La Germania e il separatismo in Italia

Le attuali polemiche attorno all’allontanamento di Alessandro Profumo dal Gruppo Unicredit, a causa delle pressioni provenienti dalla Germania ed in un contesto in cui la Lega assume un peso determinante nelle scelte politico-finanziarie (a), riportano in primo piano il ruolo che l’imperialismo tedesco esercita nei confronti dell’economia italiana, specialmente nel Nord-Est dove esso alimenta spinte separatiste. All’argomento è dedicato l’articolo “Deutsche Größe”, da noi già diffuso nell’originale tedesco (b) e qui presentato in lingua italiana nella traduzione di Curzio Bettio.

Il tema non è certo nuovo (c). La rivista LIMES già in tempi “non sospetti” dedicava interi fascicoli (si vedano ad esempio i numeri 3/1996 e 2/1997) ai “leghismi” europei di marca tedesca. Qui riproponiamo sul tema una conversazione con il generale Pierre-Marie Gallois curata da Jean Toschi Marazzani Visconti, pubblicata proprio su LIMES n.4/1997.

E’ per noi questo anche un modo per ricordare Gallois, già stretto collaboratore di De Gaulle, indefesso difensore della sovranità francese e degli altri Stati europei e soprattutto – per noi – autorevolissimo critico dello squartamento della Jugoslavia voluto in primis da Germania e USA. Gallois è scomparso poche settimane fa, all’età di 99 anni. Come ci ha scritto Jean T. Marazzani Visconti, che ha avuto modo di conoscerlo, di intervistarlo e di stimarlo, “gli uomini come lui stanno sparendo come dinosauri”.

(a) Ipotesi di dimissioni per Alessandro Profumo: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-09-20/libia-soddisfatti-investimento-unicredit-131859.shtml?uuid=AYalzjRC
(b) Deutsche Größe: http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/57893
(c) Sul nostro sito si veda anche “Europa. Unione e disgregazione”: http://www.cnj.it/documentazione/europaquemada.htm

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GRANDEZZA TEDESCA

Roma/Berlino/Veneto (13 settembre 2010)

Le élite del mondo economico italiane celebrano il modello di potere tedesco e si propongono come seguaci del potere egemonico europeo. La causa risiede nell’ulteriore declino della performance economica italiana, che va ad accrescere il divario dell’Italia dalla Repubblica federale. La “locomotiva tedesca è tornata nuovamente a correre e questo deve essere assunto come modello politico”, così si esprime la stampa liberista italiana. “Il motivo principale per il successo dell’economia tedesca è la docilità dei sindacati, che si sono dedicati ad una assoluta cooperazione fra capitale e lavoro”, dichiara Giuseppe Vita, presidente del Gruppo Banca Leonardo, vicepresidente di Allianz Italia e presidente del comitato di sorveglianza di Axel Springer AG.
Vita concepisce l’economia italiana in “simbiosi” con la Germania. La situazione desolante delle finanze di Roma attiva forze centrifughe, che mirano ad una frammentazione del territorio italiano. Il carico del debito pubblico italiano aumenta di mese in mese. Il debito pubblico dell’Italia aumenta di continuo dai 1.787 miliardi di euro in gennaio e ha raggiunto in maggio il valore di 1.827 miliardi. Il deficit di bilancio del commercio con l’estero nei primi cinque mesi del 2010 ammonta a 11 miliardi di euro con un trend stabile. Con ciò, comunque, l’Italia occupa ancora una posizione di favore rispetto alla Francia, la cui bilancia commerciale rispetto allo stesso periodo registra un differenziale negativo di 25 miliardi di euro (la Repubblica federale di Germania un plus di 60 miliardi!). Nell’Italia centrale e meridionale, l’ordinaria attività edilizia si è considerevolmente ridotta e questo ha fortemente contribuito alla disoccupazione regionale. Insoddisfazioni riguardanti la situazione economica portano a scompaginare l’alleanza di governo romano, e si prospettano nuove elezioni.

Un ruolo speciale

Le irritazioni danno la stura a lodi sperticate dell’economia tedesca e del suo modello politico fondativo.
“Per il resto dell’anno, ci si aspetta una crescita tedesca al ritmo cinese”, ha scritto il Corriere della Sera, una specie di “FAZ” italiano. [1]
In un’intervista, Giuseppe Vita mette al corrente i lettori sulla “ricetta segreta” [2] della politica industriale di Berlino. Gli attuali consigli di amministrazione di numerose imprese tedesche, la Schering ha spianato la strada verso l’Italia e conosce i vantaggi della situazione tedesca, danno risalto al ruolo speciale recitato dai sindacati tedeschi.

