosa più difficile, alle famiglie dei militari sequestrati», ha dichiarato ieri mattina il premier alla Knesset. Olmert ha delineato cosa intende quando parla della creazione di una zona cuscinetto in Libano: «Vogliamo un’area che si estenda fino a due chilometri dalla frontiera, in cui non sia possibile sparare razzi contro soldati ed abitazioni civili», ha detto premier israeliano, che ha ribadito il suo sostegno al dispiegamento di una forza internazionale lungo il confine tra Libano e Israele. Ehud Olmert ha, inoltre, espresso rincrescimento per l’uccisione dei quattro Caschi blu delle Nazioni Unite (Unifil) impegnati nel monitoraggio del confine israelo-libanese, avvenuta nel corso di un bombardamento israeliano martedì sera ed ha annunciato un’inchiesta sull’accaduto.

In attesa dei resoconti di Israele, un rapporto della missione Onu mette nero su bianco che il gruppo di osservatori di cui facevano parte gli uccisi, «era stato in contatto ripetuto con ufficiali dell’esercito israeliano», esprimendo preoccupazione per l’avvicinamento dei colpi.

In un’intervista alla televisione privata israeliana, Canale 10, il vicepremier Shimon Peres ha dichiarato che la guerra che si sta combattendo oltre confine «è in effetti una guerra sul futuro stesso del Libano». Su questo saranno d’accordo anche i cittadini bombardati. Nel conflitto, ha affermato ancora Peres, ci sono dietro le quinte anche due attori importanti, la Siria e l’Iran, perciò ha una dimensione più vasta di quella di una battaglia tra Israele e gli Hezbollah che ieri, con gli ormai consueti attacchi missilistici sul nord dello Stato ebraico, hanno causato 50 feriti.

In questo contesto di guerra, è giunta notizia che due aerei cargo carichi di bombe anti-bunker provenienti dagli Usa e diretti ad Israele, hanno fatto scalo lo scorso fine settimana nell’aeroporto di Prestwich, vicino Glasgow, in Scozia. I civili che ne beneficeranno non avranno modo di ringraziare.