La Fiom apre il risiko d’autunno

Tecnicamente, un voto annunciato. Politicamente, un piccolo uragano. La scelta del comitato centrale Fiom di «non approvare» l’accordo sottoscritto dalla Cgil sul protocollo del welfare, oltre che una primizia nella storia repubblicana del sindacato, è il primo vero innesco della grande partita politica che si consumerà in autunno nel governo, nella maggioranza e nella cangiante galassia della sinistra radicale italiana.
La scommessa. Romano Prodi, per parte sua, ha scelto di fare buon viso. Ha rassicurato i suoi interlocutori. Si dice tranquillo. E lo ha fatto sapere al mondo con una battuta ai cronisti al seguito: «Il no della Fiom era abbastanza previsto e scontato». Commento di sufficienza anche da parte del ministro per il Programma Giulio Santagata: «Noi abbiamo firmato con la Cgil, mi sembra». Come dire: l’accordo è blindato. Il che è vero. Ma la scommessa del segretario Fiom Gianni Rinaldini (che, non va dimenticato, in occasione del direttivo Cgil con all’ordine del giorno il protocollo si era astenuto sulla proposta di Epifani) è un’altra: trascinare a una grossa affermazione i no nella consultazione che si svolgerà in ottobre tra i lavoratori. Per modificare gli equilibri interni alla Cgil. E per dettare parte delle condizioni dell’unità a sinistra. Se i no fossero tanti, il contraccolpo sul sindacato – e a cascata sull’esecutivo – sarebbe forte. E dagli esiti tutt’altro che scontati. Non a caso Piero Fassino, dopo aver espresso concetti simili a quelli del Professore, ha però gettato la palla sul vero campo di gioco: «L’accordo sul welfare è positivo – ha detto il segretario Ds – e sono sicuro che quando andrà al vaglio sui luoghi di lavoro sarà approvato».

L’imbarazzo di Mussi.
Ma la mossa Fiom ha riscoperchiato anche tutte le incertezze e le ambiguità dietro la costruzione del nuovo partito della sinistra, di cui la Fiom è una colonna portante. E soprattutto ha riaperto i giochi sulla manifestazione anti-precariato del 20 ottobre. Un pezzo della storia è noto: Rifondazione vorrebbe trasformare l’iniziativa nel battesimo politico della Cosa rossa. Sinistra democratica ha a lungo nicchiato sulla sua adesione. Poi, davanti alle garanzie da parte degli organizzatori (Liberazione e il manifesto) e del Prc che l’appuntamento non avrebbe preso accenti anti-governativi e anti-Cgil, ha aperto alla possibilità
di partecipare. Ora la questione torna a complicarsi parecchio. Perché la presa di posizione della Fiom – Rinaldini, del resto, fu lestissimo in luglio ad aderire seppur a titolo personale alla manifestazione – rende il 20 ottobre una giornata di grande imbarazzo per Guglielmo Epifani e per la Cgil. Comprese quelle componenti, molto vicine a Sd, di cui è capofila indiscusso Paolo Nerozzi. E l’imbarazzo di Epifani e Nerozzi è altamente contagioso per Mussi. A lungo ieri il partito del ministro dell’Università è stato l’unico a non figurare nel nutrito elenco di lanci di agenzia sulla notizia. Finché in serata è intervenuta la capogruppo alla Camera Titti Di Salvo. Per dire cosa? Una copia carbone delle dichiarazioni di Fassino: «Il referendum darà il giudizio definitivo».

L’equilibrista Giordano.
Chi ora è tornato a friggere è Franco Giordano. La cui dichiarazione di giornata è un esercizio di equilibrismo per tenere fermo un annoso sodalizio con la Fiom e al contempo non spaventare troppo i futuri alleati della Cosa rossa. «Pur esprimendo – dice Giordano – un apprezzamento positivo in merito all’incremento delle pensioni minime, al miglioramento del sistema di rivalutazione e alle norme di totalizzazione dei contributi, il comitato centrale della Fiom pone fondate e condivisibili critiche a parti significative del protocollo di intesa del 23 luglio».

Il dispettoso Rizzo.
Insomma, la falla nella izquierda è aperta e ad allargarla è corso subito Marco Rizzo, numero due del Pdci, partito che il 20 ottobre non vuole fare sconti né al governo né al sindacato: «Il no della Fiom è il segno positivo del grande senso di responsabilità del sindacato dei metalmeccanici». Ergo, se la Fiom è «responsabile», non è difficile immaginare quale aggettivo abbia dunque in testa Rizzo per Epifani. «Non vorrei che fosse cominciato il giochino della visibilità», dice Luciano Pettinari, dell’area Salvi (più radicale di Mussi sulla questione). «Divergenze nell’area della Cosa rossa – aggiunge Pettinari – ci sono, ma bisogna stare attenti a non drammatizzarle. Anche perché la stessa Cgil ha fatto capire in tutti i modi di non essere entusiasta dell’accordo». E il timore che circola adesso in Sd, ma anche in Rifondazione, è che invece la Cgil sia costretta a spostarsi “a destra” da questo stato di cose.

Più a sinistra.
Senza dimenticare che nel risiko massimalista c’è anche chi cerca spazi alla sinistra della sinistra. Come è il caso della Rete 28 aprile, la componente della Fiom che fa capo a Giorgio Cremaschi e che è diventata punto di riferimento di tutti i dissidenti della Cosa rossa, a cominciare dalla minoranza trotzkista del Prc e dei suoi irrequieti parlamentari. Anche Cremaschi sul 20 ottobre vuol capire quanto la manifestazione sarà anti-Prodi prima di decidere il da farsi, ma in senso contrario a Mussi. Per ora canta vittoria: «Il fatto che, per la prima volta nel dopoguerra, la Fiom abbia bocciato un accordo interconfederale è un fatto di grandissima rilevanza che dovrebbe far riflettere tutto il sindacato». Una riflessione che, in questo domino autunnale, non tarderà ad arrivare dalle parti di Prodi.