Corporativi

Il loro concorso positivo alla competitività internazionale delle imprese tedesche dura ancora “dalla caduta del Muro” ed è aumentato fino alla “massima collaborazione” all’apparire della crisi del 2003, come rilevato da Vita.[3]
“Il capitale e il lavoro sanno di trovarsi sulla stessa barca e cercano insieme di stare a galla. Perfino perdite di reddito dovute alla riduzione dell’orario di lavoro sarebbero accolte senza contrasti dai sindacati tedeschi, se ciò risultasse di utilità per le imprese.”
Il modello aziendale così delineato da Vita consente all’economia tedesca di reagire “in modo molto più flessibile” rispetto ad altri paesi europei, dove la crisi ha generato licenziamenti di massa e la ripresa si rivela faticosa.

Identità

Le difficili condizioni italiane incoraggiano forze separatiste, che da anni puntano ad una scomposizione della società italiana. Così il movimento di destra della Lega Nord ha avuto successo non solo nel territorio che ha visto le sue origini, l’area del Milanese, il centro della ricchezza della borghesia italiana, ma anche cerca di aprirsi a nuovi strati di elettori in tutto il Nord Italia.
Il Duce della Lega Umberto Bossi, considerato dai suoi oppositori politici come un razzista, di recente si è esibito a Venezia, dove ha dato inizio allo scatenarsi di una campagna separatista: “Prima di tutto, il Veneto!” [4] L’obiettivo è il riconoscimento di una speciale “identità” della regione Veneto, che dovrebbe essere consacrata mediante emendamenti allo Statuto regionale. Sarebbe necessario che il Veneto disponesse di uno Statuto di autonomia, “al pari della Catalogna”.

Annessione territoriale

Dato che la Lega Nord minaccia l’integrità dello Stato centralizzato italiano attraverso delimitazioni territoriali, alla maniera spagnola, ritiene conveniente cedere alle particolari esigenze economiche delle classi medie del Nord-Italia.[5] Si pretende che la fonte diffusa di gettito fiscale generato nel Nord Italia non venga più messa a disposizione del Sud economicamente più debole.
Modello della campagna resta la politica delle élite di lingua tedesca in Alto Adige (“Südtirol”). Continue minacce di secessione, che vengono messe in gioco con una eventuale annessione all’Austria, trovano risposta da Roma con sovvenzioni milionarie. Il territorio intorno a Bolzano (Bozen) appartiene alle zone tra le più ricche in Italia ed è il trampolino di lancio dell’espansione economica tedesca, a cui il bilinguismo in Alto Adige offre un significativo vantaggio competitivo.

Simbiosi

Come afferma il manager italiano dell’Axel Springer Giuseppe Vita, l’economia italiana deve sperare che la sua funzione al servizio delle grandi imprese tedesche continui ad essere riconosciuta – come “principale fornitrice” [6] per la leadership delle esportazioni tedesche in tutto il mondo. Le attività periferiche delle piccole e medie imprese italiane sono indirizzate ad una “Simbiosi”: la grandezza tedesca unita ai… seguaci italiani.

Note:
[1] La locomotiva Germania riprende la corsa; Corriere della Sera 14.08.2010
[2] La ricetta segreta di Berlino; Corriere della Sera 14.08.2010
[3] Vita: il capitalismo renano? Ha anticipato l’Europa con le ristrutturazioni; Corriere della Sera 14.08.2010
[4] “Veneto come la Catalogna”, bufera zu Zaia; Republica 13.08.2010
[5] s. dazu Zukunft als Volk [ http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/56053?PHPSESSID=o4f32goo63481v6ok5aeai6mb5 ], Sprachenkampf [ http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/57034?PHPSESSID=o4f32goo63481v6ok5aeai6mb5 ], Europa der Völker [ http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/57038?PHPSESSID=o4f32goo63481v6ok5aeai6mb5 ] und Das deutsche Blutsmodell (IV) [ http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/57685?PHPSESSID=o4f32goo63481v6ok5aeai6mb5 ] Unsere Berichterstattung Spanien
[6] Vita: il capitalismo renano? Ha anticipato l’Europa con le ristrutturazioni; Corriere della Sera 14.08.2010

(trad. a cura di C. Bettio, Padova)

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PERCHÉ TEMO LA GERMANIA (E LA TELEVISIONE)

