La gente parla del BDS

La gente parla di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS). E si dovrebbe parlare del BDS. Se non stai parlando del BDS nel contesto di Israele/Palestina, ci dovresti pensare. Ed ecco perché.

Quando ero bambina, inviavo la mia paghetta al Fondo Nazionale Ebraico per piantare alberi in Israele in nome di membri della mia famiglia. Mi raccontavano storie di un popolo diseredato che, dopo secoli di persecuzioni, aveva finalmente trovato rifugio nella sua terra natale solo per dover poi affrontare un gruppo di avide persone violente che avevano case su due continenti ma che ha insistito nel negare al mio popolo questa sottile striscia di terra. Ho pensato: ancora dell’anti-semitismo.

Ci sono voluti solo pochi mesi vissuti in Israele come studentessa universitaria alla fine degli anni ’90 per scoprire le bugie – o almeno le informazioni chiave mancanti – della mia infanzia. Indagando ulteriormente, ho scoperto quanto questa revisione della storia e del presente aveva preso in ostaggio il mondo e aveva fatto diventare alcune delle nazioni più potenti economicamente e politicamente i “grandi facilitatori” di Israele. Finché le relazioni con Israele sono normalizzate, le sue azioni andranno avanti senza limiti, e nessuno si preoccuperà di chiedere sui dettagli, per esempio su “Chi ne trae profitto?” (http://www.whoprofits.org/). Dopo tutto, il sostegno a Israele è venduto al pubblico come un mezzo per sostenere l’unica democrazia in Medio Oriente.

Ma questa non è una democrazia, è una nazione e un popolo viziati (in entrambi i sensi della parola) da un regime nazionale di separazione e disuguaglianza e un’occupazione che è diventata un’apartheid violenta di 43 anni. E mentre noi israeliani accettiamo restrizioni anche per quanto riguarda le nostre libertà, raccogliamo lo stesso ogni giorno i frutti di questo regime. Grazie alla versione multi-miliardaria della mia paghetta inviata per piantare gli alberi – vale a dire gli aiuti dall’estero, gli investimenti militari e lo sviluppo dell’industria delle telecomunicazioni, tra gli altri – la nostra economia è rimasta forte mentre la maggior parte del mondo affrontava una recessione. Geniali invenzioni come il muro di separazione e le strade ad uso esclusivo di israeliani hanno fatto sì che quasi non pensiamo a possibili violenti attacchi all’interno di Israele, ma nemmeno vediamo i nostri vicini palestinesi che non possono più lavorare o fare acquisti o socializzare nelle nostre città e centri abitati. E non ci preoccupa quasi per niente mandare i nostri figli nell’esercito ora che si combattono le guerre con il telecomando, guerre alle quali pensiamo solo se decidiamo di aprire un periodico o guardare il telegiornale.

Recentemente ho incontrato per strada una giovane coppia alla moda di Tel Aviv e le ho detto di Bil’in. Non avevano nemmeno idea che ci siano territori occupati. In realtà, erano quasi certi che esistono solo casi di terra ebraica occupata dagli arabi. E perché dovrebbero sapere diversamente? Al culmine della popolarità del movimento di Bil’in, mentre si festeggiano 5 anni di resistenza nonviolenta, mentre si vede il muro cominciare a spostarsi e restituire grandi aree di terra perduta, e mentre finalmente si è guadagnato il sostegno di attivisti, politici, autori e professionisti in tutto il mondo, il breve servizio sui telegiornali israeliani sulla manifestazione di venerdì scorso ha evidenziato solo la bacchiatura dell’attuale (illegale) muro e i bravi soldati che stavano lì, ancora una volta, per fermare i manifestanti in uno “scontro violento.” Il fatto che a questi “agitati” palestinesi si siano uniti, ancora una volta, centinaia di israeliani e internazionali – un fatto che gli israeliani vogliono più di tutto ignorare, ma devono sapere – non ha trovato praticamente spazio.

