La giornata dei rom, contro il razzismo silenzioso

Li separano mari e secoli di cammino. Eppure, continuano a sentirsi parte dello stesso popolo. Le radici della loro cultura non hanno attecchito al suolo di un unico paese, quanto piuttosto nelle viscere d’ogni singolo individuo. Sono i rom, testimoni di una migrazione millenaria che dall’India li ha condotti fin nel cuore d’Europa. Oggi a ricordarlo è la loro Giornata internazionale, promossa dagli eredi di quelle carovane che dall’anno Mille percorsero sentieri sterminati prima di incontrare le nostre città. Per raccontare il lungo percorso e non dimenticare le condizioni attuali della loro comunità, è stata istituita nel ’91 questa celebrazione. 19 anni dopo il primo incontro mondiale dei rom, avvenuto l’8 aprile 1978. Ad oggi, la condizione dei rom è quella di una umanità negletta, di cui si continua a sapere molto poco se non del pregiudizio che la circonda. Del vasto mondo di Romanò – composto da rom, sinti, kalé, manouches e rommichals – si ignora per esempio che abbia abbandonato da tempo il nomadismo. Ciò è stato possibile laddove è stato offerta ai rom una possibilità d’integrazione. In Italia è avvenuto solo parzialmente, sebbene i primi gruppi abbiano raggiunto il nostro territorio più di sei secolo fa. Lo confermano recenti studi della Ue in cui i rom vengono indicati come il popolo più discriminato. E sebbene in Italia la loro presenza sia piuttosto esigua – 140mila – il loro inserimento è tra i peggiori. Emblema di ciò sono i famigerati campi sosta. Tanto più che oltre a veder negato il diritto basilare a un’esistenza decorosa, in molti si trovano nell’impossibilità di veder riconosciuta la presenza sul territorio, nonostante vi vivano da decenni. Il dato più sconcertante è che questa situazione di irregolarità gravi soprattutto sui più giovani, figli di persone giunte in Italia a causa delle persecuzioni. E’ nel nostro paese che hanno condotto i loro studi, eppure, arrivati al 18° anno di età, il nostro Stato non riconosce loro alcuna condizione e si vedono precipitare nel baratro della clandestinità. Per contrastare questa realtà, sono molte le iniziative promosse dai rom ma ogni loro richiesta cade lettera morta. A giudicare dalle testimonianze, hanno un’idea ben chiara delle ragioni: «i gagé (i non rom, ndr) non intendono modificare il rapporto con la nostra comunità. La maggior parte di noi non ha diritto di voto e ben pochi sono quindi disposti a perorare la nostra casa». Ma cosa chiedono i rom, ma soprattutto hanno mai provato ad integrarsi? Il fatto che in Italia una buona percentuale di essi conduca una vita affatto dissimile dalla nostra, dovrebbe portarci a capire che l’inserimento è possibile, ma coloro che hanno avuto accesso a tale condizione, hanno impiegato secoli per raggiungerla. Per quelli che sono arrivati a seguito delle recenti migrazioni, la strada sembra assai dura. Quel che è certo – e ciò non dovrebbe ridimensionare la necessità di agire in tempo qui in Italia – è che, negli altri paesi dell’Europa, i rom non se la passano meglio. In tutto il continente, tra rom e sinti, ci sono oltre 12 milioni di persone, ma «la loro comunità continua a non essere considerata una minoranza etnica o nazionale e pertanto non gode dei diritti connessi a tale status». A ricordarlo è Alvaro Gil-Robles, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Andando indietro nel tempo non si può dimenticare «l’apice atroce della persecuzione che è stato raggiunto con lo sterminio di circa mezzo milione di persone durante l’Olocausto». E se la storiografia non ha ancora reso il tributo dovuto alle vittime del nazi-fascismo, tanto meno lo hanno fatto i contemporanei nel riconoscere il razzismo di cui sono vittime i rom. A riprova di ciò, un esempio tutto italiano: nella discussione della legge sulle minoranze linguistiche i rom sono stati depennati dalla lista. Uno dei motivi principali dell’esclusione è stato il loro presunto nomadismo: «Non insistono su un territorio omogeneo». E se da un lato è il razzismo ad impedire l’inserimento sociale, dall’altro sono le varie forme di paternalismo.
La vera scommessa per il futuro sarà quella di consentire alla comunità romanì di uscire dall’emergenza, spezzando le catene dell’assistenzialismo con cui, nel nostro paese, si pensa di rispondere al loro disagio. Fornire loro gli strumenti per auto-rappresentarsi gli consentirebbe di diventare timonieri del percorso di integrazione, testimoni della loro tradizione millenaria e finalmente interlocutori diretti delle istituzioni.