Conversazione con Pierre-Marie GALLOIS
(Presentazione di Jean Toschi Marazzani-Visconti)

su LIMES n.4, 1997

IL 4 DICEMBRE 1996 A FLENSBURG, nel Nord della Germania, viene presentato ufficialmente il nuovo European Center for Minority Issues, Ecmi (Centro europeo per le questioni delle minoranze) dal suo direttore, Stefan Troebst, uno storico. Fra il pubblico presente alla cerimonia di presentazione si notano un’altezza reale e alte personalità. Gli obiettivi del Centro, secondo il testo di presentazione, sarebbero quelli di studiare le relazioni fra minoranze e maggioranze, creare la documentazione corrispondente, organizzare seminari e conferenze, intervenire per prevenire conflitti o per aiutare a risolverli.
Nello spiegare a cosa si riferisce la lettera i nella sigla Ecmi, Stefan Troebst dice: «(…) La scelta del termine, specificamente neutro, “ issues” (questioni) al posto di “problemi delle minoranze” è dovuta al fatto che in molti casi non sono le minoranze ad avere assurde pretese o a creare problemi, ma al contrario la pressione che i governi centrali tendono a mettere sulle loro minoranze produce richieste, problemi e di conseguenza tensioni e conflitti etnici».
Nella presentazione si legge ancora: «Il panorama geografico primario della nuova istituzione è l’Europa più in qualche caso le aree adiacenti, come l’Artico, la regione del Mar Nero o il Caucaso. Una speciale attenzione sarà posta, naturalmente, all’Europa orientale, dove, al risveglio del 1989, molte zone etnopolitiche calde sono riemerse. Ma, ricordando i titoli dei giornali di quest’anno (1996) sull’Irlanda del Nord, le province basche, la Corsica e Cipro, non dobbiamo dimenticare che non sono solo le regioni dietro la vecchia Cortina di ferro quelle in cui violenti conflitti etnici sono ancora irrisolti. Quando si tratta di diritti delle minoranze, anche alcune nazioni occidentali sono rimaste arretrate».
Ed ancora: «Lasciatemi citare un ammonimento di Max van der Stoel, dopo uno sguardo ai suoi primi quattro anni di servizio come Alto commissario delle minoranze nazionali dell’Osce, rivolto recentemente agli Stati membri dell’Osce: “Dobbiamo tenere gli occhi aperti per uno sviluppo a lungo termine, con attenzione ad anticipare le crisi future e non solo ai conflitti già esistenti”. Come storico, sono per principio riluttante a prevedere il futuro, ma per quanto riguarda le questioni delle minoranze, penso che la conoscenza della storia europea ci insegna che il processo di formazione delle nazioni non è – come noi occidentali tendiamo a presumere – finito. Al contrario, continua, e l’emergere di nuovi attori è altamente possibile». E infine: «Uno Stato, come sappiamo, non è solo simboli, corpi esecutivi e cittadini, ma prima di tutto un territorio. Se il numero di nazioni in Europa è infinito, il territorio decisamente non lo è. Ed è precisamente qui che si trova il nostro problema principale. Il politologo americano Samuel Huntington osservava che nel XX secolo la tendenza contro il divorzio politico, la secessione, è altrettanto forte di quella del XIX secolo contro il divorzio. Come tutti sappiamo oggi nella nostra società urbana ed industriale il divorzio è perfettamente accettato».
Poco dopo la presentazione del Centro di Flensburg, un diplomatico ed un sociologo tedeschi, Walter von Goldenbach e Hans-Rudiger Minow, scrivono il libro Von Krieg zu Krieg (Da guerra a guerra), sottotitolo: La politica estera tedesca e il frazionamento etnico dell’Europa. I due autori si recano a Parigi dal generale Pierre-Marie Gallois, uno dei maggiori esperti internazionali di geopolitica, e gli chiedono una prefazione. Presa visione della documentazione, Gallois li accontenta. Dopo l’uscita del libro, i due autori incominciano ad avere numerosi problemi, il sociologo Minow subisce anche un’aggressione fisica, al punto di desiderare di trasferirsi all’estero.
Uomo colto e raffinato, il generale Pierre-Marie Gallois ha una storia personale interessante. Prima di frequentare l’Ecole de l’Air di Versailles voleva diventare architetto e giovanissimo aveva lavorato in uno studio di architettura d’interni e luminarie esterne, famoso per aver creato le decorazioni luminose di Natale per i grandi magazzini Louvre e Galeries La Fayette negli anni Venti. Da questa esperienza il generale ha appreso l’arte del trompe-l’oeil, nella quale è tutt’ora molto abile. Pilota nella seconda guerra mondiale, aveva combattuto nella Royal Air Force, quale membro del contingente francese France Libre in Inghilterra. Come consigliere di numerosi presidenti, aveva convinto Charles de Gaulle a fare della Francia una potenza atomica.
Visionata la documentazione del Centro di Flensburg, il generale Gallois scrive un articolo sul numero di aprile ’97 di Balkans Infos – una lettera d’informazione mensile, nata nel 1996 a Parigi dall’incontro di giornalisti, scrittori, intellettuali, appartenenti ad un largo panorama politico, dalla destra alla sinistra, sotto la direzione di Louis Dalmas. Il suo intervento, dal titolo «Rivelazioni sul Centro che prepara sottobanco l’egemonia tedesca», svela che Ecmi dispone già di un organismo operativo, l’Unione federalista delle comunità europee (Ufce), anche questo a Flensburg, finanziato dal governo di Bonn e da quello regionale dello Schleswig-Holstein. Questa Unione federalista conterebbe oltre tre milioni di membri associati fra alsaziani, baschi, bretoni, catalani, corsi e probabilmente belgi e italiani. Nell’articolo, il generale Gallois sottolinea come proprio la diplomazia preventiva tedesca, auspicata da Stefan Troebst, ha fortemente contribuito allo smembramento della Jugoslavia.
Incontrato a Parigi, il generale Gallois risponde ad alcune domande sull’argomento, inserendolo in un più ampio panorama dell’attuale situazione internazionale.

