La Francia degli invisibili

A sei mesi dalle presidenziali, le élites politiche sono inquiete. Difatti, i francesi hanno riservato negli ultimi tempi molte brutte sorprese alle classi dominanti, che sembrano non capire più quello che succede nella società : 21 aprile 2002, con Le Pen al ballottaggio e la sinistra espulsa dal secondo turno, «no» alla Costituzione europea nel 2005, rivolte delle banlieues, grandi manifestazioni contro il Cpe, il contratto precario per i giovani, che il governo ha dovuto cancellare nella primavera del 2006. L’imponente volume La France invisible (La Découverte, 647 pag., 26 €), a cura di Stéphane Beaud, Joseph Confavreux e Jade Lindgaard, con il contributo di 28 ricercatori, cerca di fotografare questi « invisibili », attraverso una trentina di categorie messe per oridine alfabetico. Ogni inchiesta è seguita da un’intervista con uno specialista. La seconda parte del libro è costituita da interventi più analitici, relativi alla critica dei modi di conoscenza del mondo sociale, alle sue rappresentazioni fuorvianti e alle trasformazioni della questione sociale, che via via scivola nella «gestione sociale».
Tutti questi «invisibili» non rappresentano una sola categoria sociale, vivono isolati uno dall’altro, possono avere interessi contrastanti. Se c’è però un elemento che li accomuna può essere riassunto in un concetto: precariato. Della casa, del lavoro, del reddito, delle prospettive di avvenire.
Non sono solo più le vecchie classi popolari, che si erano costruite un’identità propria, ad essere travolte dalla precarizzazione della vita del XXI secolo, ma anche le classi medie ne sono investite. Sentimenti di vergogna, di disprezzo da parte degli altri e da parte di se stessi, ne sono delle caratteristiche. Solitudine per la fine delle vecchie solidarietà, la debolezza degli strumenti di difesa del passato, come i sindacati. Un’immagine rivela il posto degli invisibili: gli stagisti, che nessuno voleva vedere, si sono fatti notare quando hanno manifestato nel 2005 con il vosto coperto da una maschera bianca. La France invisible fa discutere. Gli autori sperano che rappresenti un elettrochoc, come era stato nel ’52 il libro Uomo invisibile, per chi canti? dello statunitense Ralph Ellison, il cui eroe – un giovane nero nel sud segregazionista – era diventato un simbolo, che aveva risvegliato le coscienze, eroe emblematico del movimento per i civil rights. «Sono invisibile, capite bene, semplicemente perché la gente rifiuta di vedermi (…) Questa invisibilità di cui parlo è dovuta a una disposizione particolare degli occhi della gente che incontro».

Valore di aggiustamento
Ci sono «delle popolazioni, più o meno pauperizzate, che sembrano solo più esistere nello spazio pubblico sotto forma di statistiche e di flussi». Si parla di loro come degli oggetti : «crescono», «calano». Si tratta dei disoccupati, dei rom, dei beneficiari dell’Rmi (reddito minimo), degli sfollati, dei clandestini espulsi o che rischiano di esserlo, dei senza tetto, di coloro che sono sovra-indebitati. «I poteri pubblici organizzano nei loro confronti un sistema di trasferimenti sociali che comporta pero’ un numero crescente di buchi. Non sono materialmente abbandonati, ma sono diventati dei danni collaterali accettabili di un sistema economico che a volte ne trae anche guadagno». Le espulsioni di clandestini sono in aumento (un raddoppio tra il 2002 e il 2005, da 10mila a 20mila), ma chi si chiede cosa avviene di questi «espulsi» una volta che hanno varcato il confine nazionale? 400mila nomadi vivino in Francia, e la maggioranza ha la nazionalità francese, ma sono trattati come stranieri dell’interno.
Per i disoccupati, le statistiche dissimulano platealmente la realtà: la disoccupazione diminuisce, dice il governo. Ma i senza lavoro in Francia sono stati divisi in varie categorie, e le statistiche prendono in considerazione solo la categoria 1: ma da dieci anni a questa parte le altre categozie di senza lavoro sono aumentate del 40%, si tratta di persone, soprattutto donne, scoraggiate che non si iscrivono più agli uffici di collocamento, di persone che lavorano meno di 78 ore al mese, di assunti con contratti a termine o di solidarietà, pagati poco e male. Al punto che i sociologi propongono di farla finita con il termine «disoccupato», troppo generico, per sostituirlo con «privato di lavoro stabile e pagato decentemente».

