La Francia privatizza l’energia

Uno a zero. Il primo tempo della partita sulle privatizzazioni del settore energetico francese si è chiuso con l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale dell’articolo 10 che mira a ridurre di almeno un terzo la presenza dello Stato in Gaz de France, oggi all’80%. La discussione del controverso articolo è durata ben tre giorni, ma per un voto definitivo sull’intero pacchetto bisognerà aspettare ottobre visto che bisogna discutere qualcosa come 137mila emendamenti, un vero e proprio record nella storia parlamentare francese. Nel frattempo, in vista dell’apertura della sessione ordinaria del Parlamento, martedì prossimo, le quattro federazioni sindacali si sono date appuntamento per una manifestazione nazionale contro la privatizzazione della compagnia. Dalla loro parte, oltre agli Alteromondisti – come la stampa d’Oltralpe chiama i No Global – si sono schierati i partiti che hanno votato contro il provvedimento (Pcr, Udf e Ps) anche se alcuni grandi nomi del partito socialista – prima fra tutte la “presidenziabile” Ségolène Royal – si sono dichiarati favorevoli al progetto di fusione con il gruppo Suez, che sarebbe poi il motivo ufficiale per il disimpegno governativo da Gaz de France.

La campagna per la privatizzazione della compagnia energetica in effetti va avanti già da qualche tempo, alla faccia delle dichiarazioni di alcuni noti rappresentanti dell’attuale governo che, appena un paio di anni fa, l’avevano esclusa – il 15 giugno del 2005 Nicolas Sarkozy, allora ministro delle Finanze, aveva espressamente escluso la privatizzazione di Edf e Gaz de France davanti all’Assemblea Nazionale. Poi è arrivato l’interessamento dell’Enel per il gruppo Suez che aveva fomentato vecchi sentimenti nazionalisti e qualche preoccupazione concreta. L’offerta era infatti stata respinta perché considerata “ostile”, ovvero un modo per liberarsi di un’ingombrante concorrente più che una reale intenzione di espandere la propria attività industriale. A torno o a ragione, l’Opa di Enel era stata rigettata a favore di una fusione fra Gaz de France e Suez che lasciava però intatto il problema della presenza statale. Per dare il via libera alla fusione serviva insomma un ulteriore passaggio verso la privatizzazione, cosa che ha indotto i sindacati, preoccupati per la perdita di posti di lavoro, a insinuare che in fondo il vero obiettivo fosse proprio questo. Del resto negli ultimi due anni i gruppi europei hanno dilapidato in fusioni almeno 200 miliardi di euro che avrebbero potuto trovare ben altri impieghi.

E la frenesia europea delle fusioni non accenna a diminuire se è vero che, in queste ore, si sta giocando una partita simile in Spagna. Come Parigi anche Madrid non vede bene la consegna di un settore strategico come quello energetico in mani straniere e sta facendo i salti mortali per tenere lontana la tedesca E. On dalla Endesa, il più grande gruppo energetico del paese. Va sottolineato che non si tratta soltanto di mero nazionalismo quanto piuttosto del fatto che queste mega-compagnie sono magari affidabili in patria – dove, almeno nel caso dei tedeschi, una stringente normativa le inchioda alle proprie responsabilità sociali – ma molto più disinvolte oltre confine. In sostanza l’interessamento della tedesca E. On per la spagnola Endesa (o dell’Enel per Suez, e via dicendo) ha molto più a che fare con le dinamiche finanziarie che con l’espansione industriale o le necessità energetiche di un paese. E’ quindi molto probabile che simili giochetti arricchiscano banche e speculatori ma non servano affatto a migliorare il servizio o ridurre le bollette.

Bisogna dire che in Francia come in Italia le privatizzazioni non hanno quasi mai mantenuto le loro promesse. Il mercato è una gran bella cosa in astratto ma nel concreto della finanziarizzazione dell’economia, le compagnie non sono state spinte dai loro azionisti verso il risparmio, l’innovazione o la vera concorrenza. Al contrario, come dimostra proprio settore energetico in particolare, gli ultimi due anni di vacche grasse hanno regalato alle compagnie profitti da capogiro che raramente sono stati reinvestiti in nuovi progetti o almeno nella manutenzione della rete. Al contempo però, essendo il settore energetico giustamente considerato di importanza strategica per l’interesse nazionale da tutti i governi, le compagnie hanno continuato a godere di privilegi che il vero mercato non contempla, dai regimi fiscali privilegiati a ogni sorta di sovvenzione, privilegi foraggiati con i soldi dei contribuenti che, nel frattempo, vedevano le bollette aumentare.

E che dire della famosa transizione al di fuori dei combustibili fossili, scottante argomento su cui si è ufficialmente pronunciato anche Chirac? La ristrutturazione dell’intera filiera energetica richiederebbe se mai un ritorno del potere gestionale e organizzativo allo Stato, e non certo il contrario, l’ulteriore frammentazione in una serie di attori che, in cima ai loro pensieri, non hanno certo la sicurezza energetica o il rispetto del Protocollo di Kyoto. Che anche un paese dalla forte tradizione statalista come la Francia si adegui all’ultra-liberismo di Bruxelles non è certo una buona notizia. Ma la partita, come si dice, è ancora tutta da giocare.