LIMES Nel leggere la presentazione di questa nuova istituzione tedesca, lo European Center for Minority Issues, si ha l’impressione di una lodevole impresa.

GALLOIS Vi sono delle frasi nel testo che sono estremamente pericolose. In particolare sullo sviluppo delle aspirazioni delle minoranze, che potrebbero finire per frammentare l’Europa. La costruzione politica dell’Europa non è terminata e le sue frontiere non sono immutabili, si tratta di una costante evoluzione. Ieri i grandi imperi occupavano un vasto spazio, dove l’autorità si esercitava facilmente, poi questi spazi sono stati frazionati con l’avvento degli Stati nazionali. Oggi, secondo il Centro di Flensburg, questo momento dell’evoluzione della società europea sarebbe sorpassato e bisognerebbe arrivare ad un maggiore spezzettamento per favorire l’avvicinamento del potere alla popolazione. In Francia, per esempio, ci sono i baschi, i savoiardi, i bretoni che vogliono esprimersi in bretone, gli alsaziani che parlano tedesco. Per il Centro di Flensburg, la lingua sarebbe un elemento determinante, tanto che la frammentazione della Francia sarebbe possibile. Domani, potrebbero esserci uno Stato bretone, uno alsaziano e via di seguito.
Nel XVIII secolo, la Germania era composta da circa 350 piccoli Stati, fra ducati, marchesati, contee, vescovati, città libere e progrediva faticosamente verso l’unità, all’epoca in cui la Francia era fortemente centralizzata. Oggi, sarebbe in corso la tendenza inversa: una Germania federale, ma dal potere fortemente centralizzato, senza movimenti regionali separatisti, mentre la Francia, l’Italia, la Spagna, l’Inghilterra sarebbero composte di «etnie linguistiche» diverse, quindi portate alla divisione. Lo smembramento di questi Stati, su tutto il territorio europeo fino alle frontiere della Russia, potrebbe creare un’Europa in cui la Germania unificata, con più di 80 milioni di abitanti, ancora di più se si aggiunge l’Austria, uniti per lingua, passato e razza, dirigerebbe un vasto insieme di piccoli Stati, di regioni, di province sprovviste di attribuzioni politiche, diplomatiche e militari. Non resterebbe loro che un ruolo di amministrazione locale, di gestione della popolazione. Questo è inquietante.
I tedeschi sono eccellenti cartografi. I popoli che non hanno confini naturali cercano sulle carte dove fissare le frontiere. Presumo che, come il Centro di Geopolitica di Haushofer – consigliere di Hitler ed anche di Stalin, nel 1937-’38 – vi siano, oggi, dei gruppi di studio tedeschi che lavorino nell’ombra per preparare un grande futuro alla Germania. Sanno di non poter più speculare sulla supremazia della letteratura o della lingua, per cui rimangono loro l’economia – il culto del marco – e la regionalizzazione. Secondo uno di questi centri, uno Stato di 60 milioni di abitanti non è vitale, mentre una Regione di 3-4 milioni di persone può rispondere alle attese delle popolazioni. Se si arrivasse a convincere quelle popolazioni a «regionalizzarsi» – fuori dai confini della Germania, naturalmente – tutta l’Europa sarebbe sottoposta a Berlino. Allora ci si potrebbe domandare se il sacrificio degli sfortunati che sono morti nel corso delle due guerre mondiali per bloccare le ambizioni della Germania non sia stato inutile. In vent’anni, arriveremo allo stesso risultato, come se non ci fossero state guerre. Da questo punto di vista, il testo del Centro di Flensburg mi sembra molto interessante.

LIMES Pensa che il mondo ebraico, dopo aver subìto l’Olocausto e le persecuzioni in tutta Europa, potrebbe accettare la realizzazione di un progetto assimilabile a quello del Terzo Reich?

