«La gente normale scenda in piazza sabato»

Se gli si fa notare che negli ultimi mesi il popolo della pace si è impigrito, ha un moto di disapprovazione. «I media danno conto solo delle manifestazioni di piazza, e non raccontano le mille iniziative pacifiste diffuse in tutta l’Italia», puntualizza. Fabio Alberti è il presidente di “Un ponte per… ” e uno degli organizzatori della manifestazione per la pace che animerà Roma sabato 18 marzo. Alberti si auspica che sia la gente normale a scendere in piazza, proprio come successe nelle oceaniche proteste alla vigilia della guerra in Iraq, nel 2003. Perchè è la gente normale, quella che lavora e studia e affronta i mille impegni quotidiani, ad essere più rappresentativa. «Chi va in piazza a urlare “dieci, cento, mille Nassiryia” rappresenta solo se stesso».

Ultimamente in piazza c’è chi brucia le bandiere di Israele, fa il braccio teso e inneggia al Duce o dà fuoco alle macchine. Tanto che alla fine qualcuno può pensare che chi va a manifestare cerca guai. Come può il popolo della pace evitare le strumentalizzazioni?

Credo che la maggior parte della gente sappia che chi protesta nelle strade non è in cerca di guai. Il punto davvero importante è in quale misura chi è in piazza rappresenta la gente che sta a casa. Ai tempi delle oceaniche manifestazioni contro la guerra del 2003, sapevamo che era uscita di casa solo una frazione delle persone contrarie al conflitto in Iraq, ma chi stava a casa simpatizzava con loro. Chi invece urla “dieci, cento, mille Nassiryia” rappresenta solo se stesso.

Come leggere gli avvenimenti di Milano?

Se non li ha organizzati Berlusconi li ha organizzati qualcuno che voleva dargli una mano nella campagna elettorale. Naturalmente è una battuta, ma è per far capire che – come a Genova durante il G8, – questo tipo di violenze sono provocate dai nemici del movimento per la pace. Fermo restando che i veri nemici continuano ad essere Bush, Berlusconi e le loro politiche belliche.

Eppure sembra che ultimamente i pacifisti preferiscano stare davanti alla tv, persino quando esplodono casi come quello del fosforo a Falluja…

No, questo discorso vale solo se ci si riferisce alle manifestazioni in strada, perché costituiscono la parte più significativa e visibile. Ma in Italia fioccano le iniziative in favore della pace nelle scuole, nei posti di lavoro e in altri luoghi del tempo libero. Si tratta di attività nascoste, per così dire, ma molto presenti. Purtroppo i media si concentrano solo sulle proteste di piazza.

Forse perché andare in piazza è un gesto molto più plateale e politico?

Certo. Ma non dimentichiamoci che se la maggior parte degli italiani continua ad essere contro la guerra in Iraq è anche merito di queste piccole iniziative diffuse su tutto il territorio. Vale anche il contrario: se queste iniziative esistono, dipende dal fatto che gli italiani questa guerra non la vogliono, e basta. C’è anche da dire che una manifestazione non si può fare tutti i giorni. In fondo le grandi manifestazioni, quelle più riuscite, sono fatte di gente normale. Ma la gente normale lavora, va a scuola, segue gli impegni quotidiani, e non è disponibile a protestare tutte le settimane. E poi credo che non avrebbe senso organizzare troppe proteste pubbliche, perché così perderebbero di senso.

Perché è importante esserci sabato in piazza Esedra a Roma?

Se si guarda all’Iraq si vede un Paese che sta sprofondando sempre più nella violenza. E se si guarda all’Europa, ci accorgiamo che l’islamofobia è cresciuta. Le cose sono molto peggiorate dal 2003, c’è il rischio di un vero scontro di civiltà. Quindi se devo lanciare un appello ai cittadini italiani direi: venite a protestare contro la guerra, ma venite anche per scongiurare lo scontro di civiltà.

Un ponte per continua ad operare in Iraq?

Sì, ma per evidenti ragioni di sicurezza siamo costretti ad affidare i nostri progetti a personale non italiano.

La sente come una sconfitta?

E’ una sconfitta di tutti. Il fatto che degli operatori umanitari non possano recarsi in una zona di guerra è di una gravità assoluta, è un rischio per la civiltà.