La Giordania si unisce all’assedio anti-Hamas

Si approfondisce la crisi interna palestinese mentre i rapporti tra Hamas e la Giordania hanno toccato il livello più basso con l’annuncio da parte di Amman del ritrovamento di un’altra partita di armi contrabbandata, secondo i servizi segreti di Amman, da una cellula del movimento islamico. Dopo la battaglia di domenica e le dichiarazioni di fuoco del presidente Abu Mazen che ha minacciato di sciogliere il governo e ha accusato il leader di Hamas Khaled Mashaal di essere «un commerciante della guerra civile», ieri il premier Ismail Haniyeh ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche esprimendo parole di apprezzamento per il tentativo di Abu Mazen di smorzare le tensioni.
«Dobbiamo mantenere e proteggere l’unità nazionale», ha detto prima della riunione di governo. Abu Mazen, che si trova in visita ad Ankara, da parte sua ha affermato che impedirà lo scoppio di una guerra civile tra palestinesi. Speranze e delusioni hanno caratterizzato le dichiarazioni di Haniyeh e dei suoi ministri in questi ultimi giorni di fronte alle promesse di aiuto economico ricevute da Mosca, Iran e da alcuni Paesi arabi, alle quali si sono però accompagnati i contrasti sempre più aperti con la Giordania. «C’è un’organizzazione chiamata Hamas che sta minando la sicurezza della Giordania e pertanto dovremo rivedere i rapporti (con il governo palestinese)», ha detto il portavoce del governo giordano Nasser Judeh aggiungendo che «elementi di Hamas» presenti nel regno hashemita stavano preparando attentati con armi provenienti «da un Paese vicino» (la Siria, ndr). Dichiarazioni di fuoco che chiamano in causa la stessa guida suprema di Hamas, Khaled Mashaal, che vive a Damasco sotto la protezione delle autorità siriane. In casa palestinese tuttavia pochi danno credito alle accuse giordane: è inverosimile che il movimento islamico, proprio nel momento in cui sta facendo tutto il possibile per ottenere riconoscimenti internazionali, si sia impegnato ad organizzare attentati contro la Giordania, paese peraltro molto importante per i palestinesi.
I dirigenti di Hamas parlano di complotto internazionale al quale, inconsapevolmente, prenderebbe parte lo stesso Abu Mazen minacciando di usare la sua autorità per mettere fine all’esecutivo islamico al potere in Cisgiordania e Gaza da qualche settimana. A far cadere il governo di Hamas tuttavia potrebbe essere non un atto di forza di Abu Mazen, ma la crisi finanziaria sempre più profonda. Ieri il ministro delle finanze, Omar Abdel Razek, ha ammesso per la prima volta che le banche straniere (anche quelle arabe), non trasferiscono fondi al governo palestinese, perché temono possibili sanzioni da parte degli Stati Uniti. Il governo Haniyeh ha ottenuto finora circa 70 milioni di dollari in aiuti straordinari dai Paesi arabi, oltre a 90 milioni promessi dall’Arabia saudita e 7,5 milioni di dollari messi a disposizione dal Kuwait (a questi si aggiungono 50 milioni di dollari donati dall’Iran) ma non è in grado di trasferire i fondi nelle aree palestinesi.
Il più autorevole dei quotidiani arabi, Al-Hayat, ha scritto che l’esecutivo islamico potrebbe cadere entro breve tempo e Hamas si preparerebbe in questo caso a una nuova resistenza, a una «terza intifada». Un alto funzionario di Hamas ha detto ad Al-Hayat: «Il governo ha fatto delle proposte per risolvere il problema, come per esempio trasferire i soldi all’ufficio del presidente Abu Mazen anziché sul conto del governo». Nel caso di un «persistente rifiuto americano», ha aggiunto «ci troveremo di fronte a due scelte: chiedere a una personalità indipendente di formare un governo di tecnici oppure lasciamo l’arena per tornare alla resistenza». I sondaggi nel frattempo dicono che nonostante le difficoltà la maggioranza dei palestinesi rimane dalla parte di Hamas anche se i 2/3 della popolazione, a differenza della leadership islamica, è favorevole a trattare con Israele.