GALLOIS Una delle caratteristiche della nostra epoca, comune a tutti i popoli, è la potenza dell’immagine televisiva. Grazie all’apertura sul mondo, l’immagine televisiva a livello planetario ha un immenso potere di convinzione. Questa immagine non ha frontiere. La scrittura ha un limite linguistico, oltre che culturale. Ma tutti possono comprendere il messaggio di un’immagine. Si tratta di un’importantissima svolta della nostra società.
Il potere esplicativo, ma anche di indottrinamento e di disinformazione, dell’immagine planetariamente diffusa è così grande che gli avvenimenti, i fatti, esistono solo se passano sugli schermi. Un esempio. Quando ha avuto luogo la crisi della Somalia, la televisione americana ha diffuso le immagini di gruppi di gente affamata, quasi scheletrica, e la rappresentazione di questa miseria, vista in tutto il mondo, ha mobilitato quarantamila uomini. Ma a qualche centinaio di kilometri da quella zona di indigenza, in Sudan, la popolazione animista e cristianizzata era caduta nella stessa miseria e per la stessa causa. Nessuno si è preoccupato per loro, perché le loro sofferenze non erano state riprese televisivamente. Le loro crudeli tribolazioni non esistevano e non esistono tutt’ora. Nessuna immagine, nessun fatto, un non-avvenimento.
L’immagine crea il fatto. Insisto su questo elemento per rispondere alla sua domanda. Oggi, quando si detiene il controllo della diffusione dell’immagine, si può far credere al pubblico ciò che si vuole che creda. Ho letto sul quotidiano Le Monde che cinque «saggi» si erano riuniti per rivedere la Costituzione francese e proporre un ricorso più frequente ai referendum, come era stato previsto da Charles de Gaulle. Ma questi «saggi» non hanno capito che un referendum popolare, oggi, non ha più senso, perché il potere detiene il controllo delle immagini televisive, farà diffondere dunque quelle che gli convengono e proibire quelle contrarie alle sue idee. Di conseguenza il referendum sarà affossato da una disinformazione intenzionale. Questo è un fenomeno importante.
Non si tratta più di una guerra aperta, ma di una penetrazione insidiosa attraverso la disinformazione. Ci si può sollevare contro l’invasore armato, con i suoi armamenti, la sua brutalità, le sue imposizioni di vincitore. Ma l’invasione dell’economia, della propaganda non è mobilitante. Se la Germania, ora superpotenza europea, vi facesse ricorso, riuscirebbe con simili mezzi dove aveva fallito con la guerra.
A lato della televisione, esiste un altro strumento d’indottrinamento, ugualmente importante perché è favorito dallo sviluppo economico. Si tratta della pubblicità. Supporto della quasi totalità delle attività economiche. Tutti i media, la stampa, la radio, la televisione si sviluppano grazie alla pubblicità di cui sono il supporto, collegando le imprese commerciali al pubblico dei consumatori. La pubblicità è uno dei motori dell’economia. Non c’è pubblicitario – ed è normale – che rinuncerebbe a una campagna pagante, dispiacendo un potenziale inserzionista con testi, argomenti, immagini che possano essere contrari alle tesi a cui tiene, o al suo paese se è straniero. Così disinformazione volontaria o pubblicità commerciale convergono nei loro effetti, per orientare in un certo senso il pubblico praticando il culto dell’immagine con quello dei media parlati o scritti. Qualsiasi sia la formazione intellettuale media, gli strumenti del condizionamento ormai esistono. Fra qualche anno forse, l’afflusso di informazioni fornito al pubblico neutralizzerà il potere d’indottrinamento dei media. Fino ad allora il mondo ebraico non obietterà alla germanizzazione dell’Europa, se verrà proposta in modo politicamente accettabile.

LIMES Effettivamente, lo statunitense Noam Chomsky nel suo saggio Illusioni necessarie sul rapporto tra mass media e democrazia, sostiene: «Nel sistema democratico, le illusioni necessarie non possono essere imposte con la forza. Devono essere istillate nella mente delle persone con mezzi più raffinati. In uno Stato totalitario è necessario un grado minore di adesione alle verità ufficiali. È sufficiente che la gente obbedisca: quel che pensa ha un’importanza secondaria. Ma in democrazia c’è sempre il pericolo che il pensiero indipendente dia origine a qualche azione politica, quindi è indispensabile eliminare tale pericolo alla base».