E se noi israeliani non prendiamo atto della verità, ci sentiamo pure giustificati. Il progetto sionista è stato coerente nel dire al mondo che tutti gli ebrei fanno parte di Israele, e poi, quando l’opposizione alle politiche di Israele confonde gli ebrei con Israele, si utilizza l’antisemitismo come giustificazione per il mantenimento di tali politiche. Siamo cresciuti con l’idea che solo noi possiamo capirci, che solo noi possiamo liberarci e solo noi stessi possiamo garantire la nostra sicurezza.

Quindi, la reazione naturale al BDS è che è un altro tentativo di isolare e perseguitare gli ebrei. Si tratta di una strategia molto conveniente, auto-protettiva che rende tutte le critiche a Israele viziate, e il BDS tra le forme di critica più dure. Ma questo atteggiamento non può continuare. E con il crescente sostegno al BDS, infatti non continuerà.

Mentre sempre più persone si rendono conto che il BDS è semplicemente uno strumento nonviolento, creativo e temporaneo per evidenziare ciò che sta realmente accadendo in Israele e nei territori che occupa e colonizza con gli insediamenti, gli israeliani dovrebbero cominciare a guardarsi dentro e chiedersi se, forse, non abbiano ragione tutti quei cittadini provenienti da paesi (dagli Stati Uniti al Regno Unito all’Europa) che gli stessi israeliani sognano di emulare.

L’appello palestinese per il BDS (http://bdsmovement.net/) non è una campagna per portare Israele alla sua fine, ma piuttosto una campagna per costringere Israele a rispettare gli impegni assunti nel quadro del diritto internazionale e le norme morali e legali di una vera democrazia. L’appello non afferma che Israele è l’unico paese che perpetua simili violazioni e crimini, ma pone una sfida alla pretesa di Israele: se si pretende di rispettare le norme di una sana democrazia occidentale, allora non si può beneficiare delle giustificazioni che le proprie circostanze richiedano l’esenzione e che nei paesi vicini avvengano atrocità di gran lunga peggiori. Il messaggio dell’appello BDS è che una volta che si diventa ciò che si predica, le relazioni normalizzate si riprenderanno.

L’appello palestinese per il BDS è l’appello di intelligenti sostenitori nonviolenti dei diritti umani, della giustizia sociale e dell’auto-determinazione che si rendono conto che fino a quando continua il “business as usual” con Israele, gli israeliani vivranno in una negazione della verità sponsorizzata dal mondo intero, che contraddice anche i più elementari principi morali del giudaismo e gran parte degli ideali su cui Israele è stato presumibilmente fondato. E, soprattutto, vuol dire che il popolo palestinese soffrirà per altri decenni di delocalizzazione, umiliazioni, privazioni economiche e annientamento di una cultura non meno ricca e formatasi in questo stesso piccolo pezzo di terra. Il danno che può provocare il BDS per l’economia israeliana – e per estensione pure all’economia palestinese – sarà limitato e di breve durata a confronto delle ingiustizie inflitte ai palestinesi (e alla democrazia israeliana) da decenni.

Il BDS è l’inizio di una conversazione che si svolge nella realtà. Il BDS è un’opportunità per costringere a dei negoziati equilibrati e onesti per trovare una soluzione giusta. Il BDS è l’inizio di un risveglio israeliano a ciò che il secolo scorso ha portato, dell’assunzione di responsabilità da parte del mondo di finanziatori, investitori e consumatori che contribuiscono a rendere possibili le politiche di Israele, e dell’opportunità di creare un luogo che ebrei, palestinesi e cittadini del mondo possono sostenere.

Allora diamoci una svegliata e cominciamo a parlarne.

* Emily W. Schaeffer è una americana-israeliana, avvocatessa per i diritti umani e attivista con sede a Tel Aviv. Nata e cresciuta vicino a Boston, si impegna per porre fine all’occupazione da oltre 10 anni. Già membro degli Ebrei contro l’Occupazione (New York), e Jewish Voice for Peace (sezione di San Francisco), è attualmente attiva in diversi movimenti israeliani, compresi gli “Anarchici contro il muro” e “Boycott!” a sostegno del BDS in Israele

Originale in inglese:
http://theonlydemocracy.org/2010/02/people-are-talking-about-bds/

il documento è stato tradotto e messo in circolazione da http://www.amiciziaitalo-palestinese.org