La festa di Roma

Roma ha accolto una piazza ricca di suoni, di colori e di migliaia di giovani, quelli contro cui è destinata la legge proibizionista e punitiva di Fini e Giovanardi, proprio nel giorno che segna la caduta di Storace: il ministro della salute avrebbe dovuto firmare il decreto scritto da una commissione di esperti in orbace, per definire le soglie quantitative delle sostanze stupefacenti oltre le quali scatteranno sanzioni penali da sei a venti anni di carcere, per spaccio presunto.

Alleanza Nazionale che pensava di avere trovato per la campagna elettorale una bandiera identitaria nella criminalizzazione della canapa, deve invece fare i conti con lo scandalo dello spionaggio politico. La legge Fini, votata con la fiducia calpestando i diritti del Parlamento e violando principi fondamentali della Costituzione, comincia a provocare una risposta della politica e del movimento, fatta di indignazione e di piattaforma programmatica che il nuovo governo e la nuova maggioranza dovranno prendere sul serio. Chi firmerà ora il decreto che renderà operativa la legge più repressiva d’Europa? Berlusconi che ha affermato la legittimità della detenzione di 200 spinelli purché costituiscano la scorta per un lungo viaggio all’estero o un nuovo ministro della sanità? Non sono domande oziose perché da quel testo dipenderà la sorte di molte migliaia di consumatori: saranno destinati a subire sanzioni amministrative (comunque gravi e odiose) o finiranno in galera oppure dovranno sottoporsi a cura coatta?

Ieri c’è stata una grande festa, ma si è anche espresso un movimento adulto e maturo che sa quello che vuole e lo chiede con la giusta intransigenza. Romano Prodi deve comprendere che la questione della politica sulle droghe ha assunto il carattere di una discriminante che merita di stare tra le priorità nell’agenda dei provvedimenti dei primi cento giorni.

Quindi ci aspettiamo l’abrogazione immediata della legge Fini e l’approvazione di una riforma che depenalizzi completamente il consumo personale, la cessione gratuita e la coltivazione domestica e che rilanci le pratiche di riduzione del danno attraverso sperimentazioni coraggiose. Contestualmente, pretendiamo una discontinuità esplicita al vertice del Dipartimento nazionale sulle droghe e nella rappresentanza italiana negli organismi internazionali a cominciare dall’Agenzia dell’Onu di Vienna. Solo così l’Italia potrà riprendere un ruolo nel dibattito internazionale sostenendo le politiche miti dell’Europa e contrastando la scelta della war on drugs globale imposta dagli Stati Uniti.

Occorre contrastare però da subito il rischio della macelleria sociale nella applicazione della legge. Molti magistrati hanno già avanzato obiezioni di costituzionalità per la legge Pecorella sulla inappellabilità delle sen-

tenze, ci auguriamo una stessa sollecitudine per questo testo che viola le norme sul giusto processo.

Anche le Regioni dovranno avanzare un conflitto davanti alla Corte Costituzionale sulle proprie competenze in materia di sanità.Si apre anche uno spazio per l’obiezione di coscienza da parte degli operatori dei Sert e del privato sociale: di fronte a una legge criminogena c’è il dovere della disobbedienza, a cominciare dal rifiuto di applicare la norma che limita l’affido del metadone. Allo stesso modo i servizi potrebbero sospendere i test delle urine ai consumatori inviati dalle prefetture.

Infine, per non lasciare soli i più deboli e gli emarginati a marcire in carcere, andrà organizzata una campagna di autodenuncia di massa per consumo e coltivazione, con uno slogan semplice semplice: «e allora arrestateci tutti!»