GALLOIS Oggi il ricorso al «pensiero unico» – in Francia le istituzioni vi sono inclini – trasforma la disinformazione in dogma, un dogma conforme all’aspettativa del potere politico. Sui media a grande diffusione, possono proporre le loro idee solo coloro che s’inquadrano nell’ordine del «pensiero unico». A poco a poco la democrazia tradizionale, contrapposta alla soluzione di problemi sempre più complessi, è diventata autoritaria nella misura in cui solo il potere è ritenuto detentore della verità. La tecnocrazia dirige una popolazione condizionata dai media controllati dal potere, direttamente o indirettamente, da gruppi finanziari che dipendono essi stessi dagli ordini del potere. In realtà la popolazione è meno libera di quanto lo era quando non esistevano questi metodi di indottrinamento collettivo, per esempio ai tempi delle monarchie che non disponevano per imporre la legge che di mezzi rudimentali, a volte brutali, ma limitati. A mio avviso, un’ora di televisione può avere più effetto di anni di scritti o discorsi.

LIMES Come pensa che l’Ecmi aiuterà i gruppi separatisti europei? Con sistemi ideologici, psicologici o più praticamente con finanziamenti?

GALLOIS Semplicemente suscitando o promuovendo dei sistemi politici che esigano il ricorso alla decentralizzazione. Per esempio, in Francia, incoraggiando la rivendicazione corsa, anche se i corsi, nel loro insieme, non si augurano il distacco completo dalla Francia. Nello stesso modo con i baschi, i bretoni, gli alsaziani, allo scopo di frazionare la nazione. L’Italia del Nord va divisa da quella del Sud. Esiste in questo caso, un procedimento sotterraneo. Se la Germania tende a scartare l’Italia dalla zona-euro – euromarco in verità – è per far intendere che accetterebbe l’Italia del Nord, ma non quella del Sud, al fine di incoraggiare la secessione.
Penso che l’idea di tenere gli italiani fuori dall’Europa monetaria è una politica che non concerne solo l’Italia, ma anche la Spagna, i paesi mediterranei di cui i nordici temono l’esplosione finanziaria. Si tratta per il «Nord» di edificare un’Europa politica «saggia» che condurrebbe a una Federazione europea. In ogni federazione, ci vuole un federatore, e non può essere altro che il componente dominante. Nella Federazione sovietica era la Russia. Nella Federazione jugoslava prevalevano i croati. In quella cecoslovacca, i cechi. Anche nella Federazione americana, per molto tempo, la costa dell’Est fu la culla dell’establishment.
Perché l’azione della Germania possa essere efficace, è necessario indebolire, quindi «sminuzzare» gli Stati europei. Il frazionamento dell’Italia, come quello della Francia, fa parte dello stesso programma. Viene utilizzato un pretesto economico: l’Italia del Nord non sopporterebbe il peso di quella del Sud, come la Croazia non sopportava quello della Serbia. Nel caso della Jugoslavia, tenuto conto delle regole internazionali, la Germania non poteva agire direttamente. Bisognava applicare una strategia indiretta. La creazione del gruppo Adria, precedente alla morte di Tito, aveva degli obiettivi culturali. Si trattava di un gruppo con lo scopo di far rivivere la brillante cultura dell’impero austro-ungarico, riunendo austriaci, ungheresi, sloveni, croati, italiani del Nord e bavaresi. Fintanto che questa organizzazione si occupava di cultura, di folklore, tutto andava per il meglio. Ma la Baviera, la regione più ricca del gruppo Adria, incominciò a finanziare soprattutto le formazioni culturali più sensibili all’indipendenza. Così sono state incoraggiate indirettamente le manifestazioni di separatismo ed è stato creato un sentimento anti-jugoslavo, che è all’origine della rottura. Tutto questo fa pensare che la stessa strategia possa essere utilizzata contro la nazione italiana, francese, spagnola e via di seguito.

LIMES Chi finanzia il Centro europeo per le questioni delle minoranze? Ritiene che sia un progetto realmente solido e che proseguirà nel tempo?

GALLOIS Per quello che so, è finanziato dal ministero degli Esteri tedesco e dal Land dello Schleswig-Holstein.

LIMES Esiste una reale possibilità che la Germania eserciti una totale egemonia in Europa senza alcuna opposizione da parte dei vari governi?

GALLOIS A parte Helmut Kohl, che ha la statura di un grande uomo di Stato, gli altri dirigenti, suoi partner europei, si rivelano piuttosto mediocri. Se i tedeschi non commetteranno sciocchezze, come hanno sovente fatto, la partita è vinta per loro. Guglielmo II non aveva bisogno di fare la guerra nel 1914, la Germania era già la maggiore potenza sul continente. Adolf Hitler avrebbe potuto accontentarsi di una Germania ricostruita, senza fare la guerra. In due riprese un conflitto ha distrutto tutto in Germania.

LIMES Come vede il futuro dell’Europa?