Quelli «senza qualità»
Non si tratta dell’Ulrich di Musil, ma di persone che vivono drammi personali che non rientrano in nessuna politica dell’aiuto sociale. Né sans papiers, né senza tetto, né senza famiglia, «non corrispondono ai nuovi volti della grande precarietà e non si sono organizzati come minoranze». Si tratta dei lavoratori declassati, delle casalinghe per forza, delle persone che per ragioni di reddito e di percezione della sicurezza scelgono di vivere nelle zone di villette lontane da tutto, dei giovani rurali che non interessano nessuno e si annoiano come i banlieusards, degli intermittenti del lavoro, dei precari del settore pubblico (che sono più numerosi in Francia che nel settore privato) che lavorano a fianco dei «garantiti», dei lavoratori a cui viene chiesto sempre di più, che subiscono pressioni continue sotto la minaccia di perdere il lavoro ecc. C’è un’inchiesta sulle operaie della Levi Strauss de La Bassée, nella regione Nord, vittime di una delocalizzazione mai riconosciuta come tale, le storie di quadri di Neuf Telecom o di Ibm che hanno subito un’intensificazione del lavoro che ha portato alla demovitazione, quella di una libraia appassionata che ha perso ogni piacere quando la libreria dove era impiegata è stata assorbita da un grande gruppo della distrbuzione, che vuole solo «fare cifra». Le lettere di dimissioni non datate che devono firmare gli impiegati dei McDonald’s, i nuovi concetti di management che diventano umilianti per il lavoratore ecc.

Le vittime delle nuove violenze
Ci sono persone che hanno perso la Sécurité sociale, altri che vivono costantemente nel terrore di essere controllati dalla polizia, anche se non hanno nulla da rimproversarsi, i giovani che non riescono ad entrare nel mercato del lavoro e che accumulano stages e contratti a termine, i lavoratori dell’ombra che stanno dietro le quinte, invisibili a tutti, dalla ristorazione agli stagionali dell’agricoltura. L’ineguaglianza delle generazioni di fronte al lavoro è plateale, poiché le imprese utilizzano ormai i debuttanti come variabili di aggiustamento del mercato del lavoro. Nell’83, dicono le statistiche, l’80% dei giovani avevano un impiego stabile un anno dopo l’entrata nella vita attiva, mentre oggi sono meno di uno su due. Una generazione low cost, che, a salario eguale, puo’ permettersi di affittare metà dei metri quadrati di vent’anni fa, che spesso è obbligata a tornare a vivere dai genitori.
«Lavoro, casa e persino salute, le nuove generazioni non hanno più le stesse prospettive delle generazioni precedenti alla stessa età» dice il sociologo Luis Chauvel. La salute è diventata oggetto di discriminazione: la mortalità degli uomini di 45-59 anni che svolgono un lavoro manuale è del 71% più alta di quelli della stessa fascia di età che svolgono un lavoro non manuale. Le ineguaglianze della salute sono strettamente legate a quelle sociali.
Sono dei «discriminati» di cui la società parla, a favore dei quali vengono fatte delle leggi. Ma che poi vivono nel quotidiano un’altra realtà rispetto a quella caricaturata sul palcoscenico delle mediatizzazione. Sono i tossicodipendenti, gli handicappati, le prostitute, i banlieusards, gli stagisti ecc. «Gli invisibili – scrive l’introduzione – non sono quindi dei “nuovi proletari” : sovente non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri e per questo motivo sono difficili da percepire.

Sentimento di disprezzo sociale
Non formano una classe sociale omogenea e neppure delle categorie sociali stagne. Tuttavia, nel corso dell’inchiesta, molte delle persone incontrate si sono riconosciute nella nozione di invisibilità, intesa non tanto come categoria sociologica, né come uno status che darebbe dei diritti particolari, ma come una situazione e un insieme di processi che inducono un sentimento di non rinoscimento e di disprezzo sociale».
In realtà, i motivi dell’invisibilità sono cumulabili : essere contemporaneamente, «sotto controllo», «banlieusard», «rinnovati » (cioè sloggiati in nome del miglioramento dell’habitat) e «precari del settore pubblico, «intermittente del lavoro », «giovane occupato», e «allontananto», cioè obbligato per ragioni economiche e anche di scelta condizionata a vivere lontano dal centro. «Allo stesso modo, non si è “sotto pressione” a vita, o “in subappalto” per il resto dei propri giorni».
Ma moltissimi passano per queste esperienze, che diventano «banali»: «banalità che rende a priori la storia di vita meno emozionante e quindi meno ricercata». Invisibile, appunto.