«La flessibilità ha fallito»

«La flessibilità? E’ un puro rapporto di potere». Dino Greco, segretario della Camera del lavoro di Brescia, non usa mezzi termini. Il bilancio sociale di questi ultimi dieci anni non è proprio entusiasmante, ma sull’uso della flessibilità, «che è in realtà un eufemismo per definire la deregolamentazione dei rapporti di lavoro», corregge Dino Greco, è una vera e propria catastrofe.

La flessibilità continua ad essere presentata come la panacea di tutti i mali. Ma i dati dimostrano che non è così. Cosa ne pensi?

La flessibilità applicata al lavoro nel corso dell’ultimo decennio è stata motivata e giustificata in vari modi, tutti fallimentari. Il primo riguarda il preteso aumento dell’occupazione. La tesi è: il lavoro flessibile aumenta l’occupazione. La realtà è ben diversa. La flessibilità ha scomposto il lavoro in una quantità di segmenti tutti in reciproca concorrenza. I dati parlano chiaro, aumentano i posti precari mentre gli esuberi nella grande industria avanzano al ritmo del 2,5 % al mese. Non c’è dubbio. Il panorama attuale è caratterizzato da una classe di precari che sostituisce, in modo soverchiante, una classe di lavoratori stabili. La flessibilità, quindi, contrariamente a quello che viene affermato, non crea lavoro ma sostituisce lavoro stabile con lavoro precario, deregolamentato. Questa flessibilità, quindi, serve solo ad applicare la teoria dell’impresa a geometria variabile. E’ una colossale bufola. E la dimostrazione ci viene ancora dalle cifre. Gli incrementi nei tassi di occupazione sono comunque inferiori alla media europea. Un altro argomento spesso usato è quello che la flessibilità aiuta la competitività sui costi. Su questo bisogna essere molto chiari. La competitività di cui parlano non è la competitività basato sull’innovazione di prodotto e sulla qualità ma quella basata sul taglio dei costi. Così non si va da nessuna parte. Così, l’unica prospettiva che abbiamo davanti è quella delle produzioni di nicchia che relegano il nostro paese ai margini. Che qualcuno, almeno, tra tanti imprenditori che si dicono illuminati e moderni abbia il coraggio di ammetterlo, altrimenti non si sa proprio di cosa stiamo parlando.

C’è poi un terzo argomento portato avanti da chi tesse senza sosta le lodi della flessibilità. Quale?

Qualcuno ha scomodato addirittura l’antropologia per spiegare che i giovani d’oggi sono più disposti ad accettare un lavoro flessibile piuttosto che uno stabile. Non è così, e noi qui a Brescia l’abbiamo dimostrato andando ad interrogare proprio i giovani lavoratori. La stragrande maggioranza vuole un lavoro stabile, vuole poter contare su un punto di riferimento per costruire un proprio futuro. Loro hanno capito, ancora meglio di noi, che la flessibilità non è altro che un rapporto di forza.

In termini marxisti classici, diremmo rapporti sociali di produzione, che non rispecchiano certo una presunta oggettività dello sviluppo. Il sindacato sta facendo un bilancio di questi anni? Che conclusioni sta traendo?

L’attuale protervia industriale unita alla sciagura politica prossima ventura danno vita ad un cocktail a cui il sindacato potrà opporsi soltanto modificando le sue scelte strategiche in materia di salario, di gestione del mercato del lavoro e di orario di lavoro. Si tratta di scelte che devono avere come componenti fondamentali il protagonismo dei lavoratori e il conflitto, inteso come elemento dinamico positivo dei rapporti sociali.

Fabio Sebastiani