GALLOIS Per ciò che concerne l’Europa, espressione geografica più che collettività di nazioni, temo forti turbolenze socio-economiche. Se, da un lato, le previsioni attuali sullo sviluppo dell’Asia-Pacifico si verificano, e se i paesi europei si rovinano a costruire un’ipotetica Unione europea – certamente non duratura – dall’altro, infine, se l’emigrazione dal Sud verso il Nord prosegue, allora si può temere il peggio. La «mondializzazione», l’apertura delle frontiere, lascia presagire l’invasione dei prodotti a buon mercato delle popolazioni emergenti d’Asia. E anche spostamenti massicci di popolazioni con un aumento conseguente della disoccupazione. Oggi l’Europa è come una cassaforte riempita, ma con lo sportello aperto, attraverso il quale le sue risorse sono bramate e dilapidate. La sua ricchezza, quotidianamente rivelata da reti televisive a diffusione planetaria, attira, ovviamente, le popolazioni sottosviluppate: il protezionismo europeo, battuto in breccia dalla necessità di esportare e dall’etica europea, non difende la produzione europea, e non protegge l’Europa dall’ineluttabile arrivo delle popolazioni di un Sud povero verso un Nord ancora ricco. Ne deriva una trasformazione sociale analoga a quella che subisce l’America del Nord a causa dell’affluenza degli ispanici e degli asiatici e, cosa più grave, con minore capacità d’assorbimento.
La scomparsa dalla scena internazionale dell’Unione Sovietica, se ha liberato le popolazioni dell’Europa centrale, ha favorito la riunificazione della Germania, che a sua volta ha squilibrato l’Europa occidentale creando nel suo seno una superpotenza dalla quale adesso dipende tutto. Poiché prende le decisioni economiche, conseguentemente sociali, e impone anche il comportamento politico di tutti i suoi partner europei. Il «nocciolo duro», la Germania e la Francia, è ormai uno scherzo. In Europa esiste un solo «nocciolo duro» ed è tedesco. Per riabilitare i Länder dell’Est, Bonn ha mantenuto dei tassi d’interesse elevati, facendo affluire capitali in Germania, ma rovinando l’economia dei suoi partner che, allo stesso tempo, contribuivano ad aumentare ulteriormente il distacco tra la Germania e gli altri paesi della Comunità europea. Gli investimenti si sono esauriti e l’indennità di disoccupazione è aumentata, collocando l’Europa nella categoria delle zone sinistrate, se la si paragona agli Stati Uniti e all’Asia della costa del Pacifico.
La Francia e la Gran Bretagna volevano mantenere l’unità della Jugoslavia e attenersi alle clausole del trattato di pace del 1919-’20, ma Bonn cercava lo smembramento e la punizione della Serbia che, a due riprese, osò tener testa alle armate tedesche. E hanno avuto la divisione. La Francia desiderava un «approfondimento» della costruzione europea prima di un «allargamento». La Germania voleva prima «l’allargamento», e l’ha ottenuto. Conformemente alle decisioni di Maastricht, Parigi desiderava l’ecu, Bonn voleva l’euro e questo è stato adottato. La Bundesbank reclamava un «patto di stabilità» e sanzioni finanziarie per qualsiasi scivolata.
Dopo Maastricht, Bonn comanda e i suoi partner si inchinano. Gli Stati Uniti disapprovano il nazionalismo e gli Stati nazionali, la Germania anche. La decentralizzazione politica e amministrativa assicura la sua egemonia. Oltre-Atlantico si vuole che l’Europa adotti, in tutto il suo rigore, l’economia di mercato. La Germania è l’avvocato degli americani. La Francia recalcitra. I francesi tengono alla loro «arte di vivere» e rifiutano le «americanizzazioni» e la sparizione del ruolo dello Stato nella ripartizione delle risorse nazionali; sono affezionati al servizio pubblico e vogliono conservarlo, cosa incompatibile con un’Europa economicamente capace di rispondere alla sfida americana, ancora meno davanti alla competizione asiatica e ai salari che praticano. Così non è da escludere un irrigidimento della popolazione, anche una rivolta, che annienterebbe quarant’anni d’illusioni europee.

LIMES Come giudica il conflitto bosniaco e come vede il futuro della Bosnia?

