La Ford affama gli operai russi

Alla Ford russa aumenta la produzione, crescono i profitti, ma i salari restano al di sotto degli standard minimi. Nella grande fabbrica di Vsevolozhsk, vicino San Pietroburgo, gli operai sono costretti a turni sempre più pesanti e a continui straordinari per stare dietro agli ordini, ma a ogni richiesta di aumento di stipendio e miglioramento delle condizioni di lavoro, la compagnia si rifiuta anche solo di trattare. Così, questa settimana, il sindacato che rappresenta oltre mille metalmeccanici, su un totale di 1.700 dipendenti, ha minacciato una serie di scioperi a singhiozzo per i prossimi giorni se la direzione non si deciderà a concedere almeno l’aumento del 30 per cento. «La catena di montaggio ci ha spremuto come limoni ultimamente, ma non ci spaventano i nuovi carichi di lavoro – dice Alexei Etimanov, delegato sindacale che sta portando avanti la protesta – chiediamo solo che gli stipendi vengano adeguati». Visto il boom di domanda di automobili straniere, la filale russa della multinazionale americana ha annunciato un investimento di 30 milioni di dollari per il 2006, necessario a portare la produzione del modello Focus a 60 mila vetture all’anno. Anche se la forza lavoro sarà incrementata, l’azienda si aspetta un maggiore rendimento dai dipendenti attuali e insiste nel non volere trattare sullo stipendio già basso che paga ora.

Un operaio, infatti, prende tra i 10 mila e i 17 mila rubli al mese, cioè tra 350 e 600 euro, «molto meno di quello che Ford paga in Brasile», spiega Etimonov, dove il salario arriva anche a 900 euro, integrato poi dai premi di produzione. Le altre richieste del sindacato riguardano la parità di trattamento per i nuovi assunti, l’introduzione di una sorta di tredicesima e la partecipazione alla gestione dei fondi assicurativi, ora amministrati interamente dalla direzione. Ma Todd Nissen, portavoce della Ford europea, ha non tentato neanche di mediare e tiene a ribadire, invece, la filosofia marcatamente liberista della compagnia che «deve cercare sempre – ha detto – le condizioni più competitive nei contesti in cui opera». In Russia, infatti, all’abbassamento del costo del lavoro si è associato, con la riforma del 2002, un abbassamento generale dei diritti e delle tutele, tanto che è molto difficile oggi organizzare un sindacato e soprattutto uno sciopero. Se il governo, illudendosi di attirare capitale e rilanciare così lo sviluppo, è dalla parte delle aziende straniere in modo incondizionato, gli operai sembrano aver riscoperto un certo orgoglio sindacale: le iscrizioni alla sigla che rappresenta Etimonov sono passate in pochi mesi da poche centinaia a oltre 1.100, dopo le ultime rivendicazioni.

A rafforzare la protesta, proprio in questi giorni, è stato anche il tentativo dell’azienda di impedire l’accesso in fabbrica del segretario regionale dei metalmeccanici, Gennady Trudov, che insieme ai delegati aveva chiesto un incontro con i dirigenti.La storia della fabbrica di Vsevolozhsk non è diversa, in ogni caso, da quella di altri impianti in cui i grandi produttori di automobili, come General motors, Renault, Bmw ma ora anche Toyota e Hyundai, sfruttano un mercato in forte espansione e un costo del lavoro minimo. Gli analisti del settore dicono che la domanda di macchine straniere, soprattutto utilitarie, stia correndo a un ritmo tre volte superiore all’offerta, con un tasso di importazione in crescita del 40 per cento all’anno. La quota di mercato lasciata alle vecchie compagnie russe non ha superato il 12 per cento quest’anno e l’unico modo che molte hanno di sopravvivere è formare joint-ventures con le multinazionali straniere.

La Renault, ad esempio, produce già 60 mila vetture nello stabilimento della Avtoframos di Mosca, dagli impianti della Avtotor ne escono circa 20 mila con marchio Kia e Bmw, mentre solo la Gm-Avtovaz ne assembla più di 100 mila.