La Francia ci sfida: mette tutti alla prova

La Francia è attraversata ancora una volta da un movimento sociale di grande ampiezza, che apre una crisi politica da cui tutta la situazione presente è dominata, con i suoi momenti drammatici, quali lo stato di Cyril Ferez, militante di Sud delle Poste ora in coma, tra la vita e la morte.
Le origini congiunturali del movimento sono note: il progetto di legge che introduce per i giovani al di sotto dei 26 anni un contratto di lavoro precario di due anni, durante i quali il datore di lavoro può licenziare il giovane assunto senza fornire la minima motivazione.

La reazione, però, è stata tanto più accesa in quanto, in Francia, c’è un vero e proprio contenzioso fra i giovani e il mondo del lavoro, da una parte, e il governo, dall’altra parte. Un contenzioso sociale, che dura da dopo lo sciopero del 2003, che non è riuscito a fare arretrare il governo sulla riforma delle pensioni, ma che ha segnato a fondo le centinaia di migliaia di scioperanti, alimentando un forte e perdurante risentimento. Un contenzioso politico, poi, dopo l’elezione di Chirac nel 2002 di contro a Le Pen, il candidato dell’estrema destra, senza che questo significhi il minimo accordo con la sua politica. Un contenzioso ripetutosi due volte: nel 2004, quando tutte le regioni si sono spostate a sinistra; e nel 2005, quando la maggioranza dei francesi ha respinto il progetto di Costituzione dell’Unione europea, senza che Chirac e il suo governo ne ricavassero le dovute lezioni e cercassero di ascoltare ciò che il paese esprimeva.

Il movimento contro il Cpe (“Contrat de Première Embauche” [Contratto di primo inserimento la-vorativo]) contiene tutte le caratteristiche delle mobilitazioni francesi.

Dopo essere stato per oltre un secolo il paese delle rivoluzioni, la Francia è diventata, a partire dal XX secolo, il paese degli scioperi generali. Di fronte a uno Stato forte, e di fronte alla debolezza dei corpi intermedi, le mobilitazioni si concentrano sul governo e sullo Stato, per rivendicare un mutamento di indirizzo, minacciando i governi di far salire la pressione, senza fissare limiti a questo scontro complessivo.

Nell’attuale mobilitazione, come nel 1968, nel 1995 e nel 2003, l’idea che si impone è quella del “tutti insieme”, in cui si tratta di estendere il movimento per creare il rapporto di forza. Oggi, il ministero dell’Istruzione ammette che 57 atenei su 93 sono bloccati, ma il movimento si estende al di là degli studenti universitari, con l’entrata in sciopero generale di numerosi licei. La posta in gioco è la mobilitazione dei lavoratori e del resto della popolazione, presenti in gran numero nelle manifestazioni di sabato 18 marzo. Lo sciopero nazionale del 28 marzo, proclamato dall’insieme dei sindacati, costituirà chiaramente un banco di prova fondamentale, ma altre componenti del movimento sociale francese – la Confederazione contadina o le reti di disoccupati – si stanno collegando.
In questa crescita vigorosa della mobilitazione per costringere il governo a cedere, c’è bisogno di alcuni strumenti per poter valutare i rapporti di forza e lo stato del movimento. Tutte le grandi mobilitazioni che sono riuscite a cristallizzare alcune crisi di fondo hanno visto, infatti, delinearsi alcuni indici che ne consentivano la valutazione. Durante i movimenti dei disoccupati dell’inverno 1997-1998, il metro di misura con il quale si è valutato il movimento era il numero degli Assedic (i luoghi che versano le indennità di disoccupazione) occupati. Al momento della ribellione delle banlieues, nell’ottobre 2005, era il numero delle auto incendiate ogni notte a permettere di valutare le varie fasi del movimento: la sua crescita, il suo apogeo e il suo declino. Oggi, come nel 1995 e nel 2003, è il numero di manifestanti ad essere considerato dalla stampa e dall’insieme dei protagonisti come l’indice del movimento: 500mila a febbraio, 1 milione il 7 marzo, 1 milione e mezzo il 18 marzo… Ma se il numero dei manifestanti è indiscutibilmente l’indice del movimento contro i Cpe, esso è tanto più pericoloso per il governo, in quanto si affianca a sondaggi che mostrano come una fortissima maggioranza di francesi sia oggi favorevole alla revoca del Cpe.

Se, però, questo movimento ha caratteristiche molto francesi, esso è rivelatore di problemi che investono l’intera Europa, se non il resto del mondo.

Sono ormai più di dieci anni che la Francia conosce una serie di mobilitazioni: sciopero generale del servizi pubblici, nel 1995; movimento dei sans-papiers (immigrati “clandestini”), nel 1996; movimento dei disoccupati, nel 1997-’98; scioperi contro la riforma del sistema pensionistico, nel 2003; mobilitazioni degli “intermittenti” dello spettacolo, nel 2003 e 2004; mobilitazioni dei ricercatori, nel 2005; e, oggi, mobilitazioni contro il Cpe. Tutte queste mobilitazioni hanno in comune il rifiuto delle politiche neoliberiste e sono in sintonia con quanto esprimono i sondaggi d’opinione come pure i risultati elettorali: nel 1997, Chirac è stato eletto contro Balladur, che sosteneva un orientamento liberista; nel 1997, Chirac e JuppŽ hanno perso le elezioni per la stesse ragioni; nel 2002, Chirac e Jospin raccoglievano solo il 36% dei voti espressi, mentre la maggioranza degli elettori votava per candidati che si opponevano al sistema, sia a destra sia a sinistra; e, nel 2005, gli elettori hanno respinto il progetto di Costituzione europea pur sostenuto dai Verdi, dal Partito socialista e dai partiti di destra.

Il rifiuto delle politiche neoliberiste si è probabilmente espresso in Francia un po’ prima che in altri paesi. Oggi, per˜, le mobilitazioni si sviluppano in Europa come nel resto del mondo. E’ significativo, ad esempio, che i sindacati e i movimenti sociali tedeschi comincino a mobilitarsi contro un progetto di riforma molto simile al Cpe francese.

Il rifiuto del neoliberismo è un problema cruciale per i partiti di destra, che fanno di tutto pur di rendere flessibile il mercato del lavoro e rimettere in discussione le conquiste dei lavoratori. Esso, per˜, rappresenta una sfida anche per i partiti di sinistra che, troppo spesso, si limitano, una volta al potere, a gestire il sistema senza rimettere in causa la logica neoliberista.

Per tornare alle mobilitazione contro il Cpe, tutte le energie si stanno concentrando sulla giornata del 28 marzo: dal successo o dall’insuccesso di questa giornata dipende il futuro della mobilitazione. Essa è, oggi, in fase d’ascesa: abbiamo ancora una settimana per far ripiegare il governo.