GALLOIS La comunità internazionale, in questo caso gli Stati Uniti e la Germania, ha voluto creare in Bosnia, là dove non era mai esistito uno Stato, uno Stato musulmano, a confessione tendenzialmente laica, e dove la religione musulmana è chiamata ad ispirare con la sua legge una popolazione in maggioranza cattolica (croata) e ortodossa (serba), quindi cristiana. Gli Stati Uniti si sono così guadagnati le buone grazie dei paesi dell’islam e la Germania si è assicurata la scomparsa di una Jugoslavia unitaria, creata per effetto delle sue sconfitte militari. È opinabile che questo Stato artificiale possa durare, una volta partite le truppe straniere. Nell’attesa, sono state costituite le condizioni per un lungo periodo di turbolenze e miseria. Questa prevedibile instabilità esclude gli investimenti, più precisamente nella zona dove vive la popolazione serba, che è stata demonizzata al fine di ottenere l’obiettivo mirato dalla Germania e dagli Stati Uniti: sopprimere la Jugoslavia e creare un secondo Stato musulmano in Europa sostenuto dall’Iran e dalle monarchie petrolifere, anticamera di una futura immigrazione legale.
Un’ultima osservazione, ispirata dagli avvenimenti contemporanei: il cammino accidentato dei paesi europei verso l’unione politica conduce al loro allontanamento dalla scena internazionale. Essi stessi reclamano l’allargamento della Nato all’Est, cioè il controllo degli Stati Uniti. Sono stati eliminati dal Medio Oriente, la Gran Bretagna ha suggellato un destino da lungo tempo stabilito con il ritiro da Hong Kong e la Francia è stata estromessa dall’Africa e, economicamente, dall’Europa centrale, dominio della Germania riconcentrata sulla sua Mitteleuropa. Così, nutrendosi d’illusioni, l’Europa esce a piccoli passi dalla Storia.

(a cura di Jean Toschi Marazzani-Visconti)

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Note per un profilo di Pierre-Marie Gallois

(a cura di JTMV e AM)

Il generale Pierre-Marie Gallois è morto alle 12:30 di lunedì 23 agosto, all’età di 99 anni.
Negli anni Novanta molti di noi lo hanno apprezzato come autorevole avversario della “nuova” Europa post-89, a guida tedesca e statunitense, e appassionato critico delle sue politiche antijugoslave e antiserbe.
Ma la sua attività di esperto e consigliere geopolitico risale a molti decenni prima, quando da stretto collaboratore di De Gaulle fu tra l’altro un promotore della politica di deterrenza nucleare francese – proprio a difesa della sovranità del suo paese e del nostro continente. E’ poi sempre rimasto un capofila della corrente “souveranista”, cioè gaullista, della politica francese.

In anni più recenti Gallois è stato particolarmente interessato alla questione balcanica e perciò regolare collaboratore della rivista B.I. Balkans – Infos ( http://www.b-i-infos.com/ ). Nella documentazione che abbiamo fatto circolare in passato lo ritroviamo come sottoscrittore assieme a noi di vari appelli. Un suo breve testo (con la sua opinione sul “Tribunale ad hoc” dell’Aia) si può rileggere qui: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4905

Ci ha scritto Jean Toschi Marazzani Visconti, che lo ha conosciuto personalmente:

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A seguito delle sue prese di posizione a favore della Jugoslavia, negli anni Novanta, in un contesto di censure e violentissime campagne di senso opposto, i suoi libri sono stati pubblicati solo dall’editrice L’age d’homme. Di seguito un elenco dei libri che lo vedono autore o co-autore:

L’Europe au défi. Ed.Plon – in collaborazione
L’alliance atlantique. ED. Berger Levrault in collaborazione
Stratégie de l’age nucléaire. Ed. Calman-Lévy
Europa Schutz. Ed. Condor Verlag
Balance of terror. ED.Houghton Mifflin
Paradoxes dela paix . ED. Presse du temps présent
La grande berne. Ed. Plon
L’Adieu aux armées. Ed. Albin Michel
Le renoncement. Ed. Plon
La guerre de cent secondes. Ed. Fayard
Géopolitique. Les voies de la puissance. Ed. Plon
Livre noir sur la dèfense. Ed. Payot
Pubblicati da L’age d’homme:
Le soleil d’Allah aveugle l’Occident. 1995
Le sang du petrol: Iraq 1 – Bosnie 2. 1996 due tomi
La France sort-elle de l’histoire? 1998
Le sablier du siècle. 1999 autobiografico
L’heure fatale de l’Occident. 2004
Vichy-Algers – Londres 1941-1943. 2006
Revanches. 2009

Sulla sua figura si vedano anche gli omaggi a lui rivolti in queste settimane, in varie lingue:

Télégramme de condoléances à la mort du général de Galois (Beogradski Forum)
http://www.en.beoforum.rs/index.php?option=com_content&view=article&id=124:dsfgfgdfsgsdf&catid=40:konferencijezastampu

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http://www.beoforum.rs/index.php?option=com_content&view=article&id=149:t-&catid=36:saopstenja&Itemid=65

General Pierre-Marie Gallois, RIP (Srdja Trifkovic)
http://www.chroniclesmagazine.org/2010/09/02/general-pierre-marie-